L’identikit del regista di prodotti come Absentia o Ouija non poteva che corrispondere al più veemente appassionato del genere horror in tutte le sue forme e sfumature. Parliamo di Mike Flanagan, che indubbiamente stimolato dalle storie di Streghe e demoni della città che gli ha dato i natali, ha desiderato già dalla giovane età imprimere lo stile dei suoi racconti attraverso parole e immagini. Ed è per questa e altre ragioni che alla Townson University conseguirà una laurea in media elettronici e film oltre a specializzarsi in un corso di teatro.
Diventerà così un cineasta a tutto tondo! Capace di emergere in tutti i ruoli del mestiere, mettendosi in gioco dalla regia alla sceneggiatura fino a produzione e montaggio. Tutto ciò che deriva da una sua idea diventa una creazione originale in cui imprimere in ogni caso la sua singolare firma d’autore. In termini di serie tv Mike Flanagan ha stipulato un patto con Netflix che gli ha offerto parte del suo spazio multigenere, concedendogli così il vero titolo di “signore della notte”. Pertanto, al di là di qualche screzio con la piattaforma circa la richiesta del regista di trasferire anche su supporti fisici le sue stesse produzioni, gran parte del suo successo lo deve anche all’hype creato dai canali social della piattaforma.
Oltre le atmosfere gotiche, indipendenti dallo spasmodico uso di jump scare
Mike Flanagan si fa coinvolgere nella trasposizione cinematografica di prodotti letterari. Inutile dire come Stephen King sia uno degli scrittori prediletti da Flanagan. A tal punto da ispirarsi a lui svariate volte se consideriamo Il gioco di Gerald o Doctor Sleep. Ultimamente ha portato a termine anche l’acquisto dei diritti de La Torre Nera, una serie di romanzi fantasy del colossale autore che prossimamente vedremo su Prime Video. Tuttavia è sulla serialità che ha avuto la presa più forte sul pubblico e nonostante tutti i 5 prodotti abbiano avuto un meritato successo, qualcuna di queste ha ricevuto più elogi di altre.
Come se fosse un climax discendente di flebile critica, iniziamo il nostro viaggio nel mondo cupo e spaventoso di Mike Flanagan. Facendo dunque una classifica dalla sua serie “peggiore” fino a giungere al suo fiore all’occhiello. Se siete dunque deboli di cuore, vi consiglierei di prepararvi a qualche brivido di troppo lungo la schiena. Se invece non aspettavate altro che provare emozioni forti, benvenuti a Hill House e da quella porta sulla destra vi troverete di fronte al lago di Bly Manor.
Qui un sacerdote vi adescherà con discorsi sulla fede invitandovi alla sua Midnight Mass, ma so già che alla stessa ora preferirete partecipare invece ad uno degli incontri del Midnight Club. Sbaglierete sicuramente piano però e vi ritroverete in una grande sala con Edgar Allan Poe che farà da maggiordomo alla famiglia Usher oramai in rovina tra scandali e misteri irrisolvibili.
Che trip ci fa mettere su il nostro Mike Flanagan! Ma badate bene che questo, era solo l’inizio.
5) The Midnight Club viene schiacciata dal suo stesso desiderio di vincere la morte

Infinitamente delicata e ambiziosa è stata l’idea di mescere le storie dell’orrore più paurose e articolate, al dramma senza paragoni della malattia terminale. Se ad esserne vittime poi sono dei giovani ragazzi, il genere si colora ancor di più di toni angoscianti e intrisi di rassegnazione. L’iniziale idea di Mike Flanagan era infatti quella di esorcizzare (non a caso!) la paura di questi inermi adolescenti inserendoli all’interno di una storia young adult (qui un articolo a riguardo), fatta di amicizia, investigazione, condivisione e forte paura. Questa, legata alle terribili storie raccontate in ognuno dei dieci episodi, aveva l’obiettivo di superare quella più morbosa e taciuta della loro attuale condizione.
Nelle narrazioni che vanno dal ghost tale al demonico passando anche per il crime, c’è una implicita componente autobiografia legata al tragico destino di chi le racconta. Mike Flanagan crea così un’inception narrativa che permette di innestare nella cornice già orrorifica della serie anche le singole storie attraverso visioni oniriche e allucinatorie. Ad aggiungere un ulteriore strato investigativo è Ilonka, la perspicace protagonista che emergerà più degli altri amici della mezzanotte insieme alla fragile ma temeraria compagna di stanza Anya. Sarà suo obiettivo infatti scoprire cosa si nasconde nel sinistro passato del Brightcliff Hospice, che da indisturbato collegio di villeggiatura per giovani sfortunati, si rivelerà più fitto di misteri dei racconti del Club. Come dimostra a primo impatto la parlante presenza della regina dell’horror Heather Langenkamp.
Le dieci storie sono tutte ispirate ai romanzi di Christopher Pike
E probabilmente uno dei primi errori è stato compiuto proprio nell’adattamento di questi. Di fatto il nostro regista, seppur abbia diretto solo i primi due episodi per poi lasciare spazio a Leah Fong, ha come dissacrato all’estremo il fulcro della battaglia contro la malattia. In quanto, cercando di eliminare ogni tipo di compassione patetica, ha deviato troppo il pubblico e gli stessi personaggi dal rispetto verso la delicata condizione che erano costretti a vivere.
Eludendo quasi ogni riferimento alla morte e scongiurandola anzi con il valore apotropaico della possibile comunicazione dall’aldilà con i vivi, sembra quasi presentare quei ragazzi più deboli di quanto in realtà non siano. Evidenziando come il loro incontrarsi per affossare la loro inquietudine in altrettanti flussi narrativi macabri, non desse loro quell’audacia di ammettere con coscienza l’insorgere del morbo nelle loro vite innocenti. Tutto risulta così più amaro di come ce lo vende il Club e l’idea aleatoria di sopportare la sofferenza e il male pazientemente e pacificamente, risulta poco credibile e macchinosa per certi versi.
Dai tratti quasi farseschi è infine l’uso incontrollato dei famosi jump scares
Entrando dunque in contrasto con il desiderio di Mike Flanagan di applicarne in maniera sempre più esigua. Qui dunque abbondano con l’obiettivo di annullarne il loro stesso significato, come lui stesso ha giustificato. Tuttavia questa affermazione non sembra bastare a naturalizzare l’onda narrativa che risulta già prorompente per sua natura.





