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5 cose che non ci convincono delle nomination agli Emmy 2026

Sydney Sweeney nelle prime immagini della serie tv Euphoria 3, tra le serie tv in arrivo

2) Half Man

I protagonisti di Half Man
Credits: HBO Max

Anche qui, non ci siamo. Se c’è un dato che fa discutere tra le nomination agli Emmy Awards 2026, è il trattamento riservato a Half Man. La serie ha ottenuto esattamente una sola, più che merita, candidatura: quella a Richard Gadd come miglior attore non protagonista.
Questo crea un paradosso affascinante e, al tempo stesso, frustrante. La Television Academy ha riconosciuto il talento del suo non protagonista, ok. Ma ha deciso di ignorare l’opera nel suo complesso, escludendola dalla categoria dedicata alle Migliori Miniserie. Non si tratta del solito discorso sul “mancato coraggio” di fronte a produzioni più tradizionali. Il punto, qui, è un altro. Come si può celebrare un singolo ingranaggio di un orologio, per quanto perfetto, ignorando l’orologio stesso?

Il silenzio diventa ancora più assordante se guardiamo al percorso del suo creatore. Half Man arriva sulla scia del trionfo assoluto di Baby Reindeer, il progetto che ha consacrato Gadd agli occhi dei votanti. Eppure, quello che doveva essere il naturale prosieguo di un momento d’oro viene trattato quasi come un corpo estraneo.
Riconoscere l’attore senza riconoscere la serie non è un mezzo complimento, è un cortocircuito critico. E per Half Man, questo cortocircuito è l’esclusione più difficile da mandare giù di tutta la lista delle candidature.

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3) Industry

Emmy Awards 2026
Credits: HBO

Quarta stagione, seguito cult, acclamata dalla critica. Eppure, sfogliando le nomination agli Emmy Awards 2026, Industry resta invisibile. Non siamo più di fronte a un’esclusione occasionale, ma a un pattern. E un pattern di tale portata, inevitabilmente, ci dice qualcosa su chi lo compie, non su chi lo subisce.
Spesso si liquida la serie come l’erede di Succession, ma il paragone è riduttivo. Se la saga dei Roy ha sdoganato il dramma sul capitalismo dinastico, Industry racconta quello stesso mondo, tossico ed eticamente corrotto, da un’angolazione molto più giovane, sporca e contemporanea. È il capitalismo visto dalla trincea dei ventenni, non dai piani alti.

Come è possibile che una serie così solida e definitiva per il suo genere continui a essere ignorata? La risposta sembra risiedere in una certa rigidità nel riconoscere il prestigio televisivo. L’Academy ama il potere quando è patinato, quando indossa abiti di alta sartoria e si muove in uffici di vetro e acciaio. Fatica, invece, a riconoscere il potere quando è caotico, sudato e urlato sui pavimenti di una trading floor.
Industry merita di essere celebrata. Non per quello che ricorda, ma per quello che è: il ritratto più autentico e spietato dell’ambizione moderna.

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