Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →Ci sono serie tv e Serie Tv. Ci sono quelle da guardare tra un’incombenza e l’altra, da compagnia. E ci sono quelle che ti prendono per mano per portarti in un mondo diverso dal tuo ma che in qualche modo gli somiglia. Ci sono serie che vogliono intrattenere, far passare il tempo, e quelle che invece vogliono innestare nella testa un pensiero, un’idea, una riflessione. Non c’è una categoria migliore dell’altra, ci sono solo bisogni diversi dello spettatore e intenti diversi del prodotto. Storia della mia famiglia, tornata il 10 giugno su Netflix con la seconda stagione, appartiene alla seconda categoria. Una serie che il semino della riflessione lo pianta e corre il rischio di innaffiarlo a suon di lacrime.
Se avete visto (e spero apprezzato) la prima stagione, sapete che questa serie è stata in grado di fare una cosa per niente scontata: parlare di uno dei temi più complessi che ci siano – la morte, la chiusura definitiva di ciò che è – con una dolcezza che fa commuovere e una leggerezza che fa sorridere. Ed è giusto che sappiate fin da subito, prima ancora di procedere con la lettura, che la seconda stagione non ha perso il suo tocco. La capacità di far piangere e ridere assieme è quella che forse più di tutte ci permette di apprezzarla, ma soprattutto di sentirci come i protagonisti, tornando a quando un lutto lo abbiamo avuto anche noi.
Se avete visto (e spero apprezzato) la prima stagione, forse vi starete anche chiedendo: cos’altro avrà mai da raccontare una serie in cui la morte arriva subito e il lutto immediato lo abbiamo già visto? Il lutto che non è più una ferita aperta ma una cicatrice, che non si nota ma si sente ancora. E molto altro.
Storia della mia famiglia: quando c’è davvero bisogno di una seconda stagione

La vita ci colpisce, ci stravolge e si riavvolge sempre, qualsiasi cosa accada. Nella prima stagione di Storia della mia famiglia avevamo vissuto il dolore per la morte di Fausto, narratore dal passato di un presente sofferente. Avevamo lasciato Lucia, Valerio, Maria, Demetrio e i bambini in quel momento in cui dopo un lutto cominciamo a rimettere insieme i pezzi di qualcosa che si è rotto. Sappiamo che ricomporlo è doveroso, ma sappiamo anche che ogni pezzettino avrà una posizione diversa rispetto a quella di prima. La vita riprende la direzione della quotidianità e noi torniamo a sorridere in modo diverso, dobbiamo solo capire come. Qualcosa è cambiato e non può non sentirsi. È qui che abbiamo salutato i protagonisti, appena usciti dalla prima fase di un percorso – quello dell’elaborazione del lutto – più lungo di quanto sembri.
La strada che percorriamo dopo un lutto non è mai lineare. È fatta di alti e bassi che si ripetono come una sorta di montagna russa da cui non è possibile scendere. Ed è proprio a partire da questi alti e bassi che si struttura la trama della seconda stagione della serie. Un racconto che vede una famiglia che ormai già conosciamo e alla quale siamo già affezionati alle prese con le dinamiche della vita a un anno dalla morte di Fausto, qualche mese dopo il momento in cui li avevamo lasciati. Ognuna delle persone che compongono la famiglia ha cominciato a raccogliere i pezzi del suo coccio, a rimetterli insieme. Ma non tutti sono ancora nel nuovo posto che sono destinati a occupare.
Valerio ha preso in mano le redini della famiglia, facendo ciò che sente come sua responsabilità.
Lucia ha messo da parte la sua anima più volubile e ha cominciato a fare programmi di vita con Sergio, mentre fa da nonna e da qualunque altra figura serva ai suoi nipoti. Nipoti che sono due bambini cresciuti troppo in fretta, ognuno con i propri bisogni tanto che Libero, da sempre più vicino a sua madre, non potendo restare con lei a causa dei problemi che ha, vive in una casa famiglia nella speranza che Sarah torni a prenderlo. E come dimenticarsi di Maria e Demetrio, famiglia non di sangue ma certamente di cuore. Lei rientra dal Chapas con un paio di sorpresine; lui è sempre lì sospeso tra ciò che vuole e ciò che crede di dover volere.

Se nessuna famiglia è perfetta, quella protagonista di Storia della mia famiglia supera la media nazionale delle difficoltà familiari. E il carico da 11 si aggiunge con il rientro a Roma di Gaetano, padre nominato ma mai visto nella prima stagione interpretato da un Sergio Castellitto che si integra alla perfezione con il resto del cast, infilandosi nella folle danza già ballata da Vanessa Scalera, Massimiliano Caiazzo, Eduardo Scarpetta, Cristiana Dell’Anna e tutti gli altri.
Lui, un padre mai presente e fonte inesauribile di traumi per i suoi figli, si rifà vivo ora che uno dei due non c’è più, portando a galla una serie di rancori passati ma ancora vivi. Rancori che, nell’anniversario della morte di Fausto, sono più che mai dolenti. Lo conosciamo nel primo episodio e già nel secondo ci sembra che sia sempre stato lì, insieme agli altri, così diverso da loro eppure ugualmente problematico e altrettanto sofferente.
Gaetano porta in Storia della mia famiglia un nuovo modo di vivere e guardare il mondo
La sua leggerezza, tanto coerente con ciò che ammiro della serie, è talmente forte da diventare fastidiosa. Gaetano è egoriferito, vive in un mondo tutto suo di cui è protagonista indiscusso, preso com’è tra un guaio e l’altro. A primo impatto sembra che per lui le relazioni umane siano un gioco o poco più. Pare non rendersi conto delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto e continuano ad avere sugli altri, e perciò continua a fare avanti e indietro dalle loro vite a piacimento. Lo guardiamo con sospetto e poi pian piano lo avviciniamo un po’ meglio. Non lo condividiamo, ma cominciamo a comprenderne le ragioni. E soprattutto cominciamo a comprendere che voler bene significa anche saper accettare le persone come sono e non solo come vorremmo che fossero, se le sentiamo parte della famiglia non che ci è toccata, ma che ci siamo scelti.

La seconda stagione di Storia della mia famiglia trova, anche grazie alla storia di Gaetano, lo spazio per approfondire temi che la prima aveva già accennato, ma che qui diventano il fulcro di un racconto ormai nella sua fase due. La fase di una quotidianità nuova. I sei episodi della stagione sviscerano il concetto di paternità in una veste diversa rispetto a come avevano fatto quelli della prima. Non si focalizzano sui diversi modi di essere padre ma sul vedere questo ruolo come qualcosa che non capita, ma si sceglie ogni giorno. Quando paternità biologica e paternità viva e quotidiana non coincidono, a fare la differenza è la voglia di esserlo, un padre. La voglia di esserci per i propri figli, di crescere con loro, di sbagliare e fare bene per loro.
E tutto questo ci riporta al titolo di questa recensione, dove tutto è cominciato.
La paternità di Gaetano – e non solo quella, ma ho volontariamente reso questa recensione più spoiler free possibile, perché credo nell’importanza di godervela pienamente, questa serie – diventa uno dei modi per raccontare il più ampio concetto di famiglia. Un concetto che diventa, insieme all’elaborazione del lutto, il fulcro della serie stessa.
Quante volte ci siamo sentiti dire che la famiglia capita, mica si sceglie? Niente di più falso. Famiglia sono madre e figlio che fanno fatica a esprimere il loro grande amore a parole. Famiglia è un padre che ama il suo bambino senza sentire il bisogno di condividere con lui il DNA. È un gruppo di amici che si sono persi e poi ritrovati, è un amore che fatica a sbocciare ma poi comincia a ballare senza fermarsi più. Ed è anche l’unione di tutte queste persone che si mettono insieme per dare amore a due bambini che stanno crescendo lontani dai propri genitori. Famiglia è un accrocco d’amore, folle e bellissimo. E io questa recensione di Storia della mia famiglia 2 la voglio chiudere così, con un invito a guardarla se non lo avete ancora fatto. Vi farà bene al cuore.




