Vai al contenuto
Home » Slow Horses

Slow Horses 6×04 – Carne da macello

Jackson Lamb in Slow Horses

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler sulla sesta stagione di Slow Horses!!

Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.

Scopri come →

Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?

Trova quella giusta per te →

Non sai che serie iniziare?

Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →

Slow Horses sa essere una serie cinica e divertente, ma quando deve colpire lo fa con brutalità ed efficacia, mostrando le conseguenze della violenza senza fare sconti di nessun tipo. Il finale di Slow Horses 6×04 ci dimostra che, al di là delle battute e del tono canzonatorio di ogni episodio, la realtà è un posto crudo e spietato, dove nessuno è mai veramente al sicuro. La morte di JK Coe è un primo assaggio di questa realtà, delle conseguenze della spirale di violenza in atto. Questo episodio ci suggerisce una domanda, che è quella che aleggia su tutta la sesta stagione di Slow Horses: quanto vale davvero la vita di un agente?

Il materiale sacrificabile è il vero nodo della questione. Ci sono cose che non possono essere sacrificate sull’altare dei principi morali. La reputazione di un Servizio governativo, i segreti del Park, la tutela dei suoi vertici. Diana Taverner non è disposta a perdere la faccia né il potere che gestisce e, per salvaguardare tutto ciò, si rende disponibile a mercanteggiare su tutto il resto. E di quel “resto“ fanno parte anche i suoi agenti, persone in carne e ossa che lavorano per lei e che non esiterebbe a scambiare per mantenere la sua posizione. Tutto parte da una leggerezza che ha commesso lei. Diana si è fatta finanziare alcune operazioni dal politico Peter Judd, che quei soldi li ha chiesti a qualcun altro.


Diana Taverner

C’è Damien Cantor dietro i finanziamenti segreti a Regent’s Park, il magnate delle televisioni private dell’ala conservatrice.

I soldi ricevuti segretamente da Judd, Diana li ha utilizzati per uccidere un’agente russa a Kazan, dopo che questa aveva utilizzato il veleno novičok contro le spie britanniche. Una storia di ritorsioni e vendetta, che però era sfuggita ai canali ufficiali. Nessuno aveva autorizzato l’operazione, così Diana ha cercato di farlo nel silenzio, rubando l’identità di uno dei suoi agenti e muovendosi nell’ombra in prima persona. Di chi era l’identità rubata per l’omicidio di Novak? Di Sid Baker, ovviamente, che è tornata nella sesta stagione di Slow Horses proprio perché si era accorta che qualcuno era entrato nei database del Park per rubarle le credenziali.

È Diana Taverner a vacillare, sono i suoi segreti a far tremare l’impalcatura dell’intera MI5. Ovviamente nessuno ne è al corrente, a parte Damien Cantor, che utilizza questa informazione per ricattarla. Cantor è il vero “villain” di questa stagione di Slow Horses, se così possono definirsi gli antagonisti principali in uno show in cui non esistono eroi buoni ma solo personaggi grigi, ambigui, che si muovono costantemente tra luci e ombre. Il magnate delle televisioni private vuole gestire il gioco. Essendo proprietario di uno dei più potenti mezzi di comunicazione ha già una grossa forza manipolatoria nei confronti dell’opinione pubblica. Il suo obiettivo però è tenere sotto scacco i Servizi di intelligence, ricattando la Prima Scrivania con il materiale già a disposizione e con tutto ciò che potrebbe venir fuori rubando i file compromettenti dai loro archivi.

River Cartwright in Slow Horses 6x04

È per questo che Cantor ha assoldato Frank Harkness e la coppia di sicari Jim e Jane, per mettere le mani sui segreti del Park e sul Pantano, che è il posto in cui finisce tutta la “sporcizia” che non può stare nella sede centrale dei Servizi.

Cantor sa di poter contare su un fatto: Diana Taverner non sarà mai disposta a sacrificare se stessa per la ragion di Stato. Ai piani superiori del potere ciascuno pensa a salvaguardare la propria faccia, infischiandosene se tutto il resto potrebbe essere compromesso. Ma, qualche rampa di scale più giù, negli scantinati del potere, ci sono gli scarti del sistema, la carne da macello. È ormai dal primo episodio di Slow Horses 6 che gli agenti di Jackson Lamb tentano di scappare dai misteriosi sicari. La loro fuga si è divisa in tre tronconi. Da una parte ci sono River e Sid, accompagnati da Coe. River indossa ancora l’abito della cerimonia funebre di suo nonno David. Sta scappando da quel pomeriggio, quando è tornato a casa del nonno convinto di poter avere un confronto con suo padre Frank e invece si è trovato davanti alla “resurrezione” di Sid.


Nel corso degli ultimi episodi, il terzetto ha seminato più volte Jim e Jane (che nelle nostre pagelle sono Coso e Cosa). Ma la coppia di inseguitori li ha raggiunti nel corso di questa puntata e ad avere la peggio è stato il povero Coe, personaggio silenzioso e singolare che ci accompagna dalla passata stagione. In un altro angolo sperduto della città, c’è invece un’altra macchina in fuga, con a bordo Standish, Shirley, Moira e Louisa, ossia tutto il gentile sesso del Pantano. Lamb le ha mandate in una Safe House, un punto di ritrovo in cui nascondersi quando viene lanciato l’allarme Go Dark. La grossa abitazione sperduta nel mezzo delle campagne londinesi è la casa vacanze di Diana Taverner, a cui Lamb ha giocato l’ennesimo scherzetto nel suo stile.

Lamb, Roddy e Reece Nesmith
Apple TV

Il terzo ramo di questa impalcatura narrativa di Slow Horses 6 è quello che segue invece proprio Jackson Lamb e Roddy Ho, che hanno scovato il piccolo Reece Nesmith e cercano di capire cosa diavolo stia succedendo.

Uno dei momenti più alti della sesta stagione – fino a questo momento – è il confronto tra Lamb e Frank Harkness, finalmente a colloquio l’uno di fronte all’altro. Lo scambio tra i due personaggi, due vecchie conoscenze dai tempi della Guerra fredda, è un susseguirsi di battute che ci serve sul piatto l’autentico spirito corrosivo di questa serie. Tra battute e frecciate varie, i due personaggi si studiano per capire le intenzioni dell’altro. Harkness è convinto di conoscere a fondo il modus operandi del nemico, ma Lamb riesce sempre a farla franca e ad avere la meglio. Il teatrino che va in scena all’interno di un locale pubblico permette a Emma Flyte di mettersi nella posizione di seguire Frank e scoprire per chi sta lavorando.


È così che il terzetto riesce a risalire a Cantor. Ora Lamb deve solo provare a unire tutti i puntini e a indovinare le vere intenzioni del magnate della comunicazione. Questo episodio, forse ancor di più dei precedenti, è riuscito a bilanciare tono sarcastico, dinamiche classiche da thriller di spionaggio e azione, trovando anche il tempo per regalarci un paio di confronti più intensi. Gary Oldman continua a essere il faro da cui Slow Horses trae la sua luce. Una luce sporca ma molto più abbagliante di qualsiasi altra. Andando avanti di episodio in episodio si fa fatica a trovare qualche difetto, a questa come alle altre stagioni dello show Apple TV. Il problema principale che stiamo riscontrando è solo uno: tra due episodi sarà tutto finito.