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Quando è finita davvero (sempre che sia finita) la golden age delle Serie Tv?

peter dinklage in una scena tratta da Game of Thrones, serie della golden age televisiva

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Se siete appassionati di serie tv, a un certo punto potrebbe esservi capitato sui social un video che risale alla cerimonia di consegna degli Emmy del 2014. Riguarda, in particolare, la presentazione dei candidati per una delle categorie più ambite: il Miglior attore in una serie drama. Scorrono, nell’ordine: Bryan Cranston (Breaking Bad), Matthew McConaughey (True Detective), Kevin Spacey (House of Cards), Jon Hamm (Mad Men), Jeff Daniels (The Newsroom) e Woody Harrelson (ancora per True Detective). Il video gira ancora, a distanza di dodici anni, per un motivo semplice: quella straordinaria parata di stelle, protagoniste di serie iconiche che hanno lasciato un segno profondo nell’immaginario comune, sintetizza in una trentina di secondi cosa è stata la golden age televisiva.

Un’epoca d’oro, in tutto e per tutto. La massima espressione del piccolo schermo che assume un prestigio inimitabile, smettendo di essere la sorella minore del cinema per affiancarsi a essa. Oggi, a distanza di dodici anni, ciò sembra irripetibile. Quantomeno, si percepisce come tale: il video assume implicitamente toni nostalgici e avalla una presunta svalutazione della serialità televisiva negli ultimi anni. È una celebrazione, quindi, ma anche un funerale. Quell’idea di tv sarebbe morta da tempo, secondo i più. Occhio alle parole, però: si è già parlato in poche righe di “percezioni” e di “ipotesi non confermate”, nello specifico.


Questo aspetto, infatti, rappresenta il perno centrale per rispondere a una domanda interessante: quando è finita la golden age delle serie tv?

Ma soprattutto: è davvero finita? Oppure siamo semplicemente cambiati noi e, di conseguenza, l’approccio di produttori e distributori alla cosiddetta prestige tv? Visto che chi vi scrive non è né nostalgico né tantomeno disfattista, la risposta è molto meno immediata di quanto potrebbe esprimere quel video.

Per procedere, allora, facciamo una cosa: analizziamola meglio, quella lista.

Bryan Cranston agli Emmy del 2014
Credits: USA Today

I candidati rappresentavano “solamente” tre distributori: HBO, AMC e Netflix. Parte della risposta è già qui: come abbiamo evidenziato più volte, HBO è l’incarnazione vivida della golden age televisiva, e ne segna in qualche modo i confini. Con I Soprano, in particolare, ha avviato un percorso in cui la televisione è diventata qualcos’altro rispetto al passato: una tv più autoriale, qualitativamente eccelsa e capace di coinvolgere grandi nomi in progetti innovativi e creativamente visionari, riuscendo a coinvolgere allo stesso tempo un pubblico trasversale, ben oltre le élite. Un pubblico che necessitava di andare oltre i confini del passato, dando fiducia ad artisti incredibili e a chi aveva assecondato la pulsione con grande maestria.

HBO teneva insieme l’alto e il basso, proiettando tutti verso le stelle. Ben oltre qualsivoglia vocazione generalista. Sistematicamente, non con casi isolati come aveva fatto in precedenza Twin Peaks. In poche parole, la golden age televisiva è stata questo, e nel 2014 era riuscita a esprimersi con serie molto diverse: l’ha fatto con la prima, memorabile, stagione di True Detective e con la sottovalutata The Newsroom, ideata da quel maestro di Aaron Sorkin, continuando a dare il meglio di sé dopo i fasti de I Soprano. Ci sarebbe poi anche Game of Thrones, già in onda in quel momento, ma ci torneremo tra un po’: è un elemento fondamentale per rispondere al quesito.


AMC, dal canto suo, stava vivendo un periodo straordinario, oggi lontano ricordo di cosa è stato il network per diversi anni: Mad Men e Breaking Bad, d’altronde, non sono solo due delle migliori serie tv di quel periodo, ma di sempre. Ed erano lì affiancate, coeve. Nello stesso momento. Tra l’altro, anche The Walking Dead andava in onda lì in quel periodo, ma anche su questo ci torneremo.

E poi c’è Netflix: piattaforma neonata, si affaccia al palcoscenico più prestigioso con una dimostrazione di forza straordinaria.

House of Cards è la prima grande espressione dello streaming televisivo, e per questo l’abbiamo indicata tra le serie spartiacque della storia del piccolo schermo: in quel momento si stava affermando con la vocazione al prestigio, degno dei numeri uno, e un eccezionale impatto sul grande pubblico. Inedito. Segno di una rivoluzione che negli anni si è istituzionalizzata. Ancora: alto e basso. Elitario e popolare. Esclusività artistica e inclusività mediatica. Netflix ha costruito qui le basi preliminari per le sue fortune, salvo poi svilupparsi in altre direzioni. Anche questa non è una considerazione isolata: è un elemento fondamentale per definire il mosaico articolato che ci porterà a rispondere.

Insomma, è chiaro che si abbia una sintesi eccezionale in tal senso. E l’elenco delle serie tv che hanno meritato o avrebbero meritato un riconoscimento agli Emmy del 2014 è molto più lungo di così. Non è scorretto, allora, individuare quell’anno come punto d’arrivo ideale di una golden age televisiva che si mostrò lì con un carisma poi non più replicato. Sarebbe quindi semplice chiudere qui l’analisi e individuare il 2014 come anno in cui si concluse quella fase. E in buona parte è vero, ma lo ripetiamo ancora: la questione è più complessa di così.

La golden age si è conclusa tra il 2013 e il 2015? Sì, ma…

Don Draper è il protagonista di una delle migliori serie tv di sempre: Mad Men
Credits: AMC

Arriviamo a un primo punto: se dovessimo individuare una fase in cui la prestige tv è finita e il piccolo schermo si è poi evoluto – o involuto – secondo logiche differenti, più votate allo sviluppo di una serialità di massa con un’enormità di titoli, alimentata principalmente dalla diffusione dello streaming e dall’irruzione conseguente del binge watching, potremmo effettivamente segnare schematicamente l’inizio e la fine della golden age. E farlo tra il 1999, anno d’inizio de I Soprano, e il periodo tra il 2013 e il 2015, quando si conclusero Breaking Bad e Mad Men.

Ciò emerge anche dal nostro percorso storico delineato in un articolo in cui abbiamo affrontato cosa è arrivato in seguito: la cosiddetta peak tv, tramontata nel periodo successivo alla pandemia del 2020, e l’attuale fase della IP Tv. Insomma: dalla prestige tv si è passati a centinaia di serie tv prodotte ogni anno, mentre oggi sono diminuite esponenzialmente e puntano sempre più sulle IP, le proprietà intellettuali. In pratica, i franchise. Gli investimenti sono più mirati su un numero più ridotto di serie, e scommettono su certezze preliminari più solide: il tempo dei voli pindarici è finito, eccezioni escluse.

Questo, almeno, a grandissime linee: rimandiamo all’articolo appena citato per approfondire il tema nel dettaglio. Sarebbe però un errore schematizzare la storia televisiva con fasi non comunicanti tra loro, sovrapposte, sfumate: lo diciamo qui, ma con ogni probabilità direbbe altrettanto uno come Alessandro Barbero per parlare della storia in generale. Ciò significa che indicare la fine della golden age televisiva nel 2015, considerando tutto quello che è venuto in seguito come secondario (o comunque non altrettanto prestigioso), sarebbe sbagliato.

Qui ci vengono in supporto alcune delle considerazioni fatte nella sezione precedente. Su Game of Thrones, in particolare. Ma anche su House of Cards e, soprattutto, la parabola evolutiva di Netflix.

Frank Underwood in una scena di House of Cards, serie tv della golden age televisiva
Credits: Netflix

Ovvero: le due serie condividono una gloria iniziale, degna dei migliori capitoli della prestige tv, e un declino successivo che ha attraversato gli anni Dieci del Duemila per culminare in atti finali a dir poco disastrosi. Le motivazioni sono molto diverse: ne abbiamo parlato sia in un caso che nell’altro in articoli specifici, ma è interessante notare come in entrambi i casi le due serie, spartiacque, siano anelli di congiunzione tra l’epoca della golden age e quella della diffusione di massa dello streaming.

Nascono, in sostanza, sul terreno fertile della golden age. Si inseriscono nel percorso con grande autorevolezza, e lo fanno per diversi anni. A un certo punto, però, entrano in una spirale negativa e si concludono malissimo: i due finali sono riflessi pallidi delle serie che sono state, dando il là a paragoni ingenerosi. Potremmo dire altrettanto per The Walking Dead, allargando ulteriormente il campo.

Non è un caso: al di là delle cause peculiari, Game of Thrones e House of Cards sono sintomo di una televisione che è cambiata negli anni.

La crescita dell’industrializzazione del piccolo schermo, sempre meno legata all'”artigianato” prestigioso di autori visionari e sempre più alla necessità di distribuire un’infinità di titoli differenti per rispondere alle esigenze mutate del grande pubblico, hanno portato le due serie a snaturarsi. Impoverirsi progressivamente. Diventare altro, rispetto a quello che furono.

Non solo per via della mancanza dei libri di Martin nel primo caso e del licenziamento di Kevin Spacey nel secondo: sono elementi decisivi per definire il loro insuccesso finale, e non è certo qui che metteremo in secondo piano la loro centralità. Tuttavia, allo stesso tempo, sono figli di una mutazione del DNA sistemico del piccolo schermo. Un DNA nel quale la percezione di qualità è più importante della qualità stessa: un brand da consolidare, ancora prima che da alimentare concretamente. Lo spettacolo viene prima della scrittura, in troppi casi. E quando trova un grande pubblico, ne deve assecondare la trasversalità: essere un po’ più generalista, pur avendo costruito le proprie fortune sull’innovazione del genere e su chiavi destinate a target molto più specifici.

Si va avanti a tutti i costi, anche quando non ci sono più le premesse del contesto per andare avanti con gli standard di un tempo. Si cerca di somigliare a se stessi, senza esserlo.

A questo punto, diventa urgente un’altra questione: perché è successo tutto ciò? Perché la televisione ha abbandonato le logiche del prestigio, in nome delle nuove logiche algoritmiche?

Anche in questo caso, la risposta è figlia di fattori differenti. E deriva da una sinergia imprescindibile tra chi vende un prodotto e chi lo compra. Tra i distributori e gli utenti. Una sinergia in cui causa e conseguenza si sovrappongono e si scambiano le parti: il pubblico cambia perché cambia il mondo del quale la televisione è uno dei tanti artefici, e viceversa.

Il pubblico ricerca maggiore immediatezza e non si impegna più come un tempo per star dietro alle sfumature di un racconto? Sì, certo. È meno paziente di un tempo? Eccome. È più distratto? Diremmo un’ovvietà. Ha però ancora bisogno di intrattenimento: ama ancora le serie tv, ma in un modo molto diverso rispetto a qualche anno fa. La risposta, allora, è la peak tv prima, i franchise poi. Le serie da algoritmo, in buona parte dei casi. E un’autorialità oggi relegata alla forza motrice di una manciata di sceneggiatori che sanno ancora percorrere una strada autonoma, specie se assecondati da network che portano avanti l’eredità della prestige tv.

Lo sappiamo: sembra una conferma alle paure dei nostalgici. A chi pensa che quell’istantanea proveniente dal 2014 sia figlia di una storia che non tornerà più.

Walter White in un iconico momento di Breaking Bad, serie tv da golden age
Credits: AMC

Qualcosa è inevitabilmente cambiato, non si può negare. Ma questo non è un articolo disfattista. Pur celebrando la gloria eterna di Breaking Bad, non consideriamo meno importante la successiva Better Call Saul. Non dimentichiamo Succession, Shōgun, The Bear o Scissione, stando solo ad alcune delle migliori serie tv degli ultimi anni. Non dimentichiamo quanto abbiamo detto di recente sulla nuova HBO, anche perché la sua parabola è il perfetto riflesso di quanto stiamo sostenendo in questo articolo. Teniamo a mente tutto, senza dubbi. Perché sì: ognuna delle serie citate è degna dei fasti della golden age televisiva, in tutto e per tutto. E viene a supporto un altro nostro approfondimento recente, anch’esso incentrato su una domanda complessa: è davvero finita l’epoca dei capolavori televisivi?

La risposta lì offerta e quella qui cercata si sovrappongono ampiamente, e concentrano l’attenzione su un aspetto in particolare: i capolavori esistono ancora, ma non sono più rilevanti come un tempo.

Il grande pubblico li evoca a gran voce, ma non sa fruirli come un tempo. Guarda le serie tv quanto prima, ma in un modo molto diverso. Ed è frammentato, enormemente, rischiando così di perdere tante belle opportunità per seguire e sostenere un capolavoro: chi vale davvero rischia di disperdersi nella massa critica di centinaia di titoli proposti ogni anno. Quando poi viene guardata, viene sbranata come si farebbe con un hamburger da fast food, perdendosi così le unicità di una pietanza gourmet che si può godere solo con un’immersione totalizzante. Possibilmente, lenta.

Un capolavoro non è tale solo per caratteristiche tecniche e peculiarità che la rendano straordinaria: lo è anche perché il pubblico decide che sia così. Lo riconosca. Lo viva attivamente, ne sia artefice quanto l’autore. Il capolavoro è un dieci sia per la critica qualificata che per il grande pubblico: quando lo è solo per i primi, può essere comunque tale, ma lo è un po’ meno. Potrebbe persino esserlo oggettivamente, e in quel caso diventa fondamentale il contributo di chi promuove le piccole gemme che ancora si trovano ovunque. Nonostante ciò, lo sarebbe solo fino a un certo punto se non è percepito come tale, non è riconosciuto. Nei casi peggiori, persino ignorato. Non lo è, almeno per le logiche della golden age televisiva. Logiche per cui l’impatto culturale, oggi in parte perso dalla tv in generale come medium, è importante quanto ogni disquisizione tecnica.

Tutto ciò per dire che no, non è finito quel tempo. Ma la golden age è comunque alle spalle perché il pubblico è meno pronto a vivere tutto ciò, pur desiderandolo.

Chissà che fine avrebbe fatto Breaking Bad, se fosse nata quindici anni dopo: avrebbe rischiato concretamente di passare inosservata, scrivendo così una storia diversa pur avendo creato tutti i presupposti per essere una delle migliori serie tv di tutti i tempi. Ci si perde allora nell’istantanea del 2014, dove alla fine vinse Bryan Cranston: un riconoscimento sacrosanto per un’ultima stagione leggendaria, tra le migliori mai viste. Per ora, almeno: l’auspicio è che qualcuno, un giorno, possa eguagliarla. C’è chi ci sta provando, e lo ringraziamo per questo. Ma ora tocca al pubblico: quella statuetta al protagonista di Breaking Bad, in fondo, è pure nostra.

Antonio Casu