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Insidious: Fuori dall’Altrove – La Recensione: il difficile mestiere di spaventare ancora

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C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che una saga costruita attorno a una porta abbia continuato, per quindici anni, a cercare nuovi modi per attraversarla. Insidious: Fuori dall’Altrove arriva al cinema con una domanda implicita che pesa più di qualsiasi demone: cosa può ancora raccontare un universo che ha già esplorato quasi tutte le possibili combinazioni tra case infestate, possessioni, viaggi astrali, traumi familiari e creature provenienti da un’altra dimensione? La risposta di Jacob Chase è interessante proprio perché non prova semplicemente a riaprire una porta che conosciamo. Prova a cambiare il senso di ciò che c’è dall’altra parte. Il sesto capitolo della saga cambia famiglia, cambia protagonista e cambia regista, ma non rinuncia all’elemento che ha sempre costituito il cuore della mitologia di Insidious: l’Altrove, quello spazio liminale popolato dalle anime perdute e dalle presenze che possono raggiungere il nostro mondo.

Amelia Eve (curiosità sull’attrice) interpreta Gemma, una giovane madre che vive con la figlia nella casa in cui è cresciuta e che scopre di possedere una capacità tutt’altro che ordinaria. Gemma può infatti entrare nell’Altrove, ma soprattutto può riportare nel mondo reale ciò che appartiene a quella dimensione. Ebbene, questa è la premessa ufficiale del film e rappresenta il tentativo più evidente di Fuori dall’Altrove di non essere semplicemente un altro capitolo della stessa storia. Il problema è che, quando una saga arriva al sesto episodio, non basta cambiare la famiglia Lambert con una nuova, né introdurre un nuovo demone perché tutto sembri improvvisamente diverso. La vera sfida è capire se le nuove possibilità narrative siano sufficienti per restituire significato a un universo che il pubblico conosce già. Ed è proprio qui che Insidious: Fuori dall’Altrove si trova a metà strada tra il desiderio di rinnovamento e la rassicurante ripetizione.


Il lavoro di Jacob Chase in Insidious: Fuori dall’Altrove

Il regista di Come Play conosce bene l’horror fondato sulla presenza invisibile, sull’invasione dello spazio domestico e sulla paura che qualcosa di apparentemente immateriale possa trasformarsi in una minaccia concreta. Non sorprende quindi che il suo Insidious abbia una certa attenzione per gli ambienti, per le prospettive distorte e per quelle situazioni in cui un luogo quotidiano smette progressivamente di essere rassicurante. La regia cerca soprattutto di valorizzare la dimensione fisica dell’orrore, difatti, l’Altrove non è più soltanto un luogo nel quale i personaggi rischiano di perdersi, ma diventa qualcosa che può contaminare concretamente la realtà. Ed è probabilmente questa la trovata più interessante del film. Perché Insidious ha sempre funzionato attraverso una separazione. Da una parte c’era il nostro mondo, dall’altra l’Altrove. Il terrore nasceva proprio dal momento in cui quella separazione diventava fragile.

Fuori dall’Altrove prende questa idea e la porta alle estreme conseguenze: se gli esseri dell’Altrove possono essere trascinati dall’altra parte, allora non esiste più un vero luogo sicuro. La porta non è più soltanto un passaggio che bisogna evitare di attraversare. È diventata una strada a doppio senso. Questo permette al film di costruire alcune delle sue immagini più riuscite e, soprattutto, di giocare con un concetto che appartiene alla tradizione stessa della saga: il terrore (ecco le serie più paurose) non nasce necessariamente da ciò che non vediamo, ma dalla consapevolezza che ciò che non dovrebbe essere qui potrebbe improvvisamente comparire davanti a noi. È un principio semplice, ma ancora efficace. Il limite è che Chase non sempre riesce a trasformare questa idea in una vera evoluzione del linguaggio della saga.

Come viene costruita la paura?

Alcune recensioni hanno apprezzato la componente visiva e la capacità del film di costruire sequenze inquietanti, mentre altre hanno sottolineato come la struttura rimanga sostanzialmente ancorata alla formula tradizionale di Insidious. DiscussingFilm, per esempio, considera il film un capitolo visivamente inventivo e capace di introdurre elementi utili a un nuovo inizio, pur riconoscendo quanto rimanga vicino ai meccanismi già sperimentati dalla saga. Ed è una contraddizione che attraversa praticamente tutto il film. Insidious: Fuori dall’Altrove vuole essere nuovo senza voler diventare davvero diverso. Lo si vede soprattutto nella scrittura della paura. Chase conosce perfettamente i tempi dell’horror commerciale contemporaneo. Sa quando lasciare un’inquadratura apparentemente innocua per qualche secondo in più, sa come utilizzare il fuori campo e sa che il pubblico di Insidious non va al cinema soltanto per assistere a una storia soprannaturale, ma per aspettare il momento in cui qualcosa apparirà improvvisamente nello spazio dell’immagine.


I jump scare ci sono, anche numerosi, e alcuni funzionano proprio perché vengono preparati con sufficiente attenzione. Ma il problema dei jump scare, soprattutto in una saga arrivata al sesto capitolo, è che smettono facilmente di essere una sorpresa e diventano un linguaggio prevedibile. Lo spettatore sa già che qualcosa apparirà dopo un momento di apparente tranquillità, che la musica cambierà e che la macchina da presa insisterà su un corridoio, una porta, uno specchio o un angolo dell’inquadratura. E quando il meccanismo diventa riconoscibile, la paura lascia spazio all’attesa. Non ci si domanda più “cosa c’è lì?”, ma “quando apparirà?”. È una differenza enorme.

Una scena di Insidious: Fuori dall’Altrove (MYMovies)

Il primo Insidious di James Wan

Nel 2010, la prima battuta della saga riusciva a trasformare l’attesa in una forma autentica di inquietudine. Il film aveva una costruzione relativamente semplice, ma proprio quella semplicità permetteva alle immagini di sedimentarsi. Il terrore era spesso associato alla possibilità che qualcosa potesse essere già presente senza che i personaggi se ne rendessero conto. Era una paura domestica, quasi infantile, costruita attorno all’idea che la casa non fosse più completamente nostra. Fuori dall’Altrove eredita quella grammatica, ma deve confrontarsi con il fatto che oramai la conosciamo fin troppo bene. Per questo, il film dà il meglio di sé quando prova a spostare l’attenzione dal semplice spavento alla dimensione emotiva della sua protagonista. Di fatto, Gemma non è soltanto una donna perseguitata da un’entità soprannaturale. È una madre (qui l’evoluzione della madre nelle serie). E il rapporto con la figlia diventa progressivamente il centro emotivo del racconto.


È qui che il film si ricollega alla tradizione più interessante della saga, quella che ha sempre utilizzato il soprannaturale come manifestazione di un trauma familiare. In fondo, Insidious non è mai stato soltanto una saga di fantasmi, ma di famiglie. Famiglie che non riescono a proteggere i propri figli. Schiacciate dal peso del passato. Costrette a confrontarsi con qualcosa che non possono controllare e consapevoli che l’amore, per quanto potente, non è necessariamente sufficiente a cancellare ciò che è stato rimosso. Con Gemma il meccanismo cambia soltanto prospettiva. La maternità diventa una condizione di vulnerabilità, ma anche una fonte di forza. La protagonista non combatte soltanto per sopravvivere. Combatte perché sa che ciò che accade a lei potrebbe raggiungere sua figlia. È una dinamica che permette ad Amelia Eve di costruire una performance più solida di quanto il materiale narrativo, in alcuni momenti, riesca a valorizzare pienamente.

L’impattante performance di Amelia Eve in Insidious: Fuori dall’Altrove

Gemma non è una protagonista costruita come una nuova Elise, né una semplice sostituta dei Lambert. Ha una propria identità e soprattutto una capacità soprannaturale che apre possibilità differenti. La sua relazione con l’Altrove non è quella di una vittima passiva: la protagonista può attraversarlo e manipolarne, almeno in parte, le regole. Questo modifica la dinamica classica del franchise. Di fatto, qui la donna che dovrebbe essere terrorizzata dall’Altrove diventa contemporaneamente una delle poche persone capaci di interagire con esso. È un’idea che avrebbe potuto sostenere un film ancora più radicale. Ed è proprio qui che emerge una delle occasioni parzialmente mancate di Fuori dall’Altrove. La nuova mitologia viene introdotta, ampliata e sfruttata, ma raramente raggiunge le conseguenze più interessanti che sembrerebbe promettere.

Se Gemma può davvero portare nel nostro mondo ciò che appartiene all’Altrove, allora le regole dell’universo di Insidious dovrebbero essere completamente sconvolte. Il confine tra vita e morte, corpo e spirito, realtà e dimensione ultraterrena dovrebbe diventare molto più ambiguo. Invece il film tende spesso a utilizzare questa intuizione come strumento per costruire nuove situazioni horror senza trasformarla fino in fondo in una vera rivoluzione narrativa. Anche il nuovo antagonista, Cyrus, interpretato da Sam Spruell, segue questa logica. La presenza di un nuovo volto demoniaco è fondamentale per evitare che il film viva esclusivamente sulla nostalgia dei capitoli precedenti. Tuttavia, la costruzione del personaggio non sempre raggiunge la forza iconica delle figure che hanno definito la saga. Cyrus possiede comunque una dimensione teatrale e una fisicità che lo rendono interessante, e Lin Shaye ha descritto il personaggio come una presenza carismatica come un villain shakespeariano.


Più conosciamo i demoni, meno fanno paura

Il Lipstick-Face Demon del primo film funzionava anche perché era un’immagine. Non avevamo bisogno di conoscere tutto di lui. Non avevamo bisogno di comprenderne la psicologia, la storia o le motivazioni. Bastava vederlo. Con il passare dei capitoli, invece, la saga ha progressivamente ampliato la propria mitologia e, nel farlo, ha trasformato alcune delle proprie creature in elementi riconoscibili di un universo condiviso. È inevitabile che il mistero diminuisca quando tutto può essere spiegato. Insidious: Fuori dall’Altrove tenta in parte di correggere questo problema introducendo nuove presenze, ma non rinuncia completamente al proprio archivio. Alcuni demoni già conosciuti tornano a fare capolino e, secondo una delle letture più interessanti emerse dalla critica, queste apparizioni funzionano meglio quando vengono percepite come una sorta di “casa degli orrori” della saga piuttosto che come semplice fan service.

Non a caso, il ritorno di Lin Shaye nei panni di Elise Rainier è probabilmente il gesto più rischioso e contemporaneamente più efficace dell’intero progetto. Elise è morta, ma Insidious non ha mai avuto un rapporto particolarmente rigido con il concetto di morte. La sua presenza nell’Altrove permette quindi al personaggio di continuare a essere parte della saga senza cancellare ciò che era accaduto nei capitoli precedenti. E soprattutto permette a Fuori dall’Altrove di conservare un legame con il passato senza dover ricostruire nuovamente la famiglia Lambert. Così, Lin Shaye porta con sé qualcosa che il nuovo cast inevitabilmente non possiede: memoria. Ogni volta che Elise compare, stiamo guardando la storia stessa della saga che torna a galla. È una presenza che rassicura e inquieta contemporaneamente, perché Elise appartiene al mondo dei vivi e dei morti (ecco le morti più dolorose delle serie), alla conoscenza e al mistero.

Gemma: protagonista di Insidious: Fuori dall’Altrove (Cinematografo)

Insidious: Fuori dall’Altrove non è un fallimento

È un film che comprende perfettamente i meccanismi della saga e li utilizza con una certa competenza, ma che raramente ha il coraggio di distruggerli. Più interessante quando osserva i propri personaggi che quando cerca semplicemente di spaventarli. È più convincente quando utilizza l’Altrove come metafora del trauma e della trasmissione del dolore che quando lo trasforma nell’ennesimo parco giochi per creature soprannaturali. Anche la critica sembra essersi divisa esattamente su questa linea. Da una parte ci sono recensioni che riconoscono al film un certo rinnovamento. Rotten Tomatoes, raccogliendo le prime reazioni, ha evidenziato proprio la presenza di numerosi jump scare, qualche sorpresa comica e una storia considerata funzionale. Alcuni critici hanno inoltre apprezzato la componente visiva e la capacità di Chase di costruire set piece efficaci, riconoscendo al film una discreta capacità di divertire e inquietare.


Dall’altra parte, però, troviamo giudizi molto più severi. The Guardian considera il film vittima della stanchezza creativa della saga, sottolineando come la mitologia sempre più complessa finisca per appesantire il racconto e come gli spaventi risultino spesso meno incisivi rispetto al passato. IndieWire è ancora più drastico e lo descrive come un capitolo poco ispirato, arrivando a mettere in discussione la necessità stessa di continuare il franchise. Anche la stampa italiana si muove su coordinate simili. BadTaste parla di un film che cambia famiglia e regista ma non modifica davvero la sostanza, evidenziando il rapporto con una formula ormai ripetitiva. In definitiva, Insidious: Fuori dall’Altrove non è il nuovo inizio che la saga avrebbe potuto meritare. È, piuttosto, un nuovo tentativo di sopravvivere a se stessa. Per tornare davvero a fare paura, avrebbe bisogno non soltanto di un nuovo mostro, ma di un qualcosa di nuovo da scoprire.