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BoJack Horseman 6×15 – Un’ultima danza con le ombre dell’assenza

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*Attenzione questo articolo contiene spoiler della 6×15 di BoJack Horseman.

Si dice che l’attimo prima di morire ti passi davanti agli occhi tutta la vita. Gli amori, la famiglia, gli amici. Come in una sorta di distorsione spazio-temporale riviviamo in un battito di ciglia tutte le esperienze e le emozioni che ci hanno segnato. I traumi, i dolori, le delusioni, le paure. Ma anche i sogni, le speranze, gli affetti che ci hanno fatto stare bene.

E si dice che qualcosa di parzialmente simile accada più o meno ogni notte, quando chiudiamo gli occhi per addormentarci. Il nostro cervello rielabora la nostra quotidianità e la nostra vita per rimpacchettarle e distorcerle in una serie di immagini e suoni che emergono nei nostri sogni.

Bojack-Horseman

Nel mezzo, quel momento oscuro e misterioso in cui il nostro subconscio rielabora tutto ciò sulla soglia della morte. Alla disperata ricerca di una risoluzione che dia un senso a tutta la vita che ci stiamo lasciando alle spalle. BoJack Horseman in questo non rappresenta un’anima poi tanto unica. Anzi il suo bisogno rappresenta quanto di più comune vi sia al mondo: la necessità di capire, anche solo in parte, il significato della vita. Perché diavolo siamo stati messi su questa Terra se davvero non si tratta solo di una sequela di dolore e sofferenza su fugaci momenti di felicità.

Forse è questo il senso che Raphael Bob-Waksberg ha voluto dare a una delle più belle puntate di BoJack Horseman. Forse è la sua personale visione di quello stato in bilico tra la vita e la morte. O forse entrambi. Ma una cosa è certa: la 6×15 ci offre un’ultima straziante finestra per osservare l’animo di BoJack e chiudere il cerchio.

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BoJack Horseman ha vissuto un’esistenza castrata dai suoi traumi prima e dai suoi errori dopo. Il dolore e i sensi di colpa che ne sono seguiti lo hanno portato – nonostante gli infiniti sforzi per cambiare – a finire a testa in giù in quella piscina. Hanno fatto parte della sua vita a tal punto da perseguitarlo come in un vero freak show persino alle porte di ciò che è venuto dopo.

Così lo ritroviamo a cena con i fantasmi del suo passato. Proprio come nel suo sogno ricorrente. Seduto a tavola con sua madre, l’elegantissima Beatrice, avara di affetto materno ma non di battute al vetriolo. Con il giovane zio Crackerjack, origine del cancro che ha infettato la famiglia di BoJack sin dalla radice. Una verità simboleggiata con forza dall’emozionante performance messa in scena dai due poco dopo.

Ci sono poi Sarah Lynn, Herb e Corduroy, collega – suicida per errore – sul set di Secretariat. Ognuno di loro ha rappresentato uno squarcio nell’integrità morale di BoJack Horseman capace di consumarlo pian piano fino all’osso.

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E a tale banchetto introspettivo non manca di unirsi lui, il padre di BoJack, confuso nella figura di Secretariat. Ossia il padre putativo del piccolo BoJack (seppur fisicamente assente) che, non potendo godere dell’amore paterno, ha visto nel suo idolo l’unica fonte di saggezza da cui attingere esempio e speranza.

Nella visione che il suo subconscio ha rielaborato per lui – come specifica Herb – BoJack Horseman siede così a capotavola circondato dai fantasmi della sua vita. Riuniti insieme in un’ultima inconsapevole danza.

La stessa di cui parla Zach Braff, presente in questo sogno come antitesi di BoJack Horseman nel firmamento delle stelle di Hollywood.

“La perdita è un’arte interattiva tra le persone che ci lasciano e quelli che restano. Danziamo con le ombre della loro assenza.”

E proprio in questo modo lo spirito di BoJack Horseman parla, si confronta e danza con le ombre di chi lo ha lasciato, per un ultimo disperato tentativo di trovare un senso alla sua esistenza e alla morte stessa. Di misurare in qualche modo il valore dell’eredità morale che lascerà in questo mondo una volta abbandonato.

Sarah Lynn

Ci troviamo così nel bel mezzo di un incredibile dibattito morale tra i più disparati sistemi della vita terrena. La volontà di vivere per compiacere nessun’altro che se stessi. La soddisfazione e la realizzazione di un’esistenza votata agli altri, o meglio al donare se stessi agli altri. La ricerca del piacere, dell’approvazione universale, dell’idolatria. O la semplice vita al servizio di un dovere da ottemperare.

Ognuno dei commensali ha vissuto secondo una di questa linee per poi scoprire un’amara verità: la morte non richiede quest’informazione al momento del check-in. E come nello show sul palco della vita, poco dopo, non importa quanto bene si sia danzato, cantato o fatto del bene per gli altri durante il proprio tempo sulla Terra. La morte avvolge tutti nella propria vuota oscurità, nello stesso inesorabile modo. Ma allora qual è il senso della vita?

Per Herb è “Machu Picchu”. O meglio quel momento in cui un uomo realizza che nonostante le difficoltà la vita ha così tanto da offrire. “Machu Picchu” è quel momento in cui si raggiunge la più serena delle consapevolezze: la pace interiore. La pace con se stessi.

Per Butterscotch/Secretariat invece è tutta un’ostentazione di approccio zen forse tipica degli artisti. Quelli che passano la loro vita a fare cose alternative e ad arrovellarsi il cervello sulla ricerca di un senso da dare alla vita solo per poter dire a se stessi di averlo trovato. Come se si potesse ottenere così fosse una targa da mettere nella credenza dell’argenteria in salotto.

Un approccio cinico, arrabbiato, eppure così vero se lo si vede in ottica umana e realistica come la serie ha sempre voluto – nonostante di “umano” i suoi personaggi avessero ben poco. Perchè nonostante i bei discorsi, la retorica e le razionalizzazioni di quello che è stato e delle sue ragioni, chiunque, potendo, tornerebbe indietro per rifare delle cose.

E allora il senso della vita per il padre di BoJack Horseman diventa così tristemente lineare: la semplicità di quegli affetti, di quelle opportunità, di quegli attimi di vita di cui avrebbe dovuto curarsi di più.

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Quella semplicità che ora si scontra con il rimpianto perpetuo di non aver detto in tempo tutto ciò a suo figlio. Il rimpianto di aver mancato quest’occasione in vita che, proprio come la sua figura, si mescola al rimpianto straziante di Secretariat di non aver avuto l’occasione di vedere poco prima, quando era ancora in tempo, il cammino a metà strada tra la vita e la morte.

Una visione simile a quella che invece sta avendo ora BoJack Horseman. La veduta consapevole di una soglia che separa il dolore, le domande, la ricerca che fanno parte di quel maledetto senso dell’esistenza, dal nulla. Ovvero la porta che divide la follia della vita, dall’oscurità del nulla che accompagna la morte.

E in un ultimo disperato tentativo di capire se stesso e la sua esistenza, a metà strada tra il respiro e il battito che si ferma, la risoluzione di BoJack è una presa di coscienza molto più semplice di quanto potessimo aspettarci.

Ossia che la vita sarà pure uno spettacolo grottesco, a volte privo di senso, ma è proprio in questo adrenalinico andirivieni di pieghe insensate che risiede il nostro attaccamento all’esistenza. Proprio quella che è fatta di presenze, di carne, e parole che a volte sì, odiamo! Ma che al momento della verità, non ce la sentiamo di lasciar andare.

Quella di BoJack è la presa di coscienza che accetta come nonostante il dolore, la pesantezza del vivere e quel desiderio latente di morire, quando sul cammino a metà strada tra la vita e la morte si comprende tutto ciò, si vorrebbe aver visto quella strada un po’ prima. Si vorrebbe tornare indietro per dire quello che si sarebbe dovuto ammettere molto tempo prima e non si è fatto. Com’è toccato all’eterea figura di suo padre. Perchè tutti a volte vorremmo morire. Ma quando poi ci siamo quasi, ci ricordiamo di quanto disperatamente vogliamo ancora vivere.

E così, sulla soglia dell’inevitabile fine a cui la sua autodistruzione lo ha portato, si consuma l’ultimo spettacolo della sua esistenza. Quello in cui non v’è però più spazio per le scuse, per i rimpianti, per i rimedi o le redenzioni. Ma solo per un’ultima danza di ritorno sul palco della vita.

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Written by Cinzia Bevilacqua

Ad una realtà di numeri ne preferisco una fatta di lettere. Tuttavia sopravvivo con la prima, ma vivo della seconda.

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