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Il finale di The Boys non è brutto, è molto peggio: è scontato, didascalico e senz’anima

Homelander, protagonista del finale di The Boys

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul finale di The Boys.

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Una piccola premessa: non facevo parte della folta schiera di critici dell’ultima stagione di The Boys. Non fino a questo momento, almeno. Sono andato in controtendenza, conscio del fatto che una percentuale maggioritaria di pubblico non abbia apprezzato affatto le puntate della stagione conclusive. Quando anche ha apprezzato l’intrattenimento offerto, ha mostrato fin troppe perplessità sulla gestione della trama, deficitaria e fragile. La penultima puntata, in particolare, era stata avversata da review molto critiche e perplessità diffuse sul finale in arrivo, con una domanda ricorrente: era davvero possibile chiudere tutte le trame con una sola puntata a disposizione, dopo aver “sprecato” vari minuti dietro a due personaggi che si odoravano a vicenda il fondoschiena in un bizzarro approccio?

La premessa si chiude qui: è una storia che conoscete, se siete interessati a The Boys.

Ciò nonostante, sopravviveva in me un ampio credito che dovevo a Kripke e a una serie che ha scritto alcuni tra i capitoli più significativi della tv negli ultimi anni. Un credito che partiva da una considerazione semplice: le digressioni non sono di per sé un problema (ne ho parlato in un articolo di pochi giorni fa), né tantomeno avrei voluto chiedere a The Boys di essere una serie diversa da quella che è sempre stata. Una parodia, un divertissement. Talmente divertente da trasformarsi, nel tempo, in una raffinata satira politica con capacità predittive persino impressionanti, nell’ultima stagione.


Stagione che mi era piaciuta, fino alla penultima puntata: non essendo tra quelli che chiedono a The Boys di essere una mera serie d’azione del tutto incentrata su una trama adrenalinica, avevo considerato preziose gran parte delle deviazioni, dei presunti tempi morti e di qualunque cosa rafforzi l’immaginario al di là dello sviluppo degli eventi. A modo suo, certo: perché no, pure con due personaggi che si odorano il fondoschiena anche se nessuno, proprio nessuno, è interessato a loro.

Fin qui ci siamo, no? So che molti non saranno d’accordo con me, ma va bene così. Ricordiamocelo sempre: va bene così.

Poi, però, devi chiudere bene una serie del genere.

Devi offrire un finale all’altezza del suo nome. Visti gli standard elevati a cui la serie mi aveva abituato, un finale tanto frettoloso e approssimativo è ancora più deludente, seppure in buona parte “giusto”.

Mi sarei aspettato coraggio, da una serie coraggiosa come The Boys. Un volo audace che ribaltasse gli orizzonti e offrisse una nuova prospettiva. Un finale spiazzante che mi facesse rabbia o mi appagasse con soluzioni anticonvenzionali. E che desse un senso diverso anche a ciò che mi aveva lasciato perplesso in precedenza: un libro, d’altronde, si giudica una volta concluso, non prima dell’ultimo capitolo. Lo chiedo, almeno, a chi conosce bene le regole della narrativa, come ha dimostrato ampiamente per molti anni.

Risultato? Il finale di The Boys è anonimo. A eccezione delle splendide interpretazioni dei protagonisti, senza anima. Prevedibile dal primo all’ultimo minuto.

Non è “brutto”, ma per quanto mi riguarda è un limite persino peggiore.

Homelander in The Boys
Credits: Prime Video

Non provo la benché minima soddisfazione nel fatto che avessi previsto come sarebbe andata alcuni giorni prima, affatto: non ho fatto altro che proporre quella che avrei considerato la soluzione più scontata possibile, con la vana speranza che l’esecuzione avrebbe dato una chiave di lettura differente agli eventi. Perché ci sta che Butcher si trasformi nel cattivo finale di questa storia, uno che ha combattuto i mostri fino a scoprire il mostro che è dentro di sé: è quello che ci avevano raccontato dal primo momento. Ha senso che sia Hughie a ucciderlo, che Homelander non sia l’ultimo argine del racconto. Che i Super debbano sparire a ogni costo, secondo la prospettiva di Butcher.

La scena, però, non mi ha trasmesso niente. Non per come si è arrivati a quel passaggio tanto importante, da un momento all’altro. Così come non mi ha trasmesso niente la morte di Homelander, quella che dovrebbe essere la scena madre del finale di The Boys: tutto è troppo semplice e si concretizza in pochi minuti con un intervento “divino” e una breve scazzottata, dopo esser stato “impossibile” per cinque stagioni.

L’invulnerabile Homelander, ora divenuto persino immortale, soccombe dopo l’intervento di un deus ex machina.

E il deus ex machina è Kimiko, un po’ così. Con una trasformazione dei suoi poteri che fino alla penultima puntata, semplicemente, non esisteva nella natura del suo personaggio e nell’armonico bilanciamento di poteri in questa saga. Non è Ryan a risolvere la situazione. Non Marie Moreau, relegata a comparsa marginale: Gen V l’aveva presentata e sviluppata con ambizioni ben differenti, ma evidentemente si è fatto finta che Gen V non sia mai esistito. Nemmeno Soldier Boy, congelato per qualche motivo e persino assente nel finale di serie.

Kimiko si trasforma e vendica Frenchie, perché sì. Sconfiggono Homelander, perché sì. Ma non provano nemmeno a offrire una linearità alla scena: il cattivo deve morire perché il tempo è finito, non perché la trama abbia creato i presupposti affinché la scena madre fosse solida e convincente. Pochi minuti dopo, l’altro cattivo, quello che era “l’eroe” di questa storia, muore a sua volta perché sì. Perché ha un senso, certo, ma c’è modo e modo per raccontare una storia. E gli autori hanno scelto il più comodo.

Continuiamo? Sage perde la sua intelligenza, e ci sta. Deep muore divorato dai pesci, e va bene così. Tra una forzatura e l’altra, il finale di The Boys mette rapidamente ogni tassello al proprio posto, senza mai offrire uno spunto rilevante. Con uno sviluppo banale per ognuno dei personaggi citati.

Arrivo così a una conclusione: sono pochissimi i momenti che ho davvero apprezzato, e non potranno mai essere all’altezza della serie che è stata The Boys. Né della stima che ho nei suoi confronti, pressoché immutata.

Di conseguenza, ho l’impressione che l’arrivo imminente del prequel e del sequel abbiano condizionato negativamente questa ultima stagione.

The Boys - Billy Butcher
Credits: Prime Video

Non è la prima volta che penso una cosa del genere: era già successo con The Handmaid’s Tale e ancora capiterà chissà quante altre volte, ma questo è materiale per un approfondimento futuro. Di finali così, purtroppo, ne vedremo fin troppi.

Il famigerato V1, allora, si è trasformato in una sorta di MacGuffin, visto che l’immortalità acquisita da Homelander non ha prodotto alcuna conseguenza narrativa davvero rilevante: non è stato altro che il vettore ideale per lanciare Vought Rising. E il sequel? I Super esistono ancora: non so se un finale nichilista con vincitore Homelander sarebbe stato apprezzabile, ma avrebbe sicuramente mostrato maggiore personalità. E l’avrei visto bene per questo, al di là dell’esecuzione. La parodia, invece, si è travestita da serie supereroistica convenzionale con gli ultimi dei cliché.

Mi ritrovo allora a rivivere ciò che avevo già provato col finale di Game of Thrones.

Lì i problemi furono ben altri, ma con lo stesso risultato: se questi stessi eventi fossero stati raccontati in un doppio episodio, uno incentrato sulla caduta di Homelander e l’altro sulla caduta di Butcher, l’opinione non sarebbe stata tanto disfattista. E non avrebbero rivalutato negativamente, a posteriori, tante delle cose che si erano viste in precedenza. Soprattutto, al pari di Game of Thrones, è un finale che fa molte cose giuste nel peggior modo possibile, senza avermi suscitato niente. Al massimo delusione, a posteriori. Un finale anonimo, didascalico e con payoff emotivi deboli che spinge The Boys verso la porta d’uscita, pronta a rientrare dalla finestra. Ed è un peccato, davvero: avevo sperato fino alla fine di veder The Boys brillare per un’ultima volta, ma non è stato così.

Resta una gran bella esperienza televisiva, sia chiaro: ora, però, devo unirmi al coro dei critici.

Ci ripenserò ogni volta che ascolterò un brano di Billy Joel: Piano Man regala gli unici veri brividi dell’episodio per meriti propri, visto che sarà sempre un capolavoro immortale. Fino all’ultima nota, senza stonature.

Già, le stonature: pur di evitarle, The Boys ha abbassato la voce per non scontentare nessuno.

Il risultato finale, però, è così così. Fosse stato brutto, sarebbe stato meglio.

Antonio Casu