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Black Mirror 5×02: non riesco a staccarti gli occhi di dosso

Black Mirror

Per analizzare il senso distopico di Smithereens, la 5×02 di Black Mirror, dobbiamo anzitutto partire da una canzone.

Una canzone di Johnny Cash. È una melodia toccante, datata 2002. Il vecchio Johnny è sul viale del tramonto, stanco, rassegnato. Rimpianti, delusioni e scoloriti brandelli di emozioni si accavallano senza sosta. “Cosa sono diventato?“, si chiede il cantante. Di lì a pochi mesi Johnny Cash sarebbe morto, svanendo anche lui insieme al suo “impero di sporcizia“.

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Quella canzone si chiama Hurt e non è sempre stata di Johnny Cash. Era di un (allora) giovane Trent Reznor, leader dei Nine Inch Nails, che la scrisse nel 1995. Parlava di droga e di solitudine esistenziale. Dello smarrimento generazionale di fronte al crollo di ogni valore. Quando, però, un ormai maturo Reznor ascoltò Hurt di Johnny Cash disse un’unica cosa: “Questa non è più la mia canzone, è diventata la sua“. Era vero.

Era vero. Le parole erano le stesse. Identiche o quasi.

Eppure era cambiato un mondo. Quelle parole pronunciata dalla roca, consunta ma ancora calda e commovente voce di Johnny Cash avevano assunto un senso completamente nuovo. Da inno di una gioventù smarrita erano divenute il sofferto commiato di un uomo che si trova a dover tirare le somme della sua vita.

La stessa cosa aveva proposto il grande letterato Jorge Luis Borges quando nel suo Pierre Ménard, autore del Chisciotte immagina uno scrittore francese di trecento anni successivo a Cervantes, che riscrive “Parola per parola e linea per linea” il Don Chisciotte. Anche in questo caso è il contesto generazionale (il 1600 di Cervantes e il 1900 di Ménard) a essere diverso: l’opera, formalmente identica, risulta così completamente nuova per significato.

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Quando ascoltiamo Can’t Take My Eyes Off You alla fine dell’episodio di Black Mirror abbiamo perfettamente a mente il singolo di Frankie Valli, una hit mondiale. Eppure, questa canzone in Black Mirror è completamente nuova. Le parole sono le stesse, la melodia identica. Ma tutto è diverso. C’è un suono, un trillo di fondo. Lo sentite? Lo avete sentito? È la notifica di un telefono. Ecco, quel suono stravolge radicalmente il senso della canzone.

Quel rumore cambia tutto.

È l’espressione sonora di un mondo radicalmente diverso da quello patinato e carico di charme in cui Valli scrive la sua canzone. Can’t Take My Eyes Off You di Charlie Brooker si fa largo in un mondo contemporaneo in cui il dominio della Tecnica è totale. Il destinatario non è più la donna ma proprio la tecnologia.

È tutta qui la distopia di questa 5×02 di Black Mirror dal significativo titolo di Smithereens (“frantumi”): in questa ossessione reale, morbosa, verso un oggetto. Non più la donna, cortese soggetto delle attenzioni del cantante, ma lo smartphone.

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Il vetro incrinato della sigla si trasforma nel parabrezza forato dalla pallottola

Sarebbe inutile qui soffermarsi sulle simiglianze tra Billy Bauer e Mark Zuckerberg o chi per lui. Charlie Brooker parla anzitutto a sé stesso, quasi rispondendo a chi ne ha criticato la svolta “commerciale” avvenuta dopo l’acquisizione di Netflix. Una sorta di autocritica che lo vede nel ruolo dello stesso, impotente Billy Bauer, uomo copertina di qualcosa che non controlla più.

Non è naturalmente così per Brooker che gioca sulla parodia autoironica.

Tanto più in questo episodio in cui il creatore di Black Mirror mostra di saper ancora colpire dritto al cuore dello spettatore evocando stridore e alienazione.

La tragedia umana, nei fondamentali titoli di coda (che già in San Junipero avevano stravolto tutto), si riduce a un frammento (smithereen). A un bip sul telefono. All’ennesima notifica. Nel suicidio del protagonista Chris (un sempre grandioso Andrew Scott) il colpo in canna è posto grottescamente da quella stessa tecnologia che lo relega a fenomeno di intrattenimento.

Una volta che si è tolto la vita, una nuova notifica segnala la fine dello show e l’inizio del disinteresse di ogni spettatore. Il telefono viene riposto, almeno per il momento, e similmente Billy Bauer chiude i suoi occhi, rassegnato complice di un mondo che non riesce (e non vuole realmente) cambiare. Complice tra i complici di un’umanità appassita che non può staccare lo sguardo dal macabro spettacolino finché non lo ha spolpato di commenti.

Siamo chini sul nostro telefono perfino ora.

Leggiamo questo articolo ed ecco che sopraggiunge una notifica. “Biiip!”. Vi ringrazio se l’avete ignorata. Ma riprendetela pure, magari dopo un breve istante di riflessione. La recensione è finita. In fondo Can’t Take our eyes off you, adorata tecnologia. Non possiamo proprio.

Biiiip

Un ringraziamento particolare a Raffaele Alberto Ventura e al suo illuminante articolo dal titolo La versione di Johnny Cash

LEGGI ANCHE – Black Mirror: la recensione della 5×01

Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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