L’articolo che segue contiene importanti spoiler sul finale di Game of Thrones.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Si torna a parlare di Game of Thrones e, soprattutto, del suo controverso finale. Lo facciamo oggi, a oltre sei anni di distanza dalla messa in onda dell’ultima puntata, con una prospettiva molto particolare: nelle scorse settimane, infatti, il magazine ScreenRant ha pubblicato un interessante approfondimento firmato da Ben Sherlock nel quale si arriva a una tesi che merita alcune riflessioni.
L’autore, infatti, si domanda se “il finale di Game of Thrones sarebbe stato meno controverso se fosse andato in onda dieci anni prima”.
Questo è il titolo del pezzo, e parte da un presupposto che affronta sì pregi e difetti di un finale con tantissimi problemi, ma si concentra soprattutto su un altro aspetto: cosa sarebbe successo se quello stesso episodio fosse arrivato prima del finale di Lost, per esempio?
Lo spunto non è casuale. Ed emerge dagli stralci dell’articolo di Sherlock che ora riportiamo: “Se Game of Thrones fosse andato in onda dieci anni prima e il suo finale di serie fosse stato nel 2009, la storia sarebbe stata ben diversa. Il clima intorno ai finali di serie è cambiato drasticamente con la conclusione di Lost nel 2010. Lost è stata la prima serie del suo genere, con un finale attesissimo che poneva grande enfasi sulla trama. Twin Peaks e The Prisoner avevano già sperimentato con la narrazione a enigmi in stile Lost, ma non ci si aspettava che i loro episodi finali fossero come quello di Lost”.
Tutto vero, oppure no? Ne parliamo tra poco.
Sherlock incalza nella sezione centrale dell’articolo: “Dopo Lost, il pubblico ha iniziato a giudicare i finali di serie in modo molto più severo. Ai vecchi tempi, una serie come Dexter non aveva bisogno di un finale stravagante. Era una serie a episodi su un serial killer che uccideva solo altri serial killer, e alla fine si concludeva in modo del tutto normale. Ma nell’era post- Lost , Dexter aveva bisogno di un finale di serie eclatante con un colpo di scena, che, a posteriori, ha probabilmente rovinato l’intera serie”.
La tesi è chiara: “Dopo Lost, l’episodio finale poteva decretare il successo o il fallimento di un’intera serie. Uno show acclamato per anni come uno dei più grandi successi televisivi poteva improvvisamente essere etichettato come un disastro e cancellato dalla memoria collettiva se il finale si rivelava deludente. Ne sono un esempio Dexter e Game of Thrones”.
Insomma, ci siamo: secondo quanto sostenuto in questo articolo, uno degli ostacoli principali che ha affrontato il finale di Game of Thrones riguarderebbe le aspettative del pubblico.
Aspettative enormi, degne di una serie evento come non se ne vedono più in circolazione oggi. Per certi versi, il punto d’arrivo di una prestige tv ormai tramontata, dopo i fasti degli anni dei Soprano, Breaking Bad e molte altre. Nonché delle stesse Game of Thrones e Lost, ovviamente.
È un pezzo che mi ha fatto riflettere su un tema col quale convivo da molti anni. Ci convivo, in particolare, fin dal giorno in cui mi ritrovai a recensire il famigerato finale di Game of Thrones a poche ore di distanza dalla messa in onda.
Questo è di per sé un merito di Sherlock: ha offerto una prospettiva alternativa a proposito di un argomento sul quale milioni di persone hanno un’opinione precisa. Molte, oltretutto, vanno nella medesima direzione.
Il finale di Game of Thrones, bocciato con un misero 4 su IMDb da oltre trecentomila utenti – mentre la serie ha nel complesso una valutazione di 9,2 sulla stessa piattaforma, per intenderci – è semplicemente terribile.
Sarebbe un errore tornare su questo punto, anche perché l’autore crea il contesto per farsi un’altra domanda: quel 4 sarebbe rimasto un 4, se il finale di Game of Thrones fosse andato in onda nel 2009?

L’articolo fa emergere una tesi condivisibile in questo senso: è evidente che negli ultimi anni sia aumentata esponenzialmente l’influenza dei social media sulla percezione dei prodotti. Prodotti dei quali si discute prendendo in esame ogni singolo dettaglio, soprattutto su piattaforme come Twitter e Reddit. Ciò alza le aspettative collettive, visto che il fenomeno porta con sé una maggiore attenzione da parte del pubblico – ma parliamo del 2019, oggi la situazione è diversa – e, di conseguenza, maggiori pretese sulla cura della scrittura e sulla coerenza globale del prodotto.
Nel caso di Game of Thrones, poi, il fenomeno fu ulteriormente amplificato dalla lunghissima attesa tra la settima e l’ottava stagione.
Si parla di quasi due anni nei quali teorie e aspettative ebbero tutto il tempo necessario per moltiplicarsi, creando poi un inevitabile effetto boomerang. E sarebbe interessante comprendere quanto i giudizi sul finale cambino tra chi la vide in diretta e chi, invece, l’ha recuperata a posteriori nell’arco di poche settimane o mesi.
In ogni caso, come evidenzia giustamente Sherlock, Lost è stata una capostipite in tal senso.
La proliferazione di forum e di blog dedicati ha creato un fandom che si è legato al prodotto visceralmente, riducendo la clemenza dello stesso nel momento in cui la risoluzione dei misteri non è stata considerata abbastanza valida.
Potremmo parlare anche di questo, e sarebbe molto interessante: io rientro nella schiera degli amanti del finale di Lost, e spiegai perché in un articolo di qualche anno fa.
Il pezzo di ScreenRant, tuttavia, sembra giustificare oltremisura la percezione negativa del finale di Game of Thrones in relazione al contesto storico. E a tal riguardo dovremmo farci un’ulteriore domanda: se davvero i social media giocano un ruolo tanto decisivo, perché le conclusioni di due serie amatissime come Seinfeld (1998) o I Soprano (2007), quest’ultima menzionata nell’articolo, sono altrettanto controverse?
Il punto è uno: sono sì altrettanto controverse – seppure le abbia amate entrambe, come ho sottolineato nel tempo in diversi pezzi – ma è vero che i social media hanno amplificato il fenomeno, arrivando addirittura a radicalizzarlo con derive inquietanti. E questo non cambia, soprattutto, la sostanza del finale di Game of Thrones, anche se è cambiata l’accoglienza rispetto agli esempi appena citati.
Ha ragione Sherlock quando evidenzia che la conclusione sia giusta e arrivi nel modo sbagliato, ma non è un fattore da poco.
Un buon finale era stato pregiudicato, per molti versi, dagli errori commessi nelle ultime due stagioni, non solo nelle ultime due puntate.

Sono stagioni che hanno riassunto in tredici puntate delle trame che avrebbero necessitato di almeno quaranta episodi per essere restituite al meglio. Quaranta, sì. Figli di quattro stagioni da dieci puntate, come si era fatto fino alla sesta stagione. Coi tempi giusti, anche morti. Con un attento sviluppo di eventi e personaggi, invece di correre all’impazzata.
Il tema, ovviamente, meriterebbe un articolo a parte. Ed è quello che abbiamo fatto nel 2024, a cinque anni di distanza, illustrando nel dettaglio perché Game of Thrones “abbia fatto la (brutta) fine che ha fatto”: tutto ciò che abbiamo preso in esame non cambia, in relazione ai social media. Ed è vero: parlarne al bar con un amico è diverso dal farlo su una piattaforma in cui il sentimento viene condiviso da milioni di persone, ma non può spostare le valutazioni su un finale che resta a dir poco insufficiente. Insufficiente e lontano anni luce dagli standard qualitativi ai quali ci aveva abituato la serie fino alla sesta stagione.
Arrivati alla fine, domandiamocelo ancora: quel 4 sarebbe rimasto un 4, se il finale di Game of Thrones fosse andato in onda nel 2009?
Forse no. Non per un pubblico necessariamente meno critico, senz’altro meno interconnesso e meno esposto alla costruzione collettiva di aspettative, teorie e giudizi.
Forse, però, sarebbe stato un finale da 5, addirittura 5,5.
Un successo del genere, d’altronde, ha allargato le maglie e portato dentro anche un pubblico molto più generalista, non sempre così sofisticato. Un pubblico che avrebbe accolto diversamente la deriva conclusiva di Daenerys, la scena madre con Jon ai piedi del Trono di Spade o la decisione di mettere Bran Stark su quel che rimaneva del simbolo del potere di Westeros: avrebbe accolto la sensatezza della trama, senza soffermarsi oltremisura sulle carenze a livello di scrittura che hanno portato a un punto d’arrivo apprezzabile.
Un po’ quello che è successo di recente a The Boys, per intenderci, anche se in quel caso i problemi si sovrappongono fino a un certo punto.
Ma il vero punto è un altro: Game of Thrones sarebbe diventata la serie che è diventata, se non si fosse trasformata in uno straordinario fenomeno mediatico alimentato dai social? Il paradosso è evidente: i social hanno contribuito ad amplificare la condanna del finale, ma avevano anche fatto di Game of Thrones quello che conosciamo. Non possiamo eliminare i primi dall’equazione senza ridimensionare anche il secondo.
Avrebbe quindi subito la medesima pressione per essere all’altezza della sua eccezionale eco, alimentata anche da standard di scrittura fuori dal comune?
Su questo, francamente, non ho alcun dubbio.
Antonio Casu







