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The Ghost in the Shell – La Recensione di un ottimo finale di stagione (anche se corre troppo)

The Ghost in the Shell

Attenzione: nell’articolo sono presenti spoiler sul finale di stagione di The Ghost in the Shell.

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C’è qualcosa di profondamente coerente nel modo in cui The Ghost in the Shell decide di concludere il suo primo arco narrativo su Prime Video. Dopo dieci episodi trascorsi a interrogarsi sul rapporto tra corpo e identità, tecnologia e coscienza, individuo e rete, l’anime di Science SARU avrebbe potuto cercare una risposta definitiva. Avrebbe potuto chiudere la vicenda di Motoko Kusanagi con una soluzione rassicurante, spiegare fino in fondo il progetto del Puppet Master e ricondurre ogni elemento della stagione a un’unica grande rivelazione. Invece sceglie esattamente la strada opposta. Il finale, intitolato “Brain Drain iii + Ghost Coast + Epilogue”, non risolve davvero il mistero centrale di The Ghost in the Shell: lo trasforma. E proprio questa trasformazione rappresenta probabilmente la scelta più importante dell’intero episodio.

La situazione da cui ripartiamo è quella lasciata in sospeso dal nono episodio. Motoko è stata colpita da un cecchino e ha perso il proprio corpo artificiale, riuscendo a fuggire insieme a Batou soltanto grazie al proprio cyberbrain. Non è un dettaglio puramente spettacolare: privare Kusanagi del suo corpo significa portare letteralmente alle estreme conseguenze la domanda che l’anime ha posto fin dall’inizio. Che cosa resta di una persona quando tutto ciò che normalmente associamo alla sua presenza fisica viene eliminato? La risposta, almeno inizialmente, sembra essere molto semplice: resta il ghost (ecco un focus su Ghosts). È un concetto che The Ghost in the Shell ha esplorato innumerevoli volte, ma che questa nuova versione decide di riportare al centro attraverso una prospettiva particolarmente efficace.


Motoko non è solo una cyborg senza corpo

Egli è una coscienza che continua a esistere anche quando il suo involucro viene distrutto. Il suo corpo può essere sostituito, riparato, modificato. Il suo cervello può essere trasferito. La sua identità, però, continua a rappresentare qualcosa di più difficile da definire. Ed è proprio nel momento in cui Motoko si trova apparentemente più vicina alla morte che l’anime le propone la possibilità di superare definitivamente il concetto stesso di identità individuale. Il Puppet Master torna, ma sarebbe riduttivo descrivere questo ritorno come una semplice sorpresa narrativa. Il Puppet Master non ricompare soltanto per riaprire il mistero. Ricompare perché la sua presenza è necessaria per portare il discorso della serie oltre il rapporto tra umano e macchina. La proposta che rivolge a Motoko è infatti molto più radicale di una semplice alleanza: le propone una fusione, la nascita di una nuova entità composta da entrambi.

Ed è qui che il finale comincia realmente a parlare la lingua di Ghost in the Shell. Il punto non è più capire se una macchina possa diventare umana. La domanda diventa molto più inquietante: se due forme di coscienza possono fondersi, che cosa significa ancora essere una persona? La differenza è enorme. Per tutta la stagione Motoko ha osservato il mondo cercando di capire dove finisse il naturale e dove iniziasse l’artificiale. Il Puppet Master rappresentava l’anomalia capace di incrinare quella distinzione. Ma nell’ultimo episodio la distinzione viene definitivamente superata. Non esistono più due entità che devono dimostrare qualcosa l’una all’altra. Esiste la possibilità di creare qualcosa che prima non esisteva. Ed è una scelta che il finale (classifica dei migliori finali delle serie) tratta con una sorprendente calma. Science SARU, di fatto, avrebbe potuto trasformare la fusione in una gigantesca esplosione visiva, invece sceglie di rallentare.

Motoko VS Puppet Master: il cuore statico dell’episodio

Quest’ultima è una decisione che funziona proprio perché lascia spazio alle idee. Una delle recensioni più positive sul finale ha sottolineato come lo studio eviti di sovraccaricare visivamente questa parte, utilizzando le immagini per sostenere concetti complessi invece di trasformarli in semplice spettacolo. È una scelta particolarmente intelligente. Perché The Ghost in the Shell non ha bisogno di dimostrare quanto sia tecnologicamente avanzato il suo mondo. Lo ha già fatto. Ha bisogno di chiedersi cosa succede alle persone che vivono dentro quel mondo. E Motoko diventa il laboratorio perfetto per questa domanda. La protagonista, infatti, non accetta immediatamente ed è importante che non lo faccia. Se avesse accolto la proposta senza esitazioni, la fusione sarebbe sembrata soltanto una nuova evoluzione narrativa, un potenziamento della protagonista. Invece l’episodio insiste sul rischio più grande: potrebbe esserci qualcosa che viene perso nel processo.


Se Motoko e il Puppet Master diventano un’unica entità, quella nuova creatura sarà ancora Motoko? La domanda sembra semplice, ma contiene il problema fondamentale dell’intera saga. Se siamo definiti dai nostri ricordi, dalla nostra esperienza e dalla continuità della nostra coscienza, quanto possiamo cambiare prima di smettere di essere noi stessi? Beh, la serie non risponde ed è probabilmente la scelta giusta. Il finale non vuole dire che Motoko diventa finalmente “qualcos’altro” nel senso di una trasformazione conclusa. Vuole suggerire che la sua identità non è mai stata una struttura immobile. È sempre stata un processo, un sistema in evoluzione, una combinazione di memoria, esperienza, desiderio, corpo e connessioni. La fusione con il Puppet Master diventa quindi l’estensione naturale di qualcosa che Motoko ha già iniziato a fare nel corso della stagione: mettere in discussione i confini che definiscono se stessa.

The Ghost in the Shell e la distruzione del corpo

Finché Motoko possiede un corpo, per quanto artificiale, esiste ancora un punto fisico attorno al quale costruire la propria identità. Quando quel corpo viene eliminato, il concetto di “io” diventa improvvisamente più fragile. Motoko non può più affidarsi alla propria fisicità e le rimane soltanto la coscienza. E proprio quando sembra avere meno possibilità di scegliere, riceve la possibilità più grande. Non a caso, il finale funziona anche perché non trasforma Batou in una semplice figura secondaria (i personaggi secondari più inutili). Anzi, in uno degli aspetti più riusciti dell’episodio, il rapporto tra i due continua a conservare una componente umana che contrasta con l’astrazione della parte dedicata al Puppet Master. Batou deve materialmente occuparsi di Motoko. Deve trasportare il suo cyberbrain, proteggerla, cercare un nuovo corpo e affrontare gli ostacoli che si presentano.


È quasi paradossale: mentre Motoko sta discutendo della possibilità di superare il concetto di individuo, Batou continua a occuparsi di lei come della persona che conosce. Ed è proprio questo contrasto a rendere il personaggio così importante, in quanto Batou rappresenta il legame con il passato di Motoko, con quella versione di lei che ancora può essere riconosciuta dagli altri. Il Puppet Master rappresenta invece la possibilità di qualcosa che nessuno, nemmeno Motoko, può ancora comprendere completamente. Tra i due si colloca la protagonista e la sua scelta non significa necessariamente che rinneghi ciò che era. Il rischio, in una storia del genere, sarebbe quello di raccontare la fusione come una forma di ascensione. Motoko abbandona il vecchio corpo, supera i limiti dell’umanità e diventa qualcosa di superiore. Una conclusione simile avrebbe tradito la complessità della serie, il finale, invece, mantiene l’ambiguità.

La tradizione filosofica del franchise

Il franchise non è mai stato veramente interessato a stabilire dove si trovi il confine tra uomo e macchina (le macchine più iconiche delle serie). È interessato a dimostrare che quel confine è sempre più difficile da individuare. Science SARU comprende questo aspetto e, soprattutto nel finale, evita di trasformare il materiale originale in una semplice operazione nostalgica. Questa nuova versione è infatti esplicitamente costruita a partire dal manga di Masamune Shirow, anziché presentarsi come una continuazione diretta delle precedenti incarnazioni animate. La stessa produzione ha impostato il progetto come una nuova interpretazione della fonte originale. Ed è proprio questo uno degli aspetti che rendono il finale interessante anche per chi conosce molto bene Ghost in the Shell.

Chi arriva dal film di Mamoru Oshii potrebbe aspettarsi un finale contemplativo, quasi metafisico. Coloro che arrivano da Stand Alone Complex potrebbero cercare una maggiore struttura investigativa e politica. Chi conosce direttamente il manga potrebbe invece leggere questa conclusione come un ritorno alle radici concettuali dell’opera. La nuova serie prova a stare in mezzo a queste possibilità, senza appartenere completamente a nessuna. E il risultato è inevitabilmente divisivo. Una parte della critica ha accolto positivamente il finale proprio per la sua capacità di portare la componente filosofica al centro. Bubbleblabber lo ha giudicato una conclusione che, pur risultando a tratti confusa, dimostra di avere idee precise e soprattutto di voler lasciare allo spettatore la possibilità di interpretarle. La recensione sottolinea inoltre come l’adattamento possa funzionare anche per chi non aveva familiarità con le versioni precedenti. Cerca invece di ricordare perché quella storia continua a funzionare.


The Ghost in the Shell
Credits: Science Saru

Qual è il principale difetto dell’ultimo episodio?

Il problema è che proprio l’ambizione dello show fa si che il finale corra più del dovuto. Una delle critiche più convincenti arrivate nelle prime ore dopo la messa in onda riguarda proprio la quantità di materiale che l’episodio tenta di concentrare nei suoi circa ventiquattro minuti. Tanto che But Why Tho? considera riuscita la parte centrale, ma ritiene che alcuni elementi della trama politica e della vicenda iniziata nei precedenti episodi vengano abbandonati troppo rapidamente, lasciando la sensazione che il finale sia contemporaneamente importante e incompleto. È probabilmente il limite più evidente della puntata. Il problema è un altro: alcune domande sembrano appartenere alla stagione che abbiamo appena visto, mentre altre appartengono già a una storia futura. Il confine non è sempre netto.

E infatti il giudizio del pubblico sembra muoversi proprio lungo questa frattura. Da una parte ci sono gli spettatori che hanno apprezzato il coraggio di un finale aperto e la fedeltà allo spirito più filosofico dell’opera; dall’altra ci sono coloro che hanno trovato la conclusione troppo veloce, criptica o difficile da decifrare. Le prime reazioni raccolte online mostrano inoltre un forte interesse per la possibilità che l’epilogo apra la strada a una nuova fase della storia. Ed è qui che bisogna fare attenzione. Il finale suggerisce un futuro, ma non significa necessariamente che quel futuro sia già stato annunciato. L’epilogo lascia infatti la porta aperta a una continuazione, ma è più corretto parlare di possibilità narrative che di conferma di una seconda stagione o di un adattamento già programmato. Il fatto che l’episodio si chiami anche “Epilogue”, non basta da solo a trasformarle in notizia ufficiale.

L’aspetto visivo di The Ghost in the Shell

Anche visivamente, la puntata dimostra di aver trovato una propria identità. Science SARU non rinuncia alla spettacolarità, ma quando arriva il momento più importante preferisce la chiarezza concettuale all’esibizione. È una scelta coerente con una serie che, per buona parte della stagione, ha cercato di combinare cyberpunk, action, ironia e filosofia senza ridurre nessuno di questi elementi a semplice decorazione. La componente sonora contribuisce alla costruzione dell’atmosfera, mentre il lavoro dei doppiatori permette soprattutto a Motoko e Batou di mantenere una dimensione emotiva anche quando la storia si sposta verso territori sempre più astratti. Maaya Sakamoto, in particolare, è fondamentale per impedire che Motoko diventi una semplice macchina filosofica: sotto la freddezza della protagonista rimane sempre la sensazione di una persona che sta prendendo una decisione rischiosa. Il cast ufficiale conferma Sakamoto come voce di Kusanagi, con Hiroki Yasumoto nel ruolo di Batou e Kikuko Inoue come Puppet Master.


Ed è proprio il rapporto tra queste tre presenze a dare forma al finale. Motoko rappresenta il dubbio. Batou rappresenta il legame. Il Puppet Master rappresenta la possibilità. Tre modi diversi di intendere l’esistenza. Batou vuole salvare la persona che conosce. Il Puppet Master vuole creare qualcosa che ancora non esiste. Motoko deve decidere se proteggere ciò che è oppure accettare il rischio di diventare qualcosa di diverso. E la sua scelta è forse meno sorprendente di quanto sembri. Perché Motoko è sempre stata una persona incapace di accontentarsi dei limiti che le vengono imposti. Il suo desiderio di capire, esplorare e superare ciò che conosce è parte integrante del personaggio. La proposta del Puppet Master non arriva quindi dal nulla. È la conclusione naturale di un conflitto interiore che l’anime ha disseminato lungo la stagione, in quanto Motoko rischia di perdere se stessa proprio nel tentativo di conoscersi meglio.

Lo show offre una conclusione tematica

Certamente, l’ultima puntata è meno convincente come conclusione narrativa. Questa distinzione è fondamentale. Se lo giudichiamo come episodio incaricato di chiudere ogni trama, può lasciare insoddisfatti. Se lo giudichiamo come il punto in cui la serie deve portare alle estreme conseguenze la propria riflessione sull’identità, allora il risultato è molto più forte. Science SARU sceglie insomma di chiudere un cerchio aprendo contemporaneamente un altro cerchio. Ed è forse inevitabile per un’opera come The Ghost in the Shell. Non sarebbe mai stato davvero possibile concludere una storia che parla della continua trasformazione dell’identità dicendo semplicemente: “ecco chi è Motoko Kusanagi”. La risposta avrebbe contraddetto la domanda. Per questo l’ultima immagine ideale della serie non è quella di una persona che finalmente ha trovato se stessa. È quella di una persona che ha deciso di continuare a cercare.

E questo rende l’epilogo molto più importante di quanto possa sembrare a una prima visione. The Ghost in the Shell non termina dicendoci che Motoko è diventata un essere nuovo. Termina dicendoci che “potrebbe esserlo“. È nello spazio tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo che il franchise ha sempre trovato la propria forza. Il risultato è imperfetto, a tratti troppo rapido e volutamente enigmatico, ma anche ambizioso e soprattutto coerente. Perché in fondo il vero finale di The Ghost in the Shell non è la fusione tra Motoko e il Puppet Master, ma il momento in cui tutti noi siamo arrivati a capire che, in un mondo come quello di The Ghost in the Shell, essere qualcuno potrebbe significare proprio non smettere mai di diventare qualcun altro.