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Monster: La storia Lizzie Borden eredita tutti i colori delle precedenti stagioni, ma è la più debole in assoluto – La Recensione

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C’è una domanda che riecheggia ancora, dopo 134 anni. Vive dentro le assi di un pavimento a Fall River, Massachusetts, al 230 di Second Street, dove nell’estate del 1892 qualcosa si spezzò per sempre. È un interrogativo che oggi viene riesumato attraverso un suono che non ci abbandona per otto episodi: il colpo di un’ascia. Ricorrente. Ossessivo. Un rumore che s’insinua in ogni scena. Monster: La storia di Lizzie Borden consegna a quel suono un potere quasi sacro, come se fosse la voce di un narratore onnisciente. E per un attimo, appena inizia, sembra promettere qualcosa di indimenticabile.

Arriva quasi un anno dopo Ed Gein, questa nuova stagione, e porta dentro di sé tutto quello che l’ha preceduta. Da Dahmer eredita la storia del serial killer, che qui condivide un finale piuttosto simile con Aileen Wuornos. Da Eric e Lyle prende il dubbio, la crepa, la disintegrazione della famiglia perfetta. E da Ed Gein assorbe la disperazione più cruda. Lizzie Borden è tutto questo insieme, un mosaico fatto con i pezzi di chi è venuto prima. Ma un mosaico, per quanto ricco di frammenti, non è mai una pittura intera. E qui, per la prima volta, quei pezzi non trovano la loro forma.


L’antologia Netflix questa volta conquista solo a metà. O a un quarto della metà, perdendosi all’interno di un labirinto in cui vediamo forme, ma di cui non possiamo apprezzare appieno la sostanza. Una cosa che in Monster non era mai davvero avvenuta

Una scena di Monster: La storia Lizzie Borden
Credits: Netflix

Negli anni la serie ci ha abituati a un certo tipo di narrazione, a un certo livello di racconto e a un obiettivo narrativo ben definito. Non si è mai trattato di pornografia del dolore, non è mai stato un racconto spietato per il solo gusto di esserlo. C’era sempre qualcosa dietro, ma sorretto da una scrittura capace di far coincidere messaggio e storia, interpretazione dei fatti e biografia. 

Qui, invece, qualcosa si perde per strada. Resta la suggestione, l’atmosfera, il salto temporale che ci porta dentro l’ossessione di Aileen Wuornos per Lizzie, il momento preciso in cui la biografia di quella donna dell’800 si trasforma, nella sua testa, in un vangelo di vendetta. Un richiamo a colpire, a restituire indietro anni di umiliazioni e violenze subite in silenzio. È un tema enorme, quello della rivalsa femminile contro un mondo che ha sempre chiesto obbedienza in cambio di sopravvivenza. Ma è un tema che qui resta soltanto pronunciato, mai davvero vissuto. Si ripete, si dice, si accenna. E ogni volta che lo si sfiora, ci si aspetta che affondi, e invece scivola via.

È come se la serie non fosse davvero in grado di guardare in faccia i suoi personaggi, di restare abbastanza a lungo dentro i loro sguardi da farci capire chi sono. Il dolore di Emma, la sorella, resta un sussurro mai ascoltato fino in fondo. Abby, la matrigna, nel quarto episodio ci mostra per un istante qualcosa che sembra rompere lo stereotipo, un’umanità che promette profondità. Ma questa luce dura soltanto il tempo di qualche minuto, e poi torna la normalità. La silenziosa e sfuggente normalità. Del padre vediamo il crollo, l’uomo che dopo la morte della moglie smarrisce ogni cosa, l’amore per le figlie, la propria stessa identità, ma anche lui resta imprigionato in un vuoto che non ci restituisce davvero la sua essenza, la sua anima inquieta fatta a pezzi dal dolore.


E poi c’è lei, Lizzie. Al centro di tutto, eppure sfuggente. Sentiamo nominare la sua rabbia, il suo risentimento, la sua angoscia, ma non li vediamo mai davvero abitare il suo corpo. Sappiamo che – per come raccontato nella serie – un giorno prese un’ascia e ammazzò suo padre e la sua matrigna. Sappiamo che dietro quel gesto c’erano anni di fame, di umiliazioni taciute, di sguardi bassi e porte chiuse. Ma chi era Lizzie prima di quel momento? E soprattutto, chi è rimasta dopo, nel silenzio della propria colpa? La serie lo accenna, lo sfiora, ma non ha mai il coraggio di leggere dentro queste domande.

Anche la scelta di riscrivere la verità storica, di restituirci un’unica versione dei fatti dopo secoli di dubbio, meritava un coraggio che qui manca. Bridget Sullivan, la domestica realmente scomparsa nel nulla dopo l’omicidio, diventa nella finzione non solo l’amante segreta di Lizzie, ma sua complice. Il suo personaggio sembra voler essere ciò che Adeline Watkins fu per Ed Gein nella terza stagione: un sostegno su cui appoggiarsi mentre il mondo intero si conferma inaccessibile. Invece resta un enigma raccontato a metà, un volto che promette qualcosa e invece restituisce solo vuoto. Ed è ambiguo e in qualche modo anche incoerente, perché Monster ha deciso di investire tanto su un personaggio che alla fine – a conti fatti – non resta altro che un ennesimo tentativo non andato totalmente a segno. Un personaggio che non si legge mai davvero del tutto, e di cui non si coglie mai davvero la moralità.


La prima immagine di Monster: La storia di Lizzie Borden
Credits: Netflix

A non convincere in Monster: La storia Lizzie Borden è anche il ritmo, che inciampa più volte lungo il cammino. Le prime puntate si appesantiscono di divagazioni, come quella dedicata a Erzsébet Báthory, evocata per allargare lo sguardo sulle prime serial killer della storia, e che nella finzione diventa il motore che accende Lizzie convincendola che il sangue sia potere. Controllo, vittoria. Una cosa che sulla carta sarebbe potuta essere interessante, ma che nella realtà viene utilizzata in modo sbagliato, spezzando la tensione fino a farci uscire dalla storia proprio quando avremmo dovuto restarci dentro.

La seconda metà della serie, invece, corre troppo in fretta proprio dove servirebbe fermarsi. Il senso di colpa di Lizzie, o qualsiasi cosa provasse, arriva soltanto all’ultimo in modo frettoloso, quasi come se fosse un obbligo più che un bisogno. Manca quel tremore, quell’anima che avevamo visto nella stagione di Ed Gein. Qui tutto resta composto, ordinato, quasi imbalsamato, come se anche il dolore avesse dovuto rispettare un copione.

Anche la recitazione da parte della protagonista non lascia il segno. Il volto dell’attrice, che avrebbe dovuto portare su di sé il peso di tutto questo, resta chiuso, incapace di lasciarci intravedere la rabbia o la resa. I suoi sguardi sono gli stessi sia nei momenti più felici che in quelli più disperati. E così ancora una volta Lizzie – su cui si sarebbe dovuto compiere un lavoro viscerale – resta inaccessibile, un puzzle incompleto che non ci restituisce niente di davvero importante. La sensazione è proprio quella di trovarsi di fronte a un’attrice che sta interpretando il suo ruolo, e non esiste cosa peggiore che limitarsi a quello. A bucare lo schermo, invece, è ancora una volta Charlie Hunnam, che con il suo sguardo e il suo tono della voce restituisce, da solo, più verità di quanta la scrittura gliene volesse mai concedere.


Al netto dei contro, in questa stagione si riconosce chiaramente la firma inconfondibile di Ryan Murphy, capace come pochi di costruire un impianto visivo potente in cui le ambientazioni e le cupe atmosfere restituiscono pienamente l’essenza viscerale di Monster. Si apprezza l’intento ambizioso che muove il progetto, così come una colonna sonora magnetica e la raffinata gestione del personaggio biografico di Aileen, che regala alcuni dei momenti più alti, intensi e significativi dell’intera stagione – complice l’incredibile interpretazione di Sarah Paulson – riuscendo ancora una volta a sviscerare con lucidità il tema oscuro e morboso dell’ossessione collettiva nei confronti della cronaca nera. La cornice c’è, ed è curata e interessante anche dal punto di vista del racconto del contesto sociale in cui la storia si svolge, ma il quadro, stavolta, non funziona come dovrebbe e come Monster ci ha abituati. E con questa cosa, purtroppo, stavolta occorrerà dover fare i conti.

Perché resta alla fine, l’amaro di un’occasione colta solo a metà, di una porta che si intravede e non si apre mai fino in fondo. Monster: La storia di Lizzie Borden è la prima vera crepa in un’antologia che ci aveva insegnato a fidarci del suo sguardo nel buio, a seguirla anche quando azzardava. Qui, invece, la verità viene scelta, imposta, ma mai davvero vissuta o sviscerata. Restano personaggi sfocati, presenze che attraversano la scena solo perché la trama lo pretende, senza mai chiederci di capirli, leggerli, ascoltarli. E quando le luci si spengono sull’ultimo episodio, quello che resta non è il rumore di una storia che giunta al termine ci obbliga a riflettere, ma il vuoto.

Questa stagione si muove in un limbo fragile, dove la grandezza del passato non scompare del tutto ma si smorza, inciampando a un passo dal traguardo e lungo il percorso. Ci lascia a guardare lo schermo con il rammarico di chi riconosce ancora la sagoma di un grande prodotto, ma si ritrova a fare i conti con un progetto discontinuo, che non è riuscito a esprimere pienamente il proprio potenziale. Il nuovo capitolo di Monster ci proietta in un abisso promesso e mai davvero raggiunto. L’impressione netta che ci sia stata tolta la possibilità di fare i conti fino in fondo con il male. Il vuoto silenzioso di una porta chiusa un attimo prima di capire cosa ci fosse davvero dall’altra parte.