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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Definire quella in cui viviamo L’epoca del true crime non è di certo la grande scoperta del giorno. Sono anni ormai (nel nostro Paese possiamo identificare la nascita del canale di Elisa True Crime come momento di partenza di un’onda che come uno tsunami ha colpiti un pubblico molto importanti) che conoscere i dettagli più particolari, scabrosi e spesso inquietanti delle storie di crimini realmente accaduti ha una forte presa sul pubblico. Sempre più voci tra podcast, YouTube e documentari sono disposte a raccontarcelo. Ma un conto è raccontarle col senno di poi e un altro è poterle vedere “live”, sviluppo dopo sviluppo. Ecco, The Widower: Finché morte non ci separi ci permette di fare proprio questo.
Distribuito da Netflix a partire da mercoledì 30 settembre, The Widower: Finché morte non ci separi è un documentario un po’ diverso dagli standard (vi lasciamo qui altri documentari crime da vedere sulla piattaforma). Spero mi perdonerete se d’ora in avanti comincerò a nominarlo solo con il titolo principale ma devo ammettere che il sottotitolo – che da un certo punto di vista non potrebbe essere più esplicativo di così – dà al documentario una nota paradossale e quasi ironica in contrasto con la storia raccontata. E quindi, a scanso di equivoci e della possibilità di confonderlo con l’omonima serie del 2014 (ispirata da un caso neanche troppo dissimile a quello di cui stiamo per parlare), sappiate che qui si parlerà solo di questo The Widower, il documentario che a due giorni dalla visione mi sta ancora facendo pensare.
Come ho già detto all’inizio di questa recensione, raccontare una storia non è come viverla mentre accade.
Ecco, la particolarità di The Widower è proprio questa: riesce a fare entrambe le cose. Ci racconta una storia e ci porta all’interno del racconto, nei momenti in cui ha assunto i contorni che ora vediamo ben netti e definiti. Contorni che però così non sono sempre stati. La storia raccontata e vissuta è quella di Thomas Randolph, un uomo ritenuto magnetico da alcuni e terrificante da altri. Una personalità controllante, spesso infedele, soggetta a problemi di dipendenze. Un uomo che non esitava a chiedere a chi gli stava attorno favori a dir poco particolari. E, certamente, al quale tante persone hanno faticato a dire di no.
La storia di Thomas Randolph è fatta di tanti elementi appartenenti allo stesso puzzle eppure non sempre in grado di combaciare perfettamente. Randolph ha vissuto in diversi Stati, cambiato infiniti tagli di capelli, abitato in molteplici contesti e spaziato tra altrettante amicizie. Soprattutto, è stato sposato nell’arco di trent’anni con sei donne diverse, ognuna delle quali aveva un’assicurazione sulla vita di cui lui era beneficiario. E, ciò che più di ogni altra cosa lo rende il protagonista della storia che stiamo per raccontare, ben quattro delle sue sei mogli sono morte, in circostanze differenti e non sempre chiare.
È dalla morte di Sharon, la sua ultima moglie, che il racconto di The Widower prende corpo.
Sharon muore nella casa che condivideva con Tom, colpita da un colpo di pistola. A spararlo – almeno in teoria – è Michael Miller, una sorta di tuttofare che conosceva bene Tom Randolph e che – sempre in teoria – sembra essere entrato in casa per un furto finito poi in tragedia. Michael ha sparato a Sharon, e poi Thomas ha sparato a Michael: questa è in soldoni la versione dei fatti del protagonista di questa vicenda. Qualcosa però nelle dinamiche dell’omicidio non torna. E, portando avanti delle indagini più approfondite, gli investigatori capiscono che i punti in sospeso sono ben più d’uno. Per unirli tutti bisogna però tornare indietro di trent’anni.

È esattamente questo che facciamo nell’ora e mezza del documentario. A permetterci di farlo è la lungimiranza di due persone che grazie al loro intuito hanno fatto sì che la verità salisse a galla. Il detective Dean O’Kelley, fin dal primo momento dubbioso sulla versione dei fatti raccontata da Randolph, e il giornalista investigativo Dan Slepian, che lo segue con la sua telecamera per quasi vent’anni, sono i fautori di una narrazione fatta non solo a posteriori, ma anche mostrata attraverso le immagini girate dal giornalista nel tempo. Viaggi aerei, ricostruzioni, interviste a numerose persone e allo stesso Thomas Randolph: è così che The Widower ci permette di fare un viaggio nel tempo a ritroso, portandoci in lungo e in largo per gli Stati Uniti per ricostruire una storia in cui l’omicidio di Sharon non è l’unica morte sospetta a non quadrare.
Ricostruiamo insieme a Dean e Dan sei storie molto diverse che presentano però più di un elemento in comune.
Per capire chi è davvero Thomas Randolph dobbiamo tornare a Kathy, prima delle sue mogli, scappata appena in tempo e lei stessa a quanto sembra prima vittima mancata di quello che sarebbe diventato un doloroso circolo vizioso. Bisogna poi passare per Becky, Leona, Gayna e Francis per poi tornare di nuovo a Sharon, dove la storia matrimoniale di Thomas finisce e dove The Widower ha invece inizio. Le interviste realizzate negli anni da Dan a personaggi più o meno centrali nella storia – e mostrate nel documentario – ci permettono di ricostruire la vita di un uomo che per tutte le sue mogli è stato un pessimo marito, sempre meno fedele e più controllante.

Lo viviamo attraverso le parole di chi Tom lo ha vissuto come marito e di chi invece lo ha visto agire come amico. Per alcuni è un lontano familiare, per altri una persona sempre più centrale nella propria vita. Una persona che non ha alcun problema a chiedere ad amici di commettere un omicidio per lui, convinto che nulla possa fermarlo.
La verità però è che il racconto di The Widower va ben al di fuori della storia personale di Thomas Randolph.
Il documentario scoperchia una riflessione ben più ampia sulla giustizia, tanto concettuale quanto legale. Si fa specchio di un sistema che non sempre funziona e – quando lo fa – non è esente da tentativi ben riusciti di aggirarlo. La giustizia ingiusta esiste, perché quello che la riguarda è pur sempre un sistema creato da noi, e quindi fallibile. Ma vedere i due lati della medaglia – da una parte chi lotta per dare giustizia a qualcuno che ama e dall’altra chi si difende ben sapendo di poterla fare franca – muoversi nel tempo e nello spazio come se fossimo lì con loro, in balia di ciò che il sistema decreterà, tocca gli spettatori in modo profondo e inaspettato.
The Widower non è un documentario realizzato per dare risposte, ma per portare gli spettatori a farsi delle domande. Tanti dubbi restano sul piatto, tante questioni vengono toccate ma non analizzate nel profondo. Non vi dirò che fine ha fatto Randolph, se proprio volete potete leggerlo qui. Restiamo col dubbio su parecchi aspetti, ma una certezza non manca: tutto ciò che vediamo è fatto per portarci a immaginare un mondo in cui al posto della famiglia di Sharon ci siamo noi. Un mondo in cui non siamo solo spettatori, ma parte integrante del racconto. Un mondo difficile: quello in cui viviamo.






