ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Stuart Fails to Save the Universe.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Non tutte le comedy devono aspirare a diventare una dramedy. Una serie può limitarsi a far ridere, intrattenere e accompagnare lo spettatore senza costruire grandi archi emotivi, riflessioni esistenziali o una mitologia complessa. Anche una comedy “pura”, leggera e assurda, svolge una funzione importante. Il problema di Stuart Fails to Save the Universe, quindi, non è che faccia ridere troppo. E nemmeno che scelga il demenziale o l’irriverenza come cifra principale.
La questione nasce dal rapporto tra la grandezza della premessa e la profondità con cui viene utilizzata. La serie non parte da una situazione da sitcom tradizionale. Stuart (Kevin Sussman) non è semplicemente tornato nel suo negozio di fumetti e non c’è un nuovo gruppo raccolto intorno a un divano. È un personaggio marginale che, dopo aver danneggiato un dispositivo quantistico ideato da Sheldon e Leonard, si ritrova coinvolto in una crisi capace di alterare la realtà stessa.
Una premessa simile non obbliga Stuart Fails to Save the Universe a diventare una serie drammatica. Le chiede, però, di interrogarsi sulle possibilità che ha aperto. Se a disposizione c’è un multiverso, perché utilizzarlo principalmente come macchina per generare gag? Il punto non è pretendere che ogni idea venga trasformata in una riflessione profonda, ma chiedersi se ogni universo debba necessariamente ridursi a una parentesi comica prima di essere abbandonato.
Il multiverso è la migliore idea della serie. E anche il suo limite
Il multiverso è la trovata che permette a Stuart Fails to Save the Universe di uscire dalla comfort zone di The Big Bang Theory. Già il pilot, con l’apocalisse e il viaggio attraverso realtà alternative, promette un passaggio coraggioso dalla sitcom alla sci-fi comedy. Non si tratta soltanto di cambiare ambientazione: il multiverso consente di reinventare personaggi e rapporti. Penny, per esempio, può diventare una leader della resistenza invece della figura già conosciuta nella serie madre. Bert può ritrovarsi in un mondo governato dalla magia, dove il conflitto tra scienza e superstizione sembra costruito apposta per metterlo alla prova.
Ed è proprio qui che emerge il limite della serie. Il multiverso serve a raccontare oppure soltanto a ricominciare? Ogni realtà visitata è creativa, assurda e potenzialmente ricchissima, ma finora viene abbandonata prima che possa produrre conseguenze. Il gruppo arriva in un nuovo universo, ne scopre le regole, attraversa una sequenza di gag, affronta una minaccia e, una volta risolta, passa al mondo successivo. Il meccanismo non è sbagliato: è coerente con una comedy rapida e imprevedibile. Il problema è che non genera necessariamente progressione narrativa.
Così, il multiverso rischia di diventare una successione di set più che uno strumento per trasformare i personaggi. Stuart Fails to Save the Universe attraversa molte realtà, ma le realtà attraversate non sembrano attraversare davvero Stuart, Bert, Denise e Kripke. L’universo magico, come già osservato, mette Bert al centro senza costringerlo a cambiare, scegliere o rischiare. La sua premessa viene sfruttata soprattutto come espediente comico.
Quando un’idea è abbastanza grande da meritare una storia

In Stuart Fails to Save the Universe ci sono idee che non avrebbero bisogno di diventare improvvisamente drammatiche per lasciare un segno. Sarebbe sufficiente che avessero il tempo di produrre una conseguenza. È il caso della società apparentemente perfetta in cui la gentilezza è diventata obbligatoria e il dissenso viene punito. Una premessa capace di parlare di controllo sociale, omologazione e della differenza tra armonia e libertà. La serie la utilizza soprattutto come fonte di situazioni comiche, ma non sarebbe stato necessario trasformare l’episodio in Black Mirror. Un’idea può restare assurda e divertente senza essere superficiale. Bastava permetterle di sedimentare.
Lo stesso vale per il mondo della magia, dove la scienza è considerata un’eresia e Bert, proprio perché è un geologo, si trova al centro di un conflitto perfetto. Potrebbe difendere le proprie certezze, metterle in discussione o scoprire che anche la scienza, quando diventa un sistema intoccabile, può trasformarsi in dogma. Invece passa rapidamente da vittima sacrificale a figura venerata, mentre la sua nuova condizione viene sfruttata soprattutto per gag sulle conseguenze imprevedibili dei suoi poteri.
Il problema non è la comicità, ma l’assenza di una trasformazione. In entrambi i casi, la premessa viene introdotta, sfruttata e abbandonata prima di poter modificare davvero i personaggi. Ogni intuizione resta un’intuizione e non diventa mai struttura. Ed è questo, più della leggerezza, il vero spreco di Stuart Fails to Save the Universe.
Il problema non sono i 15 minuti: è cosa ci metti dentro
Gli episodi di Stuart Fails to Save the Universe hanno una durata variabile. Alcuni arrivano appena a 15 o 18 minuti, mentre altri si avvicinano ai 25. È una scelta resa possibile dallo streaming e difesa da Chuck Lorre con un’argomentazione condivisibile. Cioè, che i tradizionali 22 minuti della sitcom derivano dalle esigenze della televisione commerciale, mentre aggiungere scene soltanto per raggiungere una durata prestabilita rischierebbe di produrre inutile “padding”.
Lorre ha ragione. Non serve allungare artificialmente un episodio. Quindici minuti possono essere sufficienti per costruire una comedy concentrata, brillante ed efficace. Persino capace di lasciare un’impronta emotiva. Il tempo, però, non serve soltanto a evitare il riempitivo. Serve anche a far comprendere un mondo, costruire un conflitto, creare empatia. Permettere ai personaggi di reagire e mostrare le conseguenze di una scelta.
È qui che Stuart Fails to Save the Universe sembra incontrare il proprio limite. La serie non è troppo breve perché dura meno di venti minuti. Semmai, è troppo breve quando utilizza quei minuti per introdurre una premessa che avrebbe bisogno di essere raccontata e poi la sostituisce con una battuta. Un episodio può essere velocissimo e avere comunque un ottimo ritmo. Ma velocità e ritmo non sono sinonimi.
Quando ogni conflitto viene risolto prima di poter sedimentare e ogni universo viene abbandonato subito dopo averne mostrato l’idea più curiosa, la velocità diventa compressione narrativa. Il problema, dunque, non è quanto dura Stuart Fails to Save the Universe, ma quanto poco spazio lascia alle proprie intuizioni per diventare storia.
Il protagonista perfetto di Stuart Fails to Save the Universe… per una storia che non vuole davvero raccontarlo
Stuart è il protagonista ideale per una storia del genere proprio perché parte dal punto più lontano possibile dall’eroismo. È marginale, insicuro, abituato al fallimento. E rimasto per anni ai bordi dell’universo di The Big Bang Theory, accanto a personaggi molto più brillanti e riconoscibili. È l’ultima persona che assoceremmo a una missione capace di salvare la realtà. E proprio per questo la premessa di Stuart Fails to Save the Universe contiene un arco narrativo naturale. Cosa succede a un uomo che ha sempre pensato di non contare nulla quando scopre che, per una volta, tutto dipende da lui?
La domanda avrebbe potuto diventare il vero cuore della serie, senza obbligarla a rinunciare alla comedy. Stuart avrebbe potuto essere costretto ad agire, scoprire gradualmente di possedere risorse che non riconosceva. Infine, decidere che tipo di persona volesse diventare. Il suo viaggio attraverso il multiverso avrebbe così coinciso con un viaggio dentro sé stesso.
Invece, il rischio è che cambi soltanto la situazione, non il personaggio. Stuart continua a essere l’uomo impacciato che deve salvare l’universo, senza che la responsabilità produca una trasformazione davvero visibile. La serie sfrutta il contrasto tra la sua inadeguatezza e la grandezza della missione per ottenere gag. Raramente, però, si ferma a osservare cosa quella missione significhi per lui.
Insomma, Stuart Fails to Save the Universe racconta un protagonista costretto a compiere qualcosa di straordinario, ma non sempre racconta l’uomo che quella straordinarietà dovrebbe cambiare.
E gli altri? Il quartetto si muove, ma non cambia

Il viaggio di Stuart Fails to Save the Universe non riguarda soltanto Stuart. Denise, Bert e Kripke completano un quartetto che attraversa universi alternativi, affronta minacce sempre nuove e cambia continuamente contesto. Il problema è che questo movimento resta soprattutto esterno. I personaggi, insomma, viaggiano molto, ma raramente sembrano trasformati da ciò che incontrano.
La ricerca di Denise, per esempio, potrebbe essere qualcosa di più di una semplice missione da portare a termine. Se esistono infinite versioni della stessa persona, cosa significa amare proprio “quella” persona? Stuart sta cercando Denise oppure l’idea di Denise che ha perduto? Il multiverso offre spontaneamente queste domande, senza obbligare la serie a diventare melodrammatica. Basterebbe che si fermasse abbastanza a lungo da lasciarle emergere, invece di usarle soprattutto come motore per arrivare alla realtà successiva.
Bert rappresenta invece il caso più evidente del protagonista episodico che non possiede necessariamente una traiettoria. Può essere al centro di una puntata, ricevere poteri o diventare indispensabile agli abitanti di un universo. Ma questo non significa automaticamente avere una storia. Essere il protagonista di un episodio non equivale a cambiare.
Anche Kripke potrebbe svolgere una funzione più significativa. Il suo cinismo e la sua competitività lo renderebbero perfetto come personaggio capace di mettere continuamente in discussione la missione, Stuart o le decisioni del gruppo. Invece, tende soprattutto a funzionare come elemento comico, una fonte di battute e reazioni sarcastiche.
Il quartetto si muove moltissimo, dunque, ma emotivamente resta quasi immobile.
Stuart Fails to Save the Universe e il problema delle conseguenze
Il multiverso è una promessa di libertà assoluta. In Stuart Fails to Save the Universe può esistere qualunque realtà, qualunque versione dei personaggi, qualunque deviazione dalla storia conosciuta. Ma proprio questa libertà può trasformarsi in una trappola narrativa. Se ogni universo è sostituibile dal successivo, anche ciò che accade al suo interno rischia di perdere peso. Una perdita può essere rimpiazzata, un errore aggirato, un conflitto dimenticato. E perfino una persona sostituita dalla sua variante alternativa.
Il malfunzionamento del dispositivo quantistico non trasporta semplicemente Stuart e gli altri da un mondo all’altro. Riscrive la realtà e la sua stessa storia, creando linee temporali alternative. Perfino la morte di Raj nel pilot viene ricondotta a un sistema in cui potrebbe trattarsi soltanto di “un Raj” tra infinite possibilità. È una premessa affascinante, ma espone la serie a una domanda decisiva. Se niente lascia veramente il segno, quanto può essere importante ciò che accade?
Questo è forse il limite narrativo più profondo di Stuart Fails to Save the Universe. Non servivano tragedie irreversibili o svolte drammatiche estranee al tono della comedy. Sarebbe bastata una conseguenza permanente. In quel modo, il multiverso non sarebbe stato soltanto un motore di ambientazioni e trovate comiche. Sarebbe diventato un motore di trasformazione. Non un modo per resettare tutto a ogni puntata, ma un dispositivo capace di costringere i personaggi a portarsi dietro ciò che hanno fatto, perso o scelto.
La nostalgia funziona. Ma non dovrebbe fare il lavoro dei protagonisti
Uno dei meriti di Stuart Fails to Save the Universe è il modo in cui il multiverso permette di reinventare i personaggi di The Big Bang Theory. I cameo, quindi, non sono necessariamente fan service. Penny può diventare una combattente della resistenza e Zack il suo improbabile luogotenente. Bernadette una potente creatura magica e Amy una psichiatra anni ’50. Non si tratta soltanto di riproporre volti familiari, ma di mostrare quanto possano cambiare quando vengono sottratti al contesto originario.
Il problema nasce quando queste apparizioni sembrano avere più personalità del viaggio principale. Penny e Bernadette funzionano anche perché lo spettatore conosce già le versioni da cui prendono le distanze. La loro trasformazione, dunque, produce immediatamente un effetto comico e narrativo. Stuart, Denise, Bert e Kripke, invece, devono ancora costruire da soli il proprio peso all’interno della nuova serie. La domanda diventa allora inevitabile: Stuart Fails to Save the Universe sta davvero definendo i suoi protagonisti oppure sta sfruttando la capacità degli ex comprimari di generare interesse in pochi secondi?
Non significa criticare la presenza di Penny, Bernadette, o degli altri. Significa chiedersi se il pubblico sia coinvolto soprattutto dalle loro varianti e dall’attesa del prossimo ritorno, invece che dalle conseguenze della missione di Stuart.
La nostalgia dovrebbe essere un ingrediente, capace di arricchire il nuovo universo. Non dovrebbe diventare la personalità della serie né fare il lavoro che spetterebbe ai suoi protagonisti.
Quindi: cosa avrebbe potuto essere?

È proprio la grandezza della premessa a rendere più evidente ciò che Stuart Fails to Save the Universe non riesce sempre a sviluppare. Il multiverso avrebbe potuto diventare, prima di tutto, una storia sulla percezione di sé. Stuart avrebbe potuto incontrare versioni alternative di sé stesso. Non necessariamente migliori, ma diverse, capaci di mostrare altre possibilità della sua vita. La domanda sarebbe stata semplice e potente: sono davvero destinato a essere quello che sono? In questo modo, le realtà parallele sarebbero diventate la metafora concreta della sua insicurezza.
Il viaggio avrebbe potuto essere anche una storia sulla responsabilità. Salvare l’universo significa scegliere, e scegliere significa rinunciare a qualcosa. Stuart avrebbe potuto trovarsi diviso tra ciò che desidera, ciò che deve fare, le persone che ama e il bene collettivo. La comedy non ne avrebbe risentito. Al contrario, le gag avrebbero avuto più forza se fossero nate da decisioni capaci di produrre conseguenze, invece di dissolversi una volta superato l’ostacolo.
Infine, il multiverso avrebbe potuto trasformare Stuart, Denise, Bert e Kripke in una vera found family. Non una famiglia tenera o armoniosa, ma un gruppo disfunzionale, litigioso e spesso incapace, che diventa progressivamente dipendente dai propri membri. Ogni universo avrebbe avuto allora uno scopo preciso: non cambiare soltanto il mondo intorno ai protagonisti, ma mettere alla prova il loro rapporto.
Il punto non è immaginare una serie diversa. È riconoscere che Stuart Fails to Save the Universe possedeva già tutti gli strumenti per essere più di una sequenza di trovate. Doveva soltanto lasciare che quelle trovate cambiassero qualcuno.
Stuart Fails to Save the Universe non è troppo comedy. È troppo poco altro
Stuart Fails to Save the Universe ha meriti evidenti. È una serie che prova a liberarsi dalla comfort zone di The Big Bang Theory, sfrutta il multiverso per introdurre trovate creative. E offre al cast la possibilità di reinterpretare personaggi già conosciuti in contesti completamente nuovi. La sua libertà rispetto alla sitcom originale è una scelta coraggiosa. Perché non ripropone semplicemente il vecchio gruppo in un’altra stanza, ma tenta di costruire un’avventura fantascientifica eccentrica e imprevedibile.
Ed è proprio per questo che il suo limite pesa così tanto. Il problema non è che Stuart Fails to Save the Universe sia una comedy. È che il multiverso finisce spesso per diventare una macchina per generare gag, gli universi vengono abbandonati prima di poter sedimentare e i personaggi attraversano esperienze che non li cambiano abbastanza. La brevità accelera il meccanismo, mentre le conseguenze vengono sacrificate alla battuta successiva.
Le comedy “solo” comedy vanno bene. Non ogni storia deve diventare più seria, più profonda o più drammatica. Ma Stuart Fails to Save the Universe non è deludente perché non è abbastanza seria. È deludente perché non è abbastanza curiosa nei confronti delle proprie possibilità.
Stuart potrebbe non riuscire a salvare l’universo. Gli autori, però, avrebbero potuto almeno provare a salvare tutto il potenziale della storia che avevano creato.







