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Half Man ha consacrato definitivamente il talento di Richard Gadd – La Recensione finale di una serie potentissima

Richard Gadd e Jamie Bell in una delle scene migliori di Half Man

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su Half Man!!

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Non poteva finire bene Half Man. C’erano tutti i presupposti perché arrivasse un finale traumatizzante, feroce, spigoloso, frammentario, sospeso. Un finale che ci ricordasse la potenza disturbante della narrazione di Richard Gadd, il suo essere così penetrante e tagliente da metterci in allarme per tutta la durata della visione. L’episodio finale di Half Man ci ha portati a quella conclusione inevitabile alla quale conducevano tutti i frammenti intravisti negli episodi precedenti. Non è solo una questione di coerenza narrativa e punto di arrivo di un racconto. Il finale di Half Man non è un approdo, è uno schianto. Un bell’impatto violento contro tutte quelle emozioni scomode e spiacevoli che ci hanno accompagnato negli episodi precedenti.

Il ritorno sulle piattaforme (stavolta HBO Max) di Richard Gadd non poteva essere una passeggiata. È più una sorta di lugubre fiaccolata che prova a far luce sulle ferite più oscure della coscienza. Una coscienza ferita, oltraggiata, messa in ombra da comportamenti non sempre spiegabili con le parole. Sicuramente, non con parole semplici. Perché di semplice, nel modo di raccontare di Richard Gadd, non c’è proprio niente. I suoi sono lavori che non bilanciano l’alternanza di toni, che non danno respiro, che non concedono pause e che non mirano all’intrattenimento. Sono bocconi amari da mandar giù, che restano congestionati sulla bocca dello stomaco, creando un forte senso di fastidio all’altezza del petto. Lo avevamo già sperimentato con Baby Reindeer, una miniserie molto personale che aveva esplorato temi complessi come quello dello stalking, delle dipendenze affettive e degli abusi sessuali.


È stata una serie tv sconcertante, che ci ha induriti e ammorbiditi allo stesso tempo.

Half Man
Credits: HBO

Perché ha raccontato una storia vera con un’autenticità impressionante e perché ha scoperto le fragilità umane disarmandoci completamente. Half Man non fa niente di diverso. Riprende in tutto e per tutto lo stile di Gadd. La brutalità di certe immagini ha lo stesso effetto sconcertante che avevano alcune sequenze di Baby Reindeer. E non è neanche la violenza fisica a farci impressione (come avevamo già detto nella recensione al primo episodio). Sono piuttosto i traumi psicologici, i sommovimenti interiori e la violenza implicita a destabilizzarci.

Half Man è la storia di due fratelli. Non due fratelli di sangue e neppure fratellastri: “due fratelli di madri diverse“, ossia figli di due donne gay che cercano di tenere insieme una sgangherata famiglia. Sono, i due fratelli, l’uno l’opposto dell’altro. Niall è un ragazzino timido cresciuto tra mille complessi, Ruben un ragazzaccio più grande abituato a risolvere qualsiasi questione con la violenza. Niall è intelligente, sensibile, perennemente insicuro. Gli piacciono i ragazzi, ma non riesce a confessarlo neppure a se stesso. Nega i propri sentimenti, li seppellisce sotto una spessissima coltre di bugie e vive da spettatore della propria vita, senza avere mai il coraggio di fare le scelte che lo renderebbero felice. Ha un grandissimo potenziale, che gli apre le porte di Oxford, ma poi lo spreca completamente, incapace di fare chiarezza nella propria vita, bloccato sui suoi traumi.

Ruben di talenti invece ne ha pochi.

A scuola è stato sempre bocciato. Dal punto di vista lavorativo non ha combinato nulla e tutti i suoi rapporti diventano sempre complicati. Sua madre dice che ha una malattia, dalla quale non riesce a sfuggire: la rabbia. Una rabbia incontenibile, violenta, che cresce poco alla volta fino a esplodere in gesti terribili. Finisce in prigione per aver pestato un compagno di corso di Niall. Cerca di rimediare, ma poi ci ricasca. Puntualmente ci ricasca. Si fa tredici anni di prigione e prova a riemergerne come uomo cambiato. Ha un lavoro, una ragazza, uno stipendio con sei cifre. Ha fatto volontariato con i bambini e vuole provare a essere una persona migliore. Soprattutto per sua madre, malata di cancro.


Ma la sua è una rabbia inestirpabile, che ha radici molto profonde. Quasi ammazza di botte un uomo, solo perché Niall gli fa credere che ci abbia provato con la sua donna. Finisce un’altra volta in prigione, da recidivo. La sua vita è un inferno e le fiamme di quello stesso inferno le porta anche nelle vite degli altri. Gli episodi di Half Man intrecciano costantemente il destino di questi due fratelli di madre diversa. Niall è terrorizzato dalla figura di Ruben, ma ne è anche sinistramente attratto. Prova per suo fratello sentimenti contrastanti, che lo portano a mettere sempre tutto in discussione. Ogni scelta, ogni decisione importante, risente dell’influenza di Ruben. Anche i suoi timori nel dichiarare la propria omosessualità sono legati al tipo di reazione che potrebbe avere Ruben.

Ma non è solo terrore quello che Niall prova per suo fratello.

C’è anche altro: segreta attrazione, affetto sincero, persino ammirazione. E invidia, uno dei sentimenti più subdoli che si impossessano dell’animo umano. Invidia per quello che Ruben è diventato pur essendo un disastro totale. Lui, con tutti i suoi problemi e la tendenza a rovinare sempre tutto, è riuscito a cambiare, mentre Niall no. Ruben prova ad andare avanti, Niall resta bloccato. Allora cerca di distruggerlo, di colpirlo subdolamente nei suoi punti fermi più cari. Half Man non è una storia di buoni e cattivi. Non si riesce a scegliere il personaggio preferito. Non è una serie in cui ci si schiera, perché non c’è uno che persegue un fine giusto e uno che persegue quello sbagliato. I protagonisti sono due uomini psicologicamente devastati, che assumono comportamenti inspiegabili, che hanno origini molto più profonde.


I turbamenti dell’animo umano non rendono i personaggi più empatici o più commoventi. Li rendono solo più autentici, di una autenticità che non porta a fare il tifo per loro, ma che ce li fa solo osservare da lontano, con una punta di angosciante tristezza. Non ci sono filtri a smorzare l’urto: tutto ciò che loro provano, lo avvertiamo come una ginocchiata in pieno petto. Quel dolore ci resta addosso per un po’, impedendoci di restar seduti comodi davanti allo schermo.

Ci sono almeno un paio di scene di altissimo tenore narrativo, in Half Man.

Half Man
Credits: HBO

Il confronto in ospedale tra Niall e Ruben e l’ultimo dialogo in prigione, nell’episodio finale, sono i momenti più alti di questa serie, nonché esemplari rari di una televisione di qualità vera, difficile da reperire in prodotti che cercano sempre più l’intrattenimento sacrificando, a volte, l’autenticità. Qui l’autenticità è una cosa che fa male, ma è anche il frutto di una sceneggiatura profonda, schietta, intelligente e forte. Half Man sembra una serie ambientata nella coscienza. La scenografia circostante ha poca importanza, se non per la resa cromatica. Tutto avviene in una dimensione sospesa tra subconscio e psiche repressa, dove sono le parole a contare. I silenzi, i gesti, le esplosioni di ira e i muscoli paralizzati dalla paura.

È un’esperienza destabilizzante, la visione di Half Man. Esattamente ciò che ci aspettavamo da un autore come Gadd dopo il suo successo su Netflix. Lui stesso interpreta la versione adulta di Ruben, con momenti di straziante coinvolgimento emotivo. Ma tutto il cast – piuttosto ridotto – fa un lavoro enorme. Jamie Bell è Niall da grande, mentre Mitchell Robertson e Stuart Campbell sono le versioni giovani dei due protagonisti. Per una serie tv che punta tutto sulla profondità psicologica dei suoi personaggi, bastano pochi interpreti perfettamente centrati sulla parte per ottenere l’effetto desiderato. E il cast di Half Man è praticamente perfetto.


Lo sviluppo della trama è irregolare. Ogni episodio si apre con una scena dal presente, al matrimonio di Niall. Poi la narrazione fa un lungo salto temporale indietro e ci mostra tutta la storia dall’inizio.

Riusciamo così a farci un’idea specifica dei trascorsi dei protagonisti. Ma, nonostante ciò, Gadd ci lascia una sensazione di frammentarietà (soprattutto nel finale). Come se volesse dirci che quello raccontato da Half Man è solo un pezzo della storia, una mappa con cui leggere i personaggi e – ancora più in generale – l’animo umano. Le persone sbriciolano se stesse fino a perdere completamente una parte di sé. Da certi traumi, da certe insicurezze, da certi desideri nascosti, si riemerge dimezzati. Come, appunto, mezzi uomini. Promosso dunque a pieni voti il secondo lavoro televisivo di Richard Gadd (finito infatti nella top10 del mese), che è già uno degli autori più interessanti del panorama seriale contemporaneo.