1) The Haunting of Hill House vince la sfilata degli orrori drammatici di Mike Flanagan

Ebbene sì, siamo arrivati al traguardo finale di questa maratona da brivido. Abbiamo inciampato in storie di spettri, vampiri, demoni e persone comuni, unite da legami familiari o di amicizia. Ma è soltanto Hill House a racchiudere tutto questo e molto di più. Abbiamo avuto infatti la fortuna di vedere approdare su Netflix la prima vera serie tv horror per eccellenze. Questo Mike Flanagan poteva immaginarselo vista la profonda dedizione estetica e autoriale conferitagli, ma sicuramente non aspettava lo smisurato successo. Seppur i primi episodi mantengano infatti un ritmo abbastanza lento e rivolto alla presentazione introspettiva dei membri della famiglia protagonista della storia, è dal sesto episodio che tutto cambia.
Da questo momento in poi infatti ha inizio per chi guarda una cavalcata fatta di cliffhanger e suspense estremi. Realizzate dal realismo di un dramma familiare lacerante che sottolinea il duplice piano temporale su cui la storia si dipana. Una storia di innocenza e inconsapevolezza dei coniugi Crain e dei cinque figli piccoli, che renderà possibile la conversione della storia ispirata a Shirley Jackson in una ancestrale fiaba gotica. E sono proprio i bambini più degli adulti ad avvertire sin da subito il potere malefico e subdolo della casa. Nonostante la prima vittima e carnefice fosse proprio la madre interpretata dalla leggendaria Carla Cugino. Ricercate sono inoltre le citazioni di prodotti maestri, discendenti dall’abile mano di King, Poe e grandi filosofi. Tali da non rendere soffocante e monografica la trasposizione letteraria de L’incubo di Hill House.
A non essere unidirezionali sono anche le specifiche del genere predominante
In quanto, alla fine della serie Mike Flanagan ha saputo iniettare alla trama quel senso di universalità che abbraccia più sottotrame come la morte, il soprannaturale, il tormento. Tutte funzionali e quindi indispensabile a rendere il prodotto finito ricco di qualità. Questa viene conferita come nella maggior parte dei suoi capolavori da una sceneggiatura studiata e fluida, seppur spesso avanguardistica e volutamente oscura. È però il cast a valorizzarla risultando pertanto stellare in entrambe le linee temporali, elemento ancora una volta ben trattato e mai farraginoso nell’economia della storia. Vengono descritti infatti come personaggi a tutto tondo, sia insieme che singolarmente. Dediti a combattere con i loro mostri dopo aver passato metà della loro vita a vederli davvero.
Anche il montaggio, che viene in aiuto della fotografia iper espressiva, risulta pedissequo alla storia. Seguendo passo passo la tonalità degli episodi e rendendo possibili i diversi significati che ognuno di loro vuole trasmettere. Nella prima parte della serie abbondano efficaci piani sequenza come nell’iconico episodio Due temporali, uno dei più articolati fatto di presente, passato e pioggia incessante. A metà serie Mike Flanagan ci risveglia portandoci a saltare sulla sedia con i suoi misurati jump scares (qui ne parliamo) , ma non solo. Ci fa commuovere senza riuscire a tirare fuori i nostri occhi ormai penetrati nello schermo.
Non dimentichiamo inoltre i simbolismi che si celano dietro la narrazione
Sono le visioni e le parole a coltivarli sin dal principio, rendendo la serie eterna e reale più che mai. Attirano il suo pubblico che non riesce a smettere di fare ipotesi, seguire piste e cercare di afferrare i veri significati che un genio come Mike Flanagan vuole suggerirci. Questi vanno dalla porta rossa come iconica concretizzazione del terrore alla stessa madre Olivia. Proprio lei, ai limiti dell’essere apprensiva e traviata dal paranormale, vuole proteggere i suoi figli dal loro stesso futuro. Tuttavia fa loro del male esattamente come la casa, che apparendo all’inizio un luogo affascinante e sicuro si rivela essere l’unico spazio in cui davvero non si può vivere un’istante di più.
Tutto diventa così ansiogeno ma trepidante in vista del finale e delle verità che ci svelerà. Queste arriveranno puntuali per noi, anche se qualche premonizione verrà tradita e qualche nuova considerazione emergerà fuori. Mantenendo sempre l’obiettivo però di dare una chiusa originale e non poco definitiva. A differenza invece del romanzo che ci concede un finale dai tratti più astratti per non dire onirici. Facendoci quasi dubitare dell’intero vissuto dei protagonista in quella casa maledetta e dei loro drammi. Non si può negare infatti che molti di noi si siano chiesti se tutto quello a cui avevamo appena assistito potesse essere soltanto frutto delle paranoie e del lutto di menti giovani e quindi plasmabili.
A noi però piace credere che quello che c’è stato non si può dimenticare
E segnerebbe il destino di chiunque senza ombra di dubbio. Quindi con il pensiero cerchiamo di connetterci a loro, vittime o complici che siano! Ringraziandoli degli insegnamenti che anche nelle peggiori situazioni sono riusciti a trasferirci senza condizioni. Il ringraziamento vero però va solo a Mike Flanagan. Questi instancabilmente ha mantenuto alta la sua fede nell’orrore, cercando sempre di alleggerirla con antidoti nati per combattere la monotonia narrativa.
Ci ha portati dentro la sua testa e ci ha fatto toccare con mano la paura di personaggi divenuti sin da subito esseri umani reali come noi. Una paura mai fine a se stessa, lontana da quei termini moderni e vuoti come “splattering” e titoli che dicono tutto e niente. Gli artisti sono spesso incompresi e inquieti, tristi e vittime di maledizioni che si autoinfliggono il più delle volte. Il nostro Mike, con il suo sorriso sornione e il cipiglio rilassato, ci dimostra che esattamente come la luna, la sua vera faccia non si vede ad occhio nudo. È quella nascosta dall’ombra.






