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Boardwalk Empire: lunga vita ai fuorilegge

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Sono passati alcuni anni dall’ultima vittoria di un Emmy per la migliore serie drammatica in casa HBO (I Soprano, nel 2007) e Mad Men, della concorrente AMC, ne sta vincendo un po’ troppi, soprattutto consecutivamente (ben quattro, dal 2008 al 2011). Non che la HBO se ne stia con le mani in mano in questo periodo, sia chiaro: True Blood e Treme sono prodotti eccellenti che però non riscuotono tra gli esperti sufficiente interesse da essere premiati. Ma non bastano. Occorre qualcosa di nuovo, di appassionante, capace di incollare allo schermo i telespettatori creando loro quella sorta di dipendenza dalla quale a nessuno piace guarire. Qualcosa magari ambientato nel passato (come Mad Men, per caso?), che racconti la storia di personaggi fuori dal comune, in una nazione in via di sviluppo e che non sia, perché no, del tutto inventata. Qualcosa come per esempio Boardwalk Empire, creato da Terence Winter, già sceneggiatore di punta de I Soprano e vincitore di quattro Emmy nonché candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura con The Wolf of Wall Street, e prodotto, tra gli altri, da Mark Whalberg, Tim van Patten (regista e vincitore di diversi Emmy) e nientepopodimeno che Martin Scorsese il quale ha anche girato il pilot dando un’impronta profonda alla regia.

Boardwalk Empire, andata in onda per un totale di cinquantasei puntata tra il 2010 e il 2014 (da noi, in Italia, è stata trasmessa prima su Sky Cinema e poi su Sky Atlantic tra il 2011 e il 2015) racconta gli anni del Proibizionismo (dal 1919 al 1933) negli Stati Uniti e lo fa evitando accuratamente le grandi e più conosciute Chicago e New York preferendo loro la città balneare di Atlantic City, New Jersey. Se avete visto A qualcuno piace caldo, di Billy Wilder, e vi siete sempre chiesti da dove provenisse l’alcol dentro la fiaschetta che Marylin Monroe tiene infilata nella giarrettiera Boardwalk Empire è quello che fa per voi.

La serie, nel corso delle cinque stagioni, raduna insieme due mondi distinti: quello della realtà e quello della finzione. Un po’ come nella trilogia americana di James Ellroy da una parte, infatti, troviamo personaggi realmente esistiti come Al Capone, Lucky Luciano, Arnold Rothstein ma anche J. Edgar Hoover e, perché no, persino Joseph P. Kennedy (padre del presidente John e del candidato Robert). Dall’altra quelli inventati, in maniera molto credibile, di piccolo e medio calibro, per lo più immigrati, reduci della Grande Guerra, afroamericani in cerca di emancipazione, che fanno da contorno e danno colore e spessore all’ambientazione. Nel mezzo, a fare da tramite tra i due mondi, si trova Nucky, protagonista indiscusso della serie e magnificamente interpretato da Steve Buscemi (qui vi raccontiamo qualche curiosità su di lui).

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Enoch Malachi “Nucky” Thompson, la cui figura è ispirata al quasi omonimo Enoch Lewis “Nucky” Johnson (1883-1968), è l’astuto e spietato boss desideroso di rendere Atlantic City la capitale del contrabbando d’alcolici che festeggia l’inizio del Proibizionismo già sapendo che sarebbe stato il periodo d’oro per i gangster come lui. Ma non solo: è anche un politico, repubblicano, e ricopre la carica elettiva di tesoriere della città. In questa duplice veste, come tutti i personaggi intriganti, Nucky risulta essere spietato con gli avversari e al tempo stesso compassionevole nei confronti di chi ha bisogno, capace di accarezzare i capelli di una suffragetta e poco dopo ordinare il violento pestaggio di chi gli deve dei soldi o fatto qualche sgarbo.

Personaggi del genere ci sono già stati nel panorama delle serie televisive ma Nucky di Boardwalk Empire risulta davvero differente e in questo la scelta di un attore come Steve Buscemi è stata azzeccatissima. Non dotato di un fisico particolarmente imponente, tanto da risultare grottesco nel non riuscire nemmeno a buttar giù una porta chiusa a chiave, il gangster di Atlantic City per poter battere i suoi spietati avversari deve usare di più e meglio il cervello. Così, mentre ai suoi scagnozzi tocca la parte prettamente manuale del lavoro, lui se ne resta a guardare diventando quasi una sorta di santo in mezzo ai demoni.

Terence Winter, come detto, prende spunto da un uomo realmente esistito la cui vita viene narrata nel saggio Boardwalk Empire: The Birth, High Times, and Corruption of Atlantic City di Nelson Johnson (1948), giudice, avvocato e storico americano. La domanda sorge spontanea: quali sono, se ci sono, le differenze tra i due Nucky? Secondo l’autore del libro il personaggio televisivo è fatto da un 60% corrisponde alla realtà mentre il restate è frutto della fantasia degli autori. Nello specifico la più importante differenza è legata alla fisicità: mentre il Nucky televisivo è piuttosto mingherlino e pallido quello reale era molto alto e imponente. La scelta di puntare su Steve Buscemi, bravura a parte, probabilmente è voluta per evitare parallelismi con il compianto James Gandolfini, interprete di Tony Soprano.
Entrambi i Nucky erano capaci di grande generosità e conducevano vite molto stravaganti, come per esempio vivere nella suite di un albergo. Sia l’uno che l’altro erano fornitori di alcol, donne e slot machine truccate per il gioco d’azzardo delle più importanti società malavitose dell’epoca.

Nel periodo del Proibizionismo entrambi avevano il controllo completo della città di Atlantic City mantenendolo attraverso tangenti, concussione, corruzione e favori ma mentre il Nucky televisivo è mandante di violenti pestaggi e omicidi quello reale, pur altrettanto immorale e spietato, non si sporcò mai davvero le mani. Si limitava, infatti, a esercitare il suo potere attraverso la paura minacciando di togliere il lavoro o il potere a questa o quella persona che gli desse fastidio. Anche nella gestione del traffico di alcolici il Nucky reale si comportò diversamente limitandosi a farsi dare una percentuale su tutte le operazioni compiute nel suo territorio.

Nel corso delle cinque stagioni i due Nucky si sono sempre più differenziati. Persino il finale della loro esistenza è agli antipodi. Quello reale campò fino a 85 anni finendo in galera tra il 1941 e il 1945 con l’accusa di frode fiscale. Alla sua morte l’Atlantic City Press pubblicò un elogio funebre che si chiudeva così: “nacque per comandare: fu elegante, vistoso, fu politicamente amorale e senza regole, ed ebbe una memoria eidetica per facce e nomi, e un naturale dono al comando… [Johnson] ebbe la reputazione di essere un incredibile approfittatore, un grande bevitore, un amante infaticabile, un epicureo, un appassionato utilizzatore del lusso e di tutte le cose belle della vita“.

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Se ci sono delle differenze tra i due Nucky tra le due Atlantic City non ce n’è quasi nessuna. La ricostruzione della cittadina costiere, così come i costumi, è davvero grandiosa non soltanto negli interni ed esterni degli edifici ma anche e soprattutto nell’aria che si respira. All’epoca nella cittadina del New Jersey il Proibizionismo venne efficacemente disatteso rendendola conosciuta in tutti gli Stati Uniti tanto da essere soprannominata The World’s Playground. Fin dal primo episodio l’ambientazione ricostruita è capace di catturare e teletrasportare lo spettatore in un mondo lontano fatto di lustrini e paiellettes. I locali notturni, gli hotel, i bar, i negozi sul lungomare, le case, tutta la ricostruzione è così fedele e ben curata da dare davvero l’impressione di viverci dentro. Come ogni medaglia che si rispetti l’atmosfera ricreata ha due facce: quella del Nucky politico, tale da rendere la cittadina davvero come il luogo d’incontro tra opportunità e stravaganza; e quella del Nucky gangster, tale da fare di Atlantic City l’epicentro dell’importazione illegale di alcol e non solo.

Di Boardwalk Empire si potrebbe e si dovrebbe parlare di più (qui, per esempio, un’ottima nostra analisi). La serie televisiva della HBO, il cui pilot è costato la bellezza di 18 milioni di dollari, è un piccolo capolavoro curato davvero molto bene. Tutto concorre affinché l’epopea dei gangster anni Venti abbia successo diventando un cult: i costumi e le scenografie, il cast perfettamente scelto che ruota attorno a un Buscemi finalmente protagonista, le storie dei personaggi, la colonna sonora, eccetera.

Elegante, persino raffinato, sicuro di sé senza mai essere arrogante, spietatamente e irrimediabilmente brillante, privo di sentimentalismi e di nostalgia, incapace di risparmiare i personaggi amati o di fare le solite concessioni per accontentare il pubblico il capolavoro di Terence Winter e il suo team magistrale di autori è riuscito a vincere una ventina di premi tra Emmy e Golden Globe. Nonostante sia stato ampiamente elogiato dalla critica Boardwalk Empire non è mai riuscito a convincere del tutto i telespettatori che, puntata dopo puntata, sono calati in maniera inesorabile. Non si può nemmeno parlare di un’opera incompiuta dal momento che un finale, e che finale, c’è.
Boardwalk Empire ha soltanto bisogno di tempo e dei giusti intenditori per essere capito e apprezzato, proprio come un vero distillato che non ha nulla a che vedere con quella robaccia, utile per far andare le automobili, che Nucky Thompson produce e vende di straforo.

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