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American Horror Story 13 – La Recensione delle prime 3 puntate: il numero 13 non ha mai portato tanta sfortuna

American Horror Story

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ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS dei primi tre episodi di American Horror Story 13.

1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12…13

Tredici stagioni e forse più nulla da dire. Inizio questa recensione in maniera nuda e cruda, perché è d’altronde così che ci accoglie la tredicesima stagione di American Horror Story (disponibile sul catalogo Disney+). Una stagione che tra gore, camp e autocelebrazione di certo non è la più friendly nei confronti di chi non ha mai visto American Horror Story nella sua vita. E, francamente, se da un lato può essere perdonabile, partendo dal presupposto che ce ne sono ben 12 prima da cui iniziare, dall’altro si perde proprio il senso antologico del prodotto. Elemento che è stato, da sempre, il cavallo di battaglia della serie tv stessa.


Il primo episodio di American Horror Story 13 si apre su una coppia in crisi.

Ben ha la fobia del numero 13, la sua fidanzata Kira cerca questo numero ovunque, tanto da aver organizzato il viaggio di compleanno in virtù di questa spasmodica ossessione per il numero. Tra mille ripensamenti e indecisioni, Ben si decide a partire e a salire in aereo. Nonostante l’Universo e tutto quanto gli gridino a gran voce che forse è una pessima idea. Nella migliore tradizione di Final Destination, Ben avrebbe dovuto effettivamente cogliere i segnali visto che una tempesta spacca in due l’aereo portando alla morte della fidanzata e di molti altri innocenti.

Un mese dopo lo schianto e dopo che era miracolosamente sopravvissuto, Ben inizia il nuovo lavoro come badante notturno per il misterioso Mister Nas. L’uomo è un anziano di 87 anni, che si trascina a stento come una carcassa in decomposizione e non dà più alcun segno di intendere e di volere. Come badante diurna troviamo Constance, ovvero il ritorno trionfale di Jessica Lange in American Horror Story, che appare ancor più inquietante del signor Nas e agisce in maniera oscura e imperscrutabile.

Nel palazzo dove lavora, Ben continua a essere perseguitato dal numero 13. E assiste a situazioni sempre più macabre e agghiaccianti.

La superstizione relativa al numero 13 affonda la sua spiegazione più conosciuta nella rappresentazione dell’Ultima Cena. Secondo la tradizione cristiana, a tavola con Gesù erano presenti dodici apostoli, per un totale di tredici commensali. Il tredicesimo, Giuda Iscariota, è colui che tradirà Gesù. Da qui nasce l’idea che avere tredici persone a tavola possa portare sfortuna, soprattutto se uno dei commensali dovesse essere destinato a morire per primo. Esistono però testimonianze ancora più antiche. Nella mitologia norrena compare il celebre banchetto degli dèi a Valhalla al quale Loki, non invitato, arriva come tredicesimo partecipante. La sua presenza provoca una catena di eventi che conduce alla morte di Baldr, una delle divinità più amate.


La fama negativa del 13 si è consolidata soprattutto in epoca moderna, quando diverse tradizioni popolari hanno iniziato a sovrapporsi. Il risultato è una superstizione ancora oggi estremamente radicata: il cosiddetto triskaidekafobia, dal greco treiskaideka, “tredici”, indica proprio la paura patologica o irrazionale del numero. Fobia di cui soffre il protagonista della nuova stagione.

D’altronde, anche il cinema e la cultura pop hanno contribuito a rafforzarne l’immagine. Il venerdì 13 è diventato una delle date più riconoscibili dell’immaginario horror, soprattutto grazie alla celebre saga cinematografica Venerdì 13. Ma anche in questo caso la combinazione tra venerdì e 13 nasce dall’incontro di tradizioni diverse. Il venerdì è stato a lungo considerato un giorno infausto nella cultura cristiana per la sua associazione con la crocifissione di Gesù, mentre il 13 ha sviluppato autonomamente la propria reputazione.


Ryan Murphy e Brad Falchuk non hanno mai avuto paura di rendere esplicite le proprie ossessioni, ma questa volta la superstizione non è soltanto il tema di una nuova storia: è il principio attorno al quale sembra essere stato costruito l’intero progetto.

Jessica Lange torna nella tredicesima stagione di American Horror Story
Credits: Disney+

Il risultato dei primi tre episodi, 13, 1:13 e Rauhnacht, è una gigantesca riunione di famiglia in cui praticamente ogni elemento sembra ricordare allo spettatore qualcosa che ha già visto. Personaggi, interpreti, riferimenti, oggetti, creature e mitologie provenienti dalle stagioni precedenti vengono progressivamente riportati in superficie. Quanto può essere nuova una storia che sembra costruita principalmente sulla memoria di quelle precedenti?

Il problema è che risulta tutto così confusionario già dai primissimi episodi. Ben dovrebbe essere il nostro punto di accesso a questo universo. È spaesato, non comprende ciò che sta accadendo e deve progressivamente imparare le regole di una realtà nella quale il soprannaturale non costituisce più un’eccezione. Il problema è che American Horror Story: 13 gli mette immediatamente attorno troppi personaggi capaci di rubargli la scena.

Quando arrivano Constance, Cordelia, Madison, Tate, Kai, Twisty e gli altri volti familiari, il nuovo protagonista rischia di diventare un semplice spettatore della propria storia. E questa è forse la contraddizione fondamentale dei primi tre episodi. La serie ha costruito un personaggio attraverso cui introdurci a un nuovo mistero, per poi sommergerlo rapidamente sotto il peso della propria mitologia.


Il secondo e il terzo episodio rendono esplicita una strategia che il primo aveva soltanto lasciato intuire: questa non è semplicemente una stagione collegata alle precedenti. È una stagione che vuole farle interagire.

Personaggi legati a Murder House, Coven, Cult, Freak Show e agli altri capitoli dell’antologia tornano a occupare il medesimo spazio narrativo. Sarah Paulson ed Evan Peters vengono utilizzati in modo particolarmente significativo, arrivando a confrontarsi con più identità all’interno della stessa stagione. Emma Roberts, Jamie Brewer, Mena Suvari e Billie Lourd contribuiscono a trasformare il cast in una sorta di archivio vivente della serie. E poi c’è Twisty. Il ritorno del clown interpretato da John Carroll Lynch è probabilmente l’esempio più chiaro di ciò che American Horror Story: 13 vuole fare. La sequenza ambientata nella scuola per clown è grottesca, disturbante e visivamente perfettamente coerente con l’immaginario di Freak Show. Twisty sembra appartenere a un’altra storia. La sua presenza non appare ancora indispensabile alla vicenda di Ben e Mr. Nas e la sua storyline sembra essere costruita soprattutto per il piacere di riaprire una porta che gli spettatori ricordano molto bene.

Credits: Disney+

Il fan service, in sé, non è un problema. Anzi, in una serie come American Horror Story può essere persino una componente naturale della narrazione.

Dopo tredici stagioni, è inevitabile che il pubblico abbia sviluppato un rapporto affettivo con determinati personaggi, interpreti e simboli. Il ritorno di Constance, Cordelia o Twisty possiede quindi un valore emotivo che un personaggio completamente nuovo non potrebbe avere. La questione è capire cosa succede dopo il riconoscimento. Se un personaggio ritorna e la sua presenza modifica la storia, amplia la mitologia o assume un nuovo significato, la nostalgia diventa narrativa. Se invece ritorna soltanto perché il pubblico possa riconoscerlo, la nostalgia diventa il contenuto stesso.

Nei primi tre episodi AHS: 13 si trova in entrambe le situazioni. Il ritorno di Constance ha un peso concreto nella storia. Quello di Twisty, almeno per ora, sembra invece soprattutto una celebrazione della memoria dello spettatore. Lo stesso vale per diversi riferimenti disseminati nella narrazione. Alcuni aprono prospettive interessanti, altri sembrano semplicemente ricordarci che tutto questo appartiene allo stesso universo.


È quasi come se la serie fosse diventata consapevole del proprio fandom al punto da aver deciso di incorporarlo direttamente nella sceneggiatura. Il rischio, però, è evidente:. Guardati uno dopo l’altro, 13, 1:13 e Rauhnacht restituiscono infatti l’impressione di un unico racconto diviso in segmenti. Da una parte il ritmo ne beneficia. Non c’è quasi mai il tempo di annoiarsi e la serie passa rapidamente da un mistero all’altro. Dall’altra, però, manca spazio per sviluppare adeguatamente personaggi e situazioni.

Ben, per esempio, avrebbe bisogno di tempo per diventare più di un osservatore. Il rapporto con Mr. Nas potrebbe essere approfondito. Le motivazioni di Constance richiedono ulteriori spiegazioni. E i numerosi ritorni necessitano di una funzione narrativa che non sia semplicemente quella di ricordarci chi siano. La sensazione è che la stagione abbia moltissime idee ma pochissimo spazio per presentarle. E questo genera una strana contraddizione. American Horror Story 13 è una stagione densissima di eventi, ma allo stesso tempo lascia la sensazione che non sia ancora successo abbastanza.