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Neagley – La Recensione dell’atteso spin-off di Reacher: da spalla a protagonista

Neagley è sempre all'erta, in Neagley

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Neagley.

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Neagley arriva su Prime Video come lo spin-off più atteso dell’universo di Reacher, e finalmente mette al centro Frances Neagley, interpretata da una Maria Sten a suo agio sia nell’azione sia nei momenti più introspettivi. Dopo essere stata la spalla perfetta, cinica e competente, del vagabondo giustiziere di Alan Ritchson, il personaggio ottiene qui un universo tutto suo: Chicago grigia, una comune rurale dall’aura di setta, una pharma company troppo pulita per essere innocente.

La tesi è semplice. Neagley è una serie piacevole e ben costruita, che funziona come thriller d’azione da serata. Tuttavia, resta ancora troppo legata al modello Reacher. Meccanismi narrativi simili, cattivi un po’ archetipali, e sensazione che l’azione, alla fine, possa risolvere quasi tutto. L’identità autonoma c’è, ma è in divenire. Maria Sten regge la scena e il personaggio evolve, ma attorno a lui si percepisce ancora troppo la stessa mano autoriale.


C’è poi un dettaglio che rende il tutto più interessante. La serie si colloca qualche giorno prima dell’ultima stagione di Reacher, come suggerisce l’accenno finale a Philadelphia. Neagley non è quindi un dopo, ma un prima. Come se si tentasse di espandere l’universo mentre il fratello maggiore è ancora in pista. La domanda è quasi scontata: reggerà questo passo autonomo, una volta spenti i riflettori su Reacher?

Trama e struttura: buon equilibrio, poca sorpresa

Neagley si apre con un’immagine già tipica dell’universo di Reacher. Un amico d’infanzia della protagonista, Tommy Crane, muore in modo apparentemente suicida sotto un treno della metropolitana, nudo e in stato di alterazione. Frances Neagley, convinta che Tommy non si drogasse, avvia un’indagine pro bono che la porta da Chicago a Echo Canyon, una comune rurale dall’aura cultistica, fino a intrecciarsi con poliziotti corrotti e Big Pharma.

L’equilibrio tra azione e indagine è buono. Il personaggio di Neagley non diventa un Reacher al femminile, anche se in alcuni passaggi ci prova. La trama però è prevedibile, perché buoni e cattivi sono chiari fin da subito. E il piacere sta più nel come si risolve il caso che nel cosa succederà. Gli otto episodi non sembrano eccessivamente lunghi, ma alcuni passaggi avrebbero potuto essere più asciutti. La serie avrebbe potuto concentrarsi meglio, tagliando qualche ridondanza espositiva.


Il finale lascia una sensazione mista. Se Neagley fosse concepita come stagione unica, risulterebbe un po’ affrettata, pur restando coerente con l’arco narrativo. Se invece ci sarà un seguito, la chiusura lascia spazio a uno sviluppo più ragionato dei personaggi e delle conseguenze emotive dell’indagine. In entrambi i casi, la struttura regge, ma non sorprende. Neagley è un thriller solido, non un mystery a colpi di scena.

Neagley: da spalla a protagonista

Reacher accorre al funerale del padre di Neagley, prima di partire per Philadelphia, in Neagley
Credits: Prime video

All’inizio di Neagley, Frances è dura, sgarbata, tratta male i sottoposti ed è disposta a sacrificare Keno pur di raggiungere l’obiettivo. Mostra poca empatia verso le paure altrui e usa la propria rigidità come armatura. Poi, però, qualcosa si incrina. E dopo la stretta di mano con Reacher, alla fine, il cambiamento culmina nella scena dalla psicologa, quando accetta di voler migliorare e di adattarsi. A differenza di Reacher, statico e immutabile, Neagley evolve e si mette in discussione.


Questo cambiamento, però, ha un costo emotivo enorme. Neagley soffre per quello che è, per come ha vissuto, per le relazioni che ha bruciato. Reacher non cambia perché non ne sente il bisogno. Lei, invece, cambia perché il prezzo della propria durezza diventa insostenibile. La stretta di mano, al funerale, è emblematica non per il gesto, ma per quello che l’ex maggiore le dice: “piacere di conoscerti, Neagley“. Una frase potente, quasi come un pugno.

In linea generale, c’è la sensazione di uno spessore psicologico un po’ forzato. Come se gli autori avessero voluto dare una profondità interiore alla serie fin dall’inizio, forse temendo di non avere una seconda stagione per farlo. Ognuno dei protagonisti porta con un sé un trauma pesante che viene snocciolato allo spettatore senza il minimo pudore. E ci sta, ci mancherebbe. In alcuni momenti, però, l’impressione è quella di essere riempiti come oche per il fois gras.

La squadra di Neagley

Uno dei pregi di questo nuovo lavoro di Nick Santora, è certamente la struttura dei personaggi secondari, quelli che gravitano attorno alla protagonista, aiutandola.


Keno (Jasper Jones) è l’homeless che trasforma la strada in una scuola di vita. Non è il “povero buono” da compassione. Usa il suo vissuto per leggere le persone e le situazioni, come quando intuisce che Mandy è lì, non per salvarlo ma per fregarlo. Dietro le sue azioni ci sono pensieri coerenti, derivati da anni di sopravvivenza. Sviluppa uno stile e capacità che la strada gli ha insegnato, diventando l’alleato più lucido di Neagley.

Renee (Adeline Rudolph) parte come segretaria sofisticata dello studio investigativo e finisce per diventare operativa. Porta con sé il peso della perdita del fratello, un trauma che la spinge a voler dimostrare di valere più di un ruolo di supporto. Il suo arco è quello di chi cerca un’identità al di là dell’etichetta. Psssa da essere quella che risponde al telefono a chi rischia in prima persona, anche se la serie non esplora fino in fondo le conseguenze di questa trasformazione.

Infine, Hudson (Greyston Holt), detective della polizia di Chicago, ha una famiglia di criminali alle spalle. Cerca di non essere come loro, ma alla fine cede, per un bene superiore. Quello di chiudere il caso e proteggere Neagley. Il suo finale lo lascia come e peggio dei suoi familiari, quasi. Ha tradito i propri principi per un obiettivo valido, ritrovandosi intrappolato in una zona grigia morale da cui non è chiaro se potrà uscire.


Regia, stile e azione più personali, ma con cliché evidenti

Rispetto a Reacher, Neagley propone un’azione e una regia più personali. Nessuno è un supereroe, c’è sempre un margine di dubbio sul destino dei personaggi. In alcuni casi, la suspense si sposta dal “come” al “se” ne usciranno vivi. Con Reacher sapevi che se la sarebbe cavata, sempre; qui la domanda è capire come gli autori li tireranno fuori da situazioni quasi impossibili.

Peccato che alcuni cliché indeboliscano la credibilità. Due scene diverse mostrano Neagley nel mirino di un fucile. Lei se ne accorge, i cattivi invece di sparare si perdono in chiacchiere. Una volta può passare, due sembrano una comica. Ovvio che se avessero premuto il grilletto ci saremmo fermati alla seconda puntata. Ma un po’ più di azione e un po’ meno chiacchiere prima dell’esecuzione, non avrebbe guastato.

E poi c’è sempre quell’interrogativo che lascia un po’ spiazzati: ma tutti questi cadaveri lasciati in giro, chi li trova? Anche perché alcuni sono proprio un po’ eccessivi. Tipo lo svedese nel vicolo, rimasto in piedi con un ferro sporgente piantato nel cranio. Insomma, tutte queste morti sospette ci stanno anche. Ma la sensazione è di un eccesso che strizza l’occhio al tono del franchise, e va bene, ma a volte rompe l’immersione.

Sul versante atmosferico, invece, Neagley convince. Chicago grigia e urbana, Echo Canyon rurale e isolata, il silo dei ICBM usato come laboratorio, il contrasto tra spazi chiusi e aperti creano un mondo credibile. La regia usa bene questi ambienti. Da un lato la città come luogo del peccato, dall’altro la comune come luogo di salvezza. Salvo poi dimostrae l’esatto contrario. Su questo dualismo, la serie trova un’identità visiva propria, più intima e meno macchina da guerra rispetto a Reacher.

L’inevitabile confronto con Reacher

Keno, Renee, Neagley e Hudson, al funerale del papà di Neagley
Credits: Prime Video

Neagley è alla sua prima stagione e sta cercando la sua collocazione. E, come tutti gli spin-off, la sua autonomia. I rimandi (e le aspettative?) a Reacher sono costanti. Si percepisce la stessa mano autoriale, uno stile registico simile. Certi meccanismo narrativi sono gli stessi, come lo è la grammatica dell’azione. A guardare una puntata dopo l’altra, sorge spontanea una domanda: se non conoscessimo Reacher, Neagley la guardaremmo lo stesso? E, soprattutto, ci piacerebbe?

I camei di Alan Ritchson sono logici, piacevoli e non ingombranti. Non ti aspetti che Jack arrivi da un momento all’altro, come la cavalleria, a risolvere la situazione. Dunque, non rubano la scena, ma ricordano il legame tra i due personaggi. L’ultimo, già citato, accenna a Philadelphia, consolidando fortemente questi otto episodi con la quarta stagione di Reacher, conclusa il 16 settembre. Per altro, giorno di esordio di Neagley, su Prime Video.

E qui si inserisce un interessante paradosso. Il pubblico si avvicina a questo spin-off perché conosce e apprezza l’universo della serie madre. Ma se si ipotizzasse il percorso inverso, non è affatto scontato che la sola visione di Neagley genererebbe la curiosità di andare a scoprire le avventure di Reacher. In questo caso, è il fratello maggiore a fare da traino e a legittimare la sorella minore, mentre sembra mancare quella forza capace di invertire la rotta. Resta, insomma, la sensazione che il legame di dipendenza sia fortemente asimmetrico.

Neagley funziona. Sia come primo passo di un universo espanso sia come stagione unica. Ha abbastanza spessore per reggersi in piedi, ma la sua identità è ancora troppo legata al fratello maggiore. La serie cammina da sola, ma lo fa sullo stesso terreno, con le stesse regole. Resta da vedere se, in futuro, saprà tracciarne di nuove.

Il coraggio di osare

Nel complesso, Neagley è un buon prodotto. Fatto bene, piacevole, con il giusto pizzico di assurdità alla Reacher che tiene incollati allo schermo. Funziona come thriller d’azione da serata, quando non cerchi complessità psicologiche estreme ma vuoi seguire un’indagine solida, con azione ben coreografata e personaggi riconoscibili. Resta però troppo ancorata al modello Reacher.

Ha però, qualcosa in più. Un pregio che, al tempo stesso, è un rischio non da poco: la totale libertà. Mentre Reacher deve rispondere al canone rigido degli adattamenti dai libri di Lee Child, Neagley è priva di uno schema prefissato. Non avendo una traccia letteraria da seguire, più o meno alla lettera, la sceneggiatura ha la rara opportunità di rischiare, esplorando territori inediti. E staccarsi dall’ombra del gigante. Se gli autori troveranno il coraggio di osare davvero, questa serie ha il potenziale per spiccare il volo e trasformarsi in un prodotto superiore, capace non solo di reggere il confronto con il fratello maggiore, ma persino di superarlo.