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È possibile provare empatia per Patty Bladell?

Insatiable

Patty Bladell vuole vendetta. Per le ingiustizie e per le prese in giro, perché la bellezza in realtà non basta e il mondo deve pagare per averla fatta soffrire. Questa è la protagonista di Insatiable, che ha fatto abbattere sulla serie cascate di accuse, riversatesi poi in una petizione per sospendere la messa in onda della dark comedy di Netflix. Ma la serie ce l’ha fatta fino alla seconda stagione, nonostante la montagna di trash, gli espedienti narrativi improbabili e il modo talvolta discutibile con cui ha portato sullo schermo alcune tematiche. E pian piano la semplice storia di rivalsa di una ragazzina è diventata la parabola di una serial killer, che ha trovato nel sangue la più dolce delle rese dei conti.

Tra i riverberi delle paillette dei suoi abiti eleganti, Patty è riuscita a nascondere la sua vera natura agli occhi degli altri personaggi, ma non ai nostri.

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Non a noi, che siamo rimasti anche quando è calato il sipario e il sorriso tinto del rossetto più vivace si è trasformato in una risata macabra. Non a noi, che abbiamo osservato la giovane protagonista di Insatiable in ogni momento, pronti a cogliere ogni sua sfaccettatura. Non a noi, che abbiamo capito subito che per Patty Bladell non c’erano molte speranze: il narcisismo è sempre stato parte di lei.

Debby Ryan, infatti, ha prestato il volto a una ragazza più che problematica, con evidenti manie di protagonismo che, da un lato, le impediscono di fare qualsiasi cosa non sia utile per il suo tornaconto personale e, dall’altro, la rendono cieca di fronte a ciò che di buono fanno gli altri per lei. Troppo assorbita dal suo dramma personale, infatti, Patty fatica ad apprezzare veramente personaggi come Nonnie, da sempre al suo fianco e vittima dei suoi infantilismi.

Ma sarebbe troppo semplice se l’aspirante reginetta fosse solo questo. Solo un’assassina assetata di vendetta che risponde ciecamente al richiamo del sangue; solo una ragazzina che ha voluto rispondere al fuoco col fuoco, cercando non soltanto una rivincita morale nelle vittorie come reginetta di bellezza, ma anche una più concreta, pagata con la pelle e con la carne. Mindhunter – e l’ABC della psicologia – ci hanno addestrati meglio di così.

Ecco perché, pur odiando la protagonista di Insatiable, a volte siamo invasi da un senso di empatia nei suoi confronti.

Perché sì, provare empatia per una come Patty è possibile, se ci fermiamo a riflettere su alcuni stralci del suo vissuto. La dark comedy di Netflix, infatti, approfondisce vari aspetti della sua narratrice, indagandone anche la storia familiare: cresciuta senza un padre e con una madre spesso pronta ad abbandonarla per mesi, per seguire il fidanzato di turno, Patty ha fin da piccola sofferto della scarsa considerazione dei genitori, una condizione che, probabilmente, l’ha portata ad avere seri problemi di autostima, poi acuiti dal bullismo dei compagni. L’infanzia travagliata è stata forse anche la causa del suo disturbo alimentare, il binge-eating disorder: il cibo è diventato per Patty una valvola di sfogo, un diversivo, un modo per non affrontare la realtà.

Una delle scene più forti e rappresentative della sofferenza di Patty, infatti, è quella in cui la giovane protagonista si ritrova da sola per il suo diciottesimo compleanno, nuovamente abbandonata dalla madre nonostante le promesse fatte, di fronte a una bellissima torta decorata con, ironia della sorte, un coloratissimo arcobaleno. Vittima del malessere, Patty inizia a ingozzarsi, consumando la torta a manciate per nascondere il dolore col sapore dello zucchero e del pan di spagna, ingurgitando quell’arcobaleno – simbolo di speranza e serenità – e facendolo sparire nell’oscurità del suo corpo: una cavità vuota che può provare una parvenza di pienezza solo grazie al cibo.

Anche uno dei discorsi tenuti dalla ragazza durante uno dei tanti concorsi di bellezza a cui partecipa nel corso di Insatiable è particolarmente rappresentativo della sofferenza che prova, della consapevolezza di ciò che si cela dentro di lei e del senso di inadeguatezza che ne consegue.

“’Sii la versione più vera di te’, che stronzata. Cosa fare se in te ci fosse qualcosa di rotto? Se fossi talmente stanca di far finta che non sia così da stare male? Se fossi così arrabbiata da avere tendenze omicide? Se fossi me? Eccola la vera me, America.”

Un grido d’aiuto rimasto inascoltato come tutti quelli lanciati da Patty, vittima di un disinteresse che l’ha poi resa quello che è.

Perché Patty Bladell – come tutti noi – è la somma delle sue esperienze e del contesto in cui le ha vissute e pensare a tutto il dolore che avrà dovuto sopportare, a tutta quella sofferenza che l’ha poi plasmata nella persona cattiva che è diventata, non può che muovere a compassione. Anche se le sue azioni non sono giustificabili, non possiamo fare a meno di chiederci quante cose sarebbero potute andare diversamente per lei se la sua famiglia fosse stata più presente, se i suoi punti di riferimento le avessero voluto davvero bene.

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È naturale che, alla fine, Patty abbia ceduto alla sua vera natura, smettendo di cercare di essere una persona migliore e abbracciando le sensazioni che l’omicidio le faceva provare: libertà, forse, e anche un pizzico di potere. “Niente è bello come uccidere”, dice Patty e noi la giudichiamo perché è una narcisista omicida ma, allo stesso tempo, la osserviamo addolorati pensando a quelle voragini che ha sempre cercato di riempire col cibo, al melodramma senza titoli di coda che vive quotidianamente perché non riesce a vedere altro se non il nero.

La vita di Patty Bladell è una scala di neri che, di tanto in tanto, si tingono di rosso e dietro alla pazza, insaziabile assassina si nasconde il passato drammatico di una bimba fragile che è stata rotta da chi doveva proteggerla, come nelle peggiori storie di cronaca nera.

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