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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Se un anno fa a quest’ora – mentre ero in trepidante attesa dell’ultima stagione di Stranger Things – mi avessero detto che 365 giorni dopo sarei stata davanti al mio pc a scrivere la recensione di una nuova serie dello stesso universo, onestamente avrei riso. La quinta stagione avrebbe dovuto essere l’ultima. Avrebbe dovuto chiudere il cerchio di una serie che ormai è storia. Avrebbe dovuto segnare un prima e un dopo, permettendo a Stranger Things di riposare in pace nell’Olimpo in cui meritava di passare l’eternità. E invece no. A meno di un anno dal finale di serie abbiamo avuto prima un documentario sulla sua realizzazione, poi una serie animata: Stranger Things – Storie dal 1985. Una serie animata di cui, dopo la prima di aprile, è appena stata distribuita da Netflix la seconda stagione. E qualcosa mi dice che il mondo di Stranger Things non è ancora finito.

A differenza della serie madre, considerata tra le serie che hanno rivoluzionato la serialità – anche e soprattutto da chi non ne ha apprezzato la conclusione -, fin dal suo debutto Stranger Things – Storie dal 1985 ha ricevuto pareri contrastanti. Da una parte ci sono i puristi, quelli per cui Stranger Things è iniziata e finita con la serie originale e tutto ciò che vi si sta costruendo attorno non è altro che fuffa da dimenticare. Dall’altro ci sono gli estimatori, che hanno apprezzato l’idea, la realizzazione o che comunque pur di restare a Hawkins ne guarderebbero anche il telegiornale. Qui vi lasciamo la nostra recensione della prima stagione, per ricordarvi anche come ci siamo posizionati noi. Ma qui il punto è: come è andata la seconda stagione? Ecco, bella domanda: io l’ho appena finita e non so cosa dire. Proverò a scriverlo, che magari è meglio.
Stranger Things – Storie dal 1985: cosa accade nella seconda stagione
Quante cose sono successe a Hawkins nel 1985? Tante, mi viene da dire anche troppe. Ancora di più considerando il fatto che su tutte queste cose i Mike, Undi, Dustin, Max, Lucas e Will che abbiamo conosciuto fino al 1 gennaio 2026 non avevano mai proferito parola. Siamo a febbraio, circa un mese dopo gli eventi della prima stagione di Stranger Things – Storie dal 1985. Per situarci meglio, ancora a metà tra la seconda e la terza stagione della serie madre. Ma i piani per San Valentino, il momento più romantico dell’anno, ci metteranno chiaramente ben poco a trasformarsi in un’altra avventura soprannaturale.
Come al solito, cosa che abbiamo imparato anni fa e che dà una certa continuità tra questa serie e le cinque stagioni principali, i nostri protagonisti affrontano in modo parecchio diverso la pace che deriva dall’aver recentemente sventato l’ennesima minaccia proveniente dal Sottosopra. Undici anela la vita normale che non riesce mai ad avere. Mike pende dalle sue labbra. Dustin è ossessionato dall’idea di poter e dover continuare le attività del suo HIC. Max e Lucas sono i soliti Max e Lucas: così incredibilmente agli antipodi eppure così perfetti l’uno per l’altra. E Will – sempre un po’ l’outsider del gruppo – continua a portare avanti la sua amicizia in modo sempre più forte con Nikki, personaggio tanto centrale nella serie animata quanto inesistente in quella principale.

La tranquilla vita quotidiana di Hawkins viene però nuovamente turbata.
Questa volta i responsabili sembrano essere due: da una parte strani fiori fluorescenti impollinati da fastidiose api altrettanto fluo. Dall’altra, quello che sembra a tutti gli effetti un fantasma. Cosa sia davvero non sto qui a dirvelo, non mi va di rovinarvi la sorpresa. Quello che posso dirvi però è che – con buona pace delle mire di normalità di alcuni e con grande gioia di Dustin, prima linea sul campo di battaglia tra gli inconsapevoli cittadini e le variegate creature che pullulano in città – l’HIC dovrà dire addio al romanticismo perché anche stavolta avrà il suo bel da fare.
Tra armi letali messe insieme in un garage in men che non si dica, moto ad alta velocità, nemici umani fin troppo casuali e la costante messa alla prova dei poteri di Undici – con quella che a mio avviso è una gigantesca dimenticanza, la continua fuoriuscita di sangue dal naso -, le 8 puntate della stagione scorrono serene ma senza risvegliare neanche un briciolo di quella voglia (anzi, quel bisogno) che con Stranger Things abbiamo conosciuto bene. Quello di vedere di più, di saperne di più. Di capirne di più. E di voler ricominciare ancora e ancora, per non lasciare mai un universo che davvero amiamo.
La serie animata ci riporta dove siamo stati bene.
Stranger Things – Storie dal 1985 ha il più grande di tutti i vantaggi: nasce come parte di un racconto che come spettatori già amiamo, riconnettendoci a personaggi che già conosciamo e riportandoci in luoghi in cui abbiamo già vissuto. Non c’è bisogno di perdere tempo con le presentazioni: siamo di nuovo ad Hawkins, cittadina che ormai ci sembra di conoscere meglio delle nostre. Stiamo bene in casa Wheeler, tra i corridoi della scuola. Stiamo bene addirittura tra i boschi, anche se ogni angolo ha in serbo brutte sorprese. Fondamentalmente è questo che ci ha portato a guardare la prima stagione ad aprile, mentre stavamo ancora lottando con la nostalgia di Stranger Things (quello vero). Ed è questo che ci porta a mettere in play la seconda, a prescindere dal fatto che la prima ci sia piaciuta o meno. A prescindere dal fatto che ne valga o meno la pena.

È questo che mi chiedo da quando l’ho finita: ne vale davvero la pena? La seconda stagione di Stranger Things – Storie dal 1985 parte da un presupposto non dissimile da quello della prima: la serie madre non ci ha raccontato tutto. Lo spin-off vuole ampliare la narrazione, portarci in quegli spazi di vita dei personaggi che a noi spettatori sono sempre preclusi. L’animazione ci mostra le vite dei personaggi a “telecamere spente”. Ci racconta gli alti e bassi tra Lucas e Max, ci fa vivere il momento in cui Undi e Mike diventano ufficialmente una coppia. Ma quando il paranormale prende il sopravvento sul normale, le implicazioni non sono solo sullo spin-off in sé, ma anche su tutto ciò che la serie madre ci ha raccontato. E qualcosa sembra cozzare: questo 1985 comincia a farsi fin troppo pregno di avventure da poter essere inserito nel materiale canonico.
La trama di Stranger Things e quella di Stranger Things – Storie dal 1985 insieme tornano sempre meno.
Non si spiega l’esistenza di Nikki, sempre più presente nella vita di tutti e sempre più rilevante soprattutto in quella di Will. Non si spiega come nessuno abbia mai nominato non una ma ben due avventure così intricate. Ma soprattutto, la cosa che più mi ha lasciato perplessa di questa seconda stagione, Stranger Things – Storie dal 1985 ha sfruttato i vantaggi provenienti dal meraviglioso mondo dell’animazione in modo fin troppo esagerato.
Tra gli elementi che mi hanno conquistata di Stranger Things fin dalla prima stagione c’è stato il fatto di essere il giusto mix tra thriller e commedia, tra traumi spaventosi e il modo ironico e irriverente di raccontarli. E c’è stata anche la consapevolezza che – per quanto in un mondo in cui il paranormale esiste – la paura che come spettatrice devo avere per i miei personaggi è spiccatamente umana. I protagonisti della serie possono farsi male, possono soffrire, possono addirittura morire.

Esempio pratico. La vera chicca della scena del confronto tra Dustin e Steve nell’ultima stagione, oltre all’intensità emotiva da parte di entrambi i personaggi, sta proprio nel fatto che Dustin abbia ragione sul rischio concreto di Steve di poter morire arrampicandosi alla scala. E per quanto l’ultima stagione di Stranger Things sia quella che più di tutte ha messo alla prova in questo senso la nostra sospensione dell’incredulità – vedi la scena di Steve che vola giù e viene afferrato da Jonathan ben al di fuori del tempo umanamente utile -, la serie madre non ha mai abbandonato del tutto questo principio.
Una cosa, questa, che invece Stranger Things – Storie dal 1985 non esita a fare neanche una volta.
Voli incredibili, salvataggi last minute, un numero talmente alto di cadute dalla moto ad alta velocità che neanche Step e Pollo in Tre metri sopra il cielo hanno mai visto fare durante le loro gare clandestine. Nessuno sembra mai davvero in pericolo e noi per nessuno possiamo avere davvero paura. Possiamo interessarci a ciò che succede, ma non fremiamo mai perché sappiamo già come andrà a finire: tutto ciò che vediamo non avrà alcuna rilevanza nei fatti di Stranger Things. Dunque, nulla di davvero preoccupante potrà mai accadere.
Certo, è anche bello potersi godere ogni tanto un po’ di seriale leggerezza. Ma la leggerezza non è ciò che come spettatori chiediamo all’universo di Stranger Things. Vogliamo adrenalina, passione, stupore. Tutte cose che ci vengono regalate più dalla consapevolezza che riavremo per un po’ i nostri personaggi che dalla trama della stagione in sé. E quindi ben venga l’esperimento animato per l’incredibile universo al contrario che i fratelli Duffer hanno creato per noi e ben vengano gli spin-off. Ma forse in altri modi e in altri tempi sarebbe riuscito nettamente meglio. La verità è che, ogni tanto, anche noi fan appassionati dovremmo imparare a lasciar andare. E ricordare che la bellezza delle serie tv sta anche nel poterle ricominciare da zero quando più ne sentiamo il bisogno.






