Attenzione: seguono (ovviamente) spoiler sul finale di stagione di Stuart Fails to Save the Universe.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Una premessa d’obbligo, seppure non dovrebbe essere necessario chiarirlo: le opinioni sono sempre opinioni, e fate bene a esprimerle. Ovvero: non vi è piaciuto Stuart Fails to Save the Universe, il sequel fantascientifico di The Big Bang Theory? Ditelo, magari argomentando. Oppure non fatelo: ci sta. Ci sta, sì: siete per certi versi un “dio” che stabilisce il destino di una realtà televisiva.
Avete detestato il finale? Pure questo ci sta: è un finale di stagione coraggioso e creativo, particolare e fuori dagli schemi. Di conseguenza, è fisiologico che diventi divisivo.
Vi è piaciuto, invece? Beh, fatemelo sapere: mi farebbe un gran piacere trovare qualcuno che la pensi come me.
Lo dico per un motivo, su tutti: mi stupisce un po’ il misero 6,4 di valutazione che ha finora ottenuto su IMDb. Una sufficienza scarsa che stona con quello che ritengo sia il livello di questo finale di stagione: un finale da otto, almeno. Forse pure di più.
Fatemelo sapere, allora: non mi accontento di avere dalla mia parte una critica che, in buona parte, sta invece approvando questo episodio, sottolineandone i pregi con grande puntualità.
No, non mi accontento. E non voglio manco portare i detrattori dalla mia parte: se non vi è piaciuto, non vi è piaciuto. Potreste averlo capito oppure no: è importante fino a un certo punto. Ma ci voglio provare lo stesso: in attesa dei vostri commenti, spero non rivolti all’indiscussa bontà d’animo della mia benedetta madre, propongo al santo pubblico di Hall of Series una lettura personale del finale di stagione di Stuart Fails to Save the Universe. Una “spiegazione”, per semplificare. Non sia mai che qualcuno possa così apprezzare degli aspetti che aveva finora sottovalutato o del tutto ignorato.
Dando per scontato che l’abbiate visto, non mi dilungo granché sul riassunto della trama della decima puntata di Stuart Fails to Save the Universe.

Non lo faccio anche perché ne abbiamo già parlato ampiamente nella nostra recensione curata da Gianpaolo Torchio, mentre ora voglio avventurarmi su alcuni punti chiave che ci tengo a sottolineare.
1) Prima di tutto: abbiamo una sorta di Dio che si è stancato dell’universo.
Io, francamente, l’ho trovato brillantissimo. Seppure non manchino nella storia della letteratura, della televisione o del cinema delle letture “divine” tanto irriverenti, mi incuriosisce non poco l’idea che possa esistere un “Dio” – anche se poi la serie è volutamente ambigua sulla questione, ma chiamiamolo così per semplificare – che voglia resettare la propria creatura alla prima occasione utile. Stuart deve quindi salvare sì un universo, ma non sa manco cosa sia né se abbia effettivamente senso che continui a esistere.
2) Trasforma il linguaggio di The Big Bang Theory in una delle leggi del multiverso.
A un certo punto Stuart e gli altri iniziano a sentire le famigerate risate di fondo, sfondando ogni potenziale barriera tra pubblico, interpreti e personaggi. Non dovrebbero poterle sentire, ma lo fanno lo stesso. Quelle risate, tra l’altro, appartengono davvero al pubblico di The Big Bang Theory: il passato televisivo di Stuart, insomma, torna letteralmente a ridere di lui.
Ci si avventura così in una transizione meta che potrebbe avere la forza di ribaltare il senso stesso dell’intera serie.
Per questo motivo, Stuart Fails to Save the Universe abbandona progressivamente il proprio linguaggio single-camera per assumere quello della sitcom multicamera, fino ad arrivare al classico set. Per realizzare il passaggio sono state costruite due versioni del negozio di fumetti: due linguaggi televisivi diventano, materialmente, due realtà differenti.
È un passaggio decisivo: il multiverso non comprende più soltanto realtà nelle quali sono accadute cose diverse, ma anche realtà che sembrano essere governate da linguaggi televisivi differenti. La sitcom diventa essa stessa uno degli universi possibili, e The Big Bang Theory viene menzionata per trasformare la sua forma televisiva in vero e proprio materiale narrativo attivo: altro che nostalgia.
Apprezzabile o meno, non manca certo la creatività in questo senso.
3) Si arriva, così, a un attraversamento fisico della quarta parete.
Mica male, eh? Siamo abituati a parlare di “rottura della quarta parete” quando un personaggio guarda in camera o si rivolge direttamente allo spettatore, ma Stuart fa qualcosa di molto più estremo: arriva dietro il proprio mondo. Scopre il set, il pubblico, la produzione e infine le persone che interpretano lui e i suoi compagni. Cade ogni barriera, una volta per tutte. E la risata non è più un mero rumore di fondo che sembra essere l’anticamera della follia: è la chiave d’accesso a un mondo in cui le realtà e le fantasie si connettono visceralmente in un calderone caotico, manco fossimo finiti in uno strano remake di Inception.
Il personaggio scopre così l’attore che lo interpreta come parte della propria realtà. Ma quale realtà? E quante realtà esistono, davvero? Per intenderci: se davvero esiste un mondo di fantasia nel quale Kevin Sussman interpreta Stuart Bloom, chi ci dice che non ne esista poi un altro in cui qualcun altro sta interpretando Kevin Sussman che sta interpretando Stuart Bloom? Quanti altri ancora, di conseguenza?
Un mindblowing da manuale con annesse riflessioni da accademia della filosofia esistenzialista, se dovesse essere gestito bene nella già annunciata seconda stagione.
4) Ma quindi chi è il “Dio” di Stuart Fails to Save the Universe?
Il finale non ci dice esplicitamente cosa sia quella coscienza e gli stessi autori hanno evitato di sciogliere il mistero. Dopo la scoperta del set, tuttavia, possiamo almeno formulare una domanda che prima non avrebbe avuto lo stesso significato: e se quello che Stuart considera una divinità fosse qualcosa che esiste a un livello superiore della sua realtà?
Dal punto di vista di un personaggio televisivo, dopotutto, uno sceneggiatore avrebbe caratteristiche pressoché divine: conosce il suo passato, decide il suo futuro, crea il suo mondo e può distruggerlo. Altrettanto fa, però, chi poi decide se tutto ciò sia gradevole o meno: il pubblico.
Nasce così un’interpretazione metatelevisiva che associa il concetto di “dio” a quello del “pubblico”, passando attraverso la figura dello sceneggiatore. Se preferite, dell’autore. Ma forse è “creatore” la parola che sto cercando.
Secondo questa interpretazione, il pubblico sarebbe quindi un dio capace di segnare il destino di una serie tv in ogni momento. E che può, attraverso l’approvazione o una bocciatura cancellare interi mondi nel tempo di un clic o di una pagina che miseramente si chiude sullo smartphone.
Se scoprissi di vivere davvero dentro una realtà del genere, non la prenderei granché bene: Stuart e gli altri, chissà.
Non è secondario, poi, che tutto questo capiti proprio a Stuart: è uno dei personaggi più periferici di The Big Bang Theory, per anni relegato ai margini delle storie degli altri, ma arriva ora ai margini della propria realtà e scopre cosa c’è dall’altra parte.
Stuart Fails to Save the Universe, di conseguenza, sembra giocare col proprio titolo. E una domanda, a questo punto, è d’obbligo: come potrebbe salvare l’universo, se non può nemmeno sapere quale universo sia vero e quale no?

Riporto tutto ciò per sottolineare quanto possa essere brillante un team di sceneggiatori che raccontano questo in una puntata comica da 17 minuti, mica due ore. Ed è un merito notevole, se ci si pensa un po’.
È un finale che così spinge a farsi tante domande, indagando con cura l’idea che gli universi di questa serie possano essere molto più variegati di quanto inizialmente previsto. Con la chiave della fantascienza, certo. Della comicità più intelligente a cui bastano pochi minuti per raccontare qualcosa di molto rilevante. Con una premessa che responsabilizza ancora di più gli autori, in vista della seconda stagione: abbiamo più volte sottolineato, d’altronde, che questa serie possa essere “più di una comedy” e che potrebbe prendersi più sul serio di così con un minutaggio maggiormente esteso, senza mai soffocare l’impulso primario al divertimento che ha fin qui palesato. Qualcosa di affine a Young Sheldon, in pratica.
Potrebbe, sì. Ma non è detto che lo faccia: come ha ben sottolineato Torchio nella sua recensione, il cliffhanger potrebbe anche risolversi subito nella première della seconda stagione, facendo così retroattivamente di questa puntata uno sterile esercizio di stile. Il rischio sarebbe quello di ridurlo a un universo come un altro, invece di farne la pietra angolare di una stagione ancora più ambiziosa della prima.
Questo sì, rischierebbe di essere deludente dopo aver visto quello che ho visto in questo finale di stagione.
Ma voglio essere fiducioso: Chuck Lorre è un autore che sa sempre dove insistere e dove invece correggere il tiro in corsa. E poi parliamo del mondo di The Big Bang Theory: se non c’è un’evoluzione qui, dove altro potrebbe mai essere?
Forse, a quel punto, in un universo in cui Stuart non vorrebbe mai finire. E che non avrebbe la minima voglia di salvare.
Antonio Casu







