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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Manhattan, in questo quinto episodio di The Walking Dead: Dead City 3, sembra tornare a essere un luogo vero, con tutte le crepe che i luoghi veri portano dentro. ‘Imperialis‘ racconta cosa succede quando una comunità appena nata scopre che sopravvivere non basta: bisogna anche reggere la fame, il sospetto, la rabbia di chi si sente tradito da chi promette un futuro migliore.
Ed è proprio da qui, dal razionamento di lattine, pasta e piccioni catturati per necessità, che l’episodio di The Walking Dead: Dead City 3 costruisce il suo terreno più fertile

La soluzione trovata da Renata e Maggie per tenere insieme alla comunità – radunare walker vivi per alimentare il sistema elettrico a metano – è tra le idee più bizzarre mai avute dallo show: non risolve la fame. Ma distrae, illumina, dà alle persone qualcosa di diverso a cui pensare mentre aspettano il raccolto. Renata stessa ammette che si tratta di una forma di manipolazione, mentre Maggie ribatte che tenere unita una comunità, a volte, significa proprio questo. Negan lo capisce all’istante e lo dice a modo suo, con quella battuta tagliente sul dare alla gente un circo quando manca il pane. Un’osservazione che suona cinica ma che, ancora una volta, dimostra quanto lui sappia leggere le persone meglio di chiunque altro nella stanza.
Ed è proprio nel reclutamento della squadra per la caccia ai camminatori che l’episodio trova il suo momento più leggero e insieme più significativo: Negan e Dillard mettono insieme un gruppo di sopravvissuti improbabili – un’ex membro di New Babylon, un reverendo, un ex pompiere – gente disposta a fare il lavoro sporco che i sopravvissuti più sensati eviterebbero. L’operazione riesce, nessuno muore, anche se Solmari rischia grosso perdendo l’equilibrio sopra un cumulo di morti viventi, e la differenza tra Negan e Renata emerge già qui: lui è pronto ad accettare che qualcuno rischi per il bene del gruppo, lei istintivamente vuole aprire i cancelli e salvare il singolo, anche a costo di mettere tutti in pericolo. Sono due filosofie di comando che convivono a fatica, e l’episodio le lascia scontrarsi senza fretta, sapendo che presto dovranno esplodere.
La sera della vittoria, con l’elettricità finalmente accesa in ogni angolo dell’insediamento, la comunità si riversa al bar di Dillard per festeggiare. E qui l’episodio regala uno dei momenti più sorprendenti dell’intera serie: Maggie e Negan che cantano insieme House of the Rising Sun, un’immagine quasi impossibile da immaginare solo due stagioni fa, quando ogni scena tra loro era attraversata dal fantasma di Glenn. La conversazione che segue è ancora più inaspettata: Maggie ammette che, in un’altra vita, forse sarebbero potuti essere amici. E Negan le rivela di aver rifiutato la proposta di Renata di allearsi ufficialmente con lei, perché – dice – Renata non è Maggie, e a guidare quel progetto dovrebbe essere lei. Questo è il primo momento in cui Maggie e Negan si riconoscono come persone che si capiscono nonostante tutto ciò che le separa, senza che questo cancelli il sangue versato tra loro.

Il nuovo episodio di The Walking Dead: Dead City 3 dedica spazio a un momento sommesso ma prezioso tra Hershel e Luis, entrambi alle prese con assenze che non possono colmare. Hershel confessa di pensare ogni giorno a un padre che non ha mai conosciuto, e di evitare di parlare di Glenn per paura di far soffrire sua madre. Un dettaglio che aggiunge un livello ulteriore al percorso di Maggie in questa stagione, perché anche suo figlio, in silenzio, ha portato lo stesso peso che lei sta finalmente imparando ad alleggerire. Quando dice a Luis che le persone perdute restano parte di noi finché continuiamo a ricordarle, la frase suona come una chiave di lettura per l’intero episodio: nessuno, qui, sta dimenticando i propri morti. Stanno solo imparando a convivere con loro senza lasciarsi paralizzare.
Ma è la parabola di Fabian a sconvolgere parte della puntata. Convinto che la vita ai Bricks fosse imperfetta ma più sicura di questa nuova isola affamata, l’uomo si rifiuta prima di partecipare alla battuta di caccia ai walker per restare vicino alla famiglia, poi si offre di sorvegliare l’armeria, pretesto che gli permette di nascondere cibo per i suoi cari mentre tutti gli altri razionano. Scoperto da Renata, viene costretto a un’umiliazione pubblica che non lo convince affatto di aver sbagliato. Anzi, alimenta il suo rancore, che dirige interamente contro Maggie, accusata di aver avvelenato la comunità con le sue decisioni.
Quando Fabian si presenta al bar parlando apertamente di bare e del numero di persone che ci stanno dentro, Negan capisce che non ha più a che fare con un semplice padre disperato, ma con qualcuno pronto a fare del male. La trappola che gli tende – fingendosi d’accordo con lui, spingendolo a rivelare fino in fondo le sue intenzioni – è tra le scene meglio costruite della stagione, perché mostra un Negan che ha imparato a manipolare non più per crudeltà, ma per proteggere qualcuno a cui tiene davvero.
Quando Renata arriva e ordina di abbassare l’arma, ripetendo che loro non uccidono, Negan spara comunque. Non è dominio, non è intimidazione: è lo stesso istinto di sempre, applicato a uno scopo diverso. Ed è proprio questa ambiguità morale, mai risolta e mai semplificata, a rendere la scena così efficace. L’episodio non ci dice se Negan abbia fatto bene o male, ci lascia semplicemente a fare i conti con la scomodità di capirlo comunque.
Il tentativo di arresto di Renata, la risposta sprezzante di Negan e la promessa di tornare con un esercito trasformano la festa di poche ore prima in un punto di non ritorno. Non è più solo una questione di cibo o di regole: è la domanda su chi debba davvero governare Manhattan. Se le leggi di Renata o l’istinto di protezione brutale di Negan, e Maggie si ritrova nel mezzo, costretta a scegliere tra la comunità che ha contribuito a costruire e l’uomo che, ancora una volta, ha dimostrato di essere disposto a sporcarsi le mani per lei. ‘Imperialis’ non risolve nulla, e fa bene a non farlo. Lascia Manhattan sospesa proprio nel punto più fragile, quello in cui la sopravvivenza materiale è appena garantita, mentre quella morale resta tutta da conquistare.







