ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Lioness 3.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Non è un episodio di respiro: è un cambio di tensione. Di stato della materia. Se le prime cinque puntate di Lioness 3 hanno costruito una molla caricata a dismisura, l’episodio 6 fa scattare il meccanismo. E il suono che produce non è quello di un’azione eroica, ma di un osso che si spezza. Taylor Sheridan ci costringe a guardare l’abisso non da lontano, ma con il viso premuto contro il vetro.
Con questo episodio, Sheridan smette di giocare a rimpiattino con lo spettatore e ci mette davanti all’unica domanda che conta davvero: quanto costa, fino in fondo, essere Joe McNamara? Non è più una questione di strategia o di sopravvivenza tattica. Le prime puntate avevano preparato il terreno, alternando il respiro ampio della geopolitica alla claustrofobia della minaccia immediata, ma “Sugar Land” brucia ogni mediazione. La molla si è scatenata e Joe non ha più un punto d’appoggio. Nessuna gerarchia a cui aggrapparsi, nessuna missione che possa giustificare il prezzo che sta pagando.
È un episodio che fa male. Non perché ci mostra l’orrore della guerra o della tortura, ma perché ci costringe a chiederci se esista davvero un limite oltre il quale anche i più forti non possono più tornare indietro.
Lioness 3: una struttura che spacca l’episodio in due
Come nei capitoli precedenti, Lioness 3 continua a muoversi su due linee temporali. Ma in “Sugar Land” la frattura tra passato e presente diventa particolarmente significativa. Da una parte c’è il passato quando viene smascherato il tradimento del senatore Ryan Olson. Dall’altra c’è il presente, il sesto giorno del rapimento di Joe, mentre la QRF cerca disperatamente di arrivare a lei.
La struttura potrebbe sembrare un semplice espediente per rallentare il racconto e aumentare la suspense. In realtà, funziona soprattutto quando le due temporalità smettono di essere semplicemente parallele e iniziano a dialogare. Perché ciò che vediamo accadere nel passato sembra quasi una profezia di ciò che accadrà nel presente.
La scena del ristorante con il senatore è una delle più efficaci dell’episodio proprio perché non ha bisogno di sparatorie o inseguimenti. Olson è compromesso, terrorizzato, consapevole di essere stato scoperto. Le possibilità che gli vengono offerte sono quelle previste dalla macchina istituzionale: dimissioni immediate o affrontare le conseguenze delle proprie azioni.
Ma Joe introduce una terza possibilità. Il suicidio. Ed è un momento fondamentale per comprenderla. Joe non lo dice per pietà o perché considera il senatore una vittima. Lo dice perché, nella sua visione del mondo, Olson ha superato una soglia oltre la quale non merita più alcuna compassione. È la stessa logica che ritroviamo poco dopo, quando Joe parla alle figlie trasmettendo loro una concezione del nemico nella quale l’empatia diventa quasi un lusso pericoloso.
La frase più importante del passato, quindi, non è necessariamente quella pronunciata al ristorante, ma ciò che la sostiene. Cioè, che chi è dall’altra parte ha rinunciato al diritto di essere compatito. E qui Lioness 3 prepara il terreno per quello che succederà nel presente. Perché sei mesi dopo quella stessa Joe si trova dall’altra parte del tavolo.
Lioness 3 e il prezzo della propria retorica

Il cortocircuito morale dell’episodio sta tutto qui. Nel passato Joe è la persona che decide. Stabilisce chi è colpevole, chi merita una possibilità e chi no. È fredda, pragmatica. Incapace di lasciarsi attraversare dal dubbio. Quando il senatore muore, arriva persino a definire codarda la sua scelta, nonostante sia stata lei stessa a suggerirgli quella via.
Nel presente, invece, ogni certezza viene privata del suo significato. Joe è legata a una sedia. Non controlla la situazione. Non sa dove si trovi realmente. Non può prevedere cosa succederà. Non può combattere. Può soltanto resistere. E quando arriva Babat, la trasformazione diventa fisica.
La serie non ci chiede più di osservare Joe come l’operativa che affronta il pericolo. Ci costringe a guardarla come una persona vulnerabile. Il dolore non è più qualcosa che Joe infligge o che ordina ad altri di infliggere. È qualcosa che subisce.
Il taglio del dito del piede è una scena brutale proprio per questo. Perché concretizza il ribaltamento di posizione che Joe subisce. La nostra eroina ha sempre potuto farsi scudo della missione, della sicurezza nazionale. Di un concetto di bene superiore. Ora non più farlo. Rimane soltanto il corpo. E quando la sentiamo gridare l’immagine di eroina cazzuta crolla definitivamente.
Sugar Land: l’orrore arriva in periferia
Anche l’ambientazione contribuisce alla potenza dell’episodio. Sugar Land, con le sue case ordinate e la sua apparente normalità suburbana, diventa il teatro di qualcosa che normalmente associamo a luoghi lontanissimi. È proprio questo contrasto a rendere la situazione più inquietante. Non siamo in una zona di guerra. Non vediamo un campo di battaglia. Non c’è nulla che suggerisca, dall’esterno, che lì dentro si stia consumando una situazione di questo tipo. C’è una casa, un vialetto, un giardino. E una porta. Dietro la quale si cela l’orrore.
E Lioness 3 continua così a giocare sulla distanza tra il mondo della geopolitica e quello dei singoli corpi. Da una parte ci sono gli aerei, le informazioni sui voli, il carburante, le case sicure, le operazioni dell’SVR e le squadre che cercano di ricostruire una traccia da seguire. Dall’altra c’è Joe. Un singolo corpo. È probabilmente questa la contrapposizione più riuscita dell’episodio. Tutta la macchina dell’intelligence americana è in movimento, ma per Joe ogni cosa si riduce a una stanza, una sedia, delle catene e un coltello. La guerra globale si restringe fino a diventare una questione di pochi centimetri. Come la lunghezza del dito di un piede.
Babat è efficace, ma rappresenta un passo indietro
Ed è proprio qui che emerge anche uno dei problemi più evidenti della puntata. L’arrivo di Babat dà finalmente un volto al rapimento e permette alla serie di trasformare una minaccia astratta in qualcosa di concreto. La sua motivazione, legata alle operazioni condotte da Joe in Medio Oriente, offre inoltre un possibile collegamento diretto con il passato della protagonista.
Il problema è il modo in cui il personaggio viene presentato. Babat rischia di scivolare rapidamente nello stereotipo del villain mediorientale sadico. Le minacce, la violenza esplicita, il tono, la teatralità della crudeltà. Dopo episodi nei quali Lioness 3 aveva mostrato una certa ambizione nel complicare le categorie di alleato e nemico, questa rappresentazione appare più semplice. Forse troppo.
E questo conta perché la serie, fino a questo momento, aveva cercato di suggerire che la geopolitica non è una partita tra buoni e cattivi. È un sistema nel quale ogni operazione produce conseguenze, ogni alleanza ha un prezzo e ogni persona può diventare una pedina. Babat, invece, rischia di riportare tutto alla formula più elementare del noi VS loro.
Non è necessariamente un problema destinato a compromettere l’intera stagione. Ma sarà importante capire cosa Sheridan deciderà di farne nelle puntate successive. Se Babat acquisirà motivazioni, contraddizioni e una dimensione politica più complessa, questa semplificazione potrà essere riletta come un punto di partenza. Se resterà soltanto il carnefice sadico che tormenta Joe, sarà difficile non considerarlo un passo indietro.
La tensione funziona quando la serie smette di spiegare

La regia di D.J. Caruso mantiene il linguaggio che ormai associamo alla serie. Azione secca, dialoghi asciutti, inseguimenti e una costruzione della suspense che non ha bisogno di trasformare ogni momento in un’esplosione. La sequenza all’aeroporto in Texas è un esempio perfetto. Un dettaglio apparentemente incongruente nei dati del volo, la quantità di carburante e il collegamento con le operazioni dell’SVR costruiscono progressivamente la sensazione che qualcosa non torni.
La squadra si avvicina alla soluzione, ma ogni nuova informazione sembra contemporaneamente allontanarla da Joe. È una tensione costruita sulla frustrazione. E funziona perché Lioness 3 ci mette nella stessa posizione della QRF. Sappiamo che Joe è vicina, ma non abbastanza per liberarla.
Anche la sequenza della tortura funziona meglio proprio quando la serie si affida ai dettagli. Il telo sulla testa, il respiro, il rumore del coltello, il corpo immobilizzato. Non serve spiegare cosa dobbiamo provare. Basta mostrarlo. È forse una delle caratteristiche migliori di “Sugar Land”. Quando Sheridan smette di raccontare e lascia spazio alle immagini, Lioness 3 diventa molto più potente.
Un episodio che fa male, ma non è ancora perfetto
C’è un altro elemento che attraversa “Sugar Land” e contribuisce a rendere ancora più dolorosa la situazione: Cruz. La sua preghiera,“Got to give me a chance, God” , potrebbe sembrare un dettaglio secondario in mezzo agli aerei, alle operazioni dell’intelligence e alla corsa contro il tempo. In realtà, è uno dei momenti che meglio sintetizzano il senso di impotenza che attraversa l’intero episodio.
Cruz non sta chiedendo di vincere. Non sta chiedendo nemmeno che tutto vada bene. Sta chiedendo una possibilità. Ed è una differenza enorme. Perché Lioness 3 mette tutti i suoi personaggi davanti allo stesso limite. Possono fare tutto quello che è nelle loro possibilità, ma non possono controllare il risultato.
Mancano due episodi alla fine di questa avventura. La struttura su due piani regge anche se in certi momenti la sensazione è quella di due episodi cuciti insieme con un filo di ferro arrugginito. Non sempre la sutura tiene. Ma quando funziona, funziona da paura. C’è poi l’incognita di Babat. Il personaggio è funzionale alla tensione della puntata, ma rischia di rappresentare una semplificazione alla complessità geopolitica che la stagione aveva provato a costruire.
Ma “Sugar Land” resta comunque uno degli episodi più fisici e dolorosi della stagione. Non c’è vittoria. Non c’è sollievo. C’è soltanto una squadra che continua a cercarla e una donna che non può fare altro che aspettare di essere salvata.







