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5 motivi per cui le serie tv italiane non funzionano all’estero

2) TERENCE HILL, IL PRETE FORESTALE – Si prenda un figaccione del Far West anni Sessanta e lo si trasformi in un prete impiccione con Dio nel cuore e Jessica Fletcher nel sangue. Fatto? Bene, il passo successivo è prendere lo stesso prete, trasferirlo da Gotham City (ah, non era Gubbio?) a San Candido, un candido paesino alpino che più candido non si può, ed il gioco è fatto: la Rai ha due fiction di grande successo al costo di una e mezzo. Le due serie citate (“Don Matteo” e “Un passo dal cielo”) mostrano chiaramente la tendenza standardizzante di buona parte delle serie tv italiane. Ottimizzare gli investimenti per ottenere il massimo risultato è possibile: si punta su un format testato più volte, ci si rivolge al solito pubblico (gli over 60, i più legati ai primi cinque pulsanti del telecomando) e si vince la sfida poco ardita. In Italia. All’estero no, se non in qualche occasione (“Don Matteo” è stata esportata in Polonia e Russia), quasi mai nei Paesi leader delle serie d’altissima qualità (Inghilterra e Stati Uniti). Al diavolo l’arte: una tv generalista italiana proporrà sempre un prodotto generalista, rassicurante e garanzia di successo per la cessione degli spazi pubblicitari (apparecchi acustici, dentiere, l’8 per mille alla Chiesa Cattolica). Se la fiction funziona, la si sfrutta fino a riproporre i soliti filoni narrativi per cinque, sei, dieci stagioni (un rapporto sentimentale al limite dell’incesto tra due fratellastri, giusto per fare un esempio). Aaron Ariotti, sceneggiatore di diverse fiction italiane, affermò, in un’intervista pubblicata due anni fa dal portale Vice.com, di aver chiesto ad un dirigente Mediaset se avrebbe mai prodotto una serie su una famiglia di becchini (chiaro riferimento a “Six feet Under”). La risposta fu: “Ma neanche per sogno”. Già, un sogno.

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