4) Con The Haunting of Bly Manor, Mike Flanagan ce l’ha fatta di nuovo

Ci troviamo infatti al cospetto della seconda stagione antologica e quindi indipendente prodotta dopo l’inimitabile Hill House. Ispirata al romanzo Il giro di vite di Shirley Jackson, la storia risulta ugualmente inquietante e dai fulminanti tratti horror come la prima stagione. Tuttavia ad emergere è una più pregante sfera emozionale e psicologica. Si tratta ovviamente di un ammodernamento, fermo però all’Inghilterra degli anni ’80, del romanzo ottocentesco di provenienza. Qui la protagonista è un’istitutrice di nome Dani che viene assunta da un anziano avvocato per i due nipoti rimasti orfani dei genitori. La dispersiva e gelida dimora di campagna intorno a cui ruotano le vicende non manca anche in questo caso di attirare i più appassionati del genere horror. Creando in loro un penetrante senso di smarrimento sostenuto anche dalla poliedrica prospettiva da cui si dipana la storia.
Si può trattare infatti di una narrazione piuttosto corale. Questa infatti si districa dal punto di vista principalmente di Miles e Flora, le due tenere ma inquietanti stars, fino a toccare la visuale delle manifestazioni stesse del male. Il formato della prosa risulta assai frammentato proprio perché non può essere lineare nulla che parli di disgrazia, odi et amo ed ossessione. Tanto che il montaggio risulta piuttosto ambizioso e audace, affinché la confusione si innesti in chi guarda anche più della paura. Qui la reiterazione di situazioni e ricordi la fa da padrona, ma risulta comunque coerente con l’ardita e disattesa scelta di creare un plot twist con un salto nel futuro di 20 anni. Nel 2007 vediamo infatti una donna che racconta la storia a cui il pubblico aveva già assistito ma che di fatto sembra quasi non riconoscerla più.
Come conclusione d’effetto Mike Flanagan ha regalato sul finale una terza via
Rendendolo non privo delle più disparate interpretazioni e riflessioni, le quali riescono comunque a stringere dei nodi nel perimetro della trama affinché questa non si sfilasse del tutto. Ma detto ciò, perché ha funzionato “meno” di Hill House? La prima verità da ammettere è che Bly Manor sembra non narrarci nulla di troppo originale e sorprendente. Potremmo quasi definirlo un esperimento riuscito in quanto grande classico, per via delle categorie di appartenenza dei personaggi e delle dinamiche che li legano. Così come gli stessi elementi volti a innescare melanconia e irrequietezza risultino subito riconoscibili.
È stato lasciato sicuramente più spazio allo stile e ai messaggi di Shirley Jackson. Realizzando così una ricetta che sembrasse del tutto rivisitata da quella tradizionale ma che tenesse quello stesso profumo acre. Che ci sia riuscito o meno non possiamo affermarlo in maniera immediata. Un esperimento riuscito, dunque, ma che forse paga il confronto con una prima stagione che ha dell’iconico e intramontabile.






