ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler sulla stagione finale di The Bear!!
Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →In The Bear, la cucina è solo una scusa per parlare d’altro. È sempre stato così, sin dalla prima stagione. Le prelibatezze che prendevano forma nella cucina di Berzatto erano solo un pretesto, un diversivo artistico per rovesciare sul pass un materiale umano complesso e proteiforme, che è il vero nocciolo della storia. Dietro ogni preparazione si celavano ansia, fallimenti, traumi irrisolti, ricerca di sé, elaborazione del lutto, perdita dei propri punti fermi, frustrazione, rabbia, bisogno di condivisione, dissidi interiori, personaggi contorti e stressati. I fornelli erano una specie di sedativo con cui addomesticare paure e vuoti, lasciati a riposare a bagnomaria mentre tutt’intorno era l’inferno.
Il caos instabile di The Bear è stato un elemento detonante in tutte le stagioni dello show. Una capsula d’accensione impossibile da disinnescare. C’erano incendi troppo grandi dentro ogni personaggio. In modi diversi, per strade separate, ciascuno di loro ha portato nella cucina del The Bear il proprio enorme rogo, la propria catasta di pezzi di legno da bruciare. È stato un gran casino, ma è valso una stella. Anzi due.
Sono passati quattro anni da quando The Bear è entrata per la prima volta nelle nostre vite. Una serie straordinaria, che ha toccato corde profonde e sensibili. Una storia normale, spalmata nei turni di una paninoteca di Chicago che aspirava a diventare ristorante d’alta classe.
Sono passati quattro anni ed è ora di chiudere il cerchio. La quinta stagione di The Bear è uno strappo che finalmente si ricuce, anche se con mille toppe sopra. Anche se non ci restituisce un’immagine linda, depurata dalle imperfezioni. È piuttosto il risultato di una serie di stoffe diverse tenute assieme da cuciture instabili. Perché poi sono loro, le cuciture, a essere l’elemento veramente rilevante. Nelle cucine come negli uffici, negli ospedali, nelle botteghe, negli spogliatoi, in un tavolo di redazione: è in ciò che tiene unito il gruppo che si trova il vero senso delle cose.
Di strappi, nel mondo incasinato di The Bear, ce ne sono stati tanti. Questa serie ci ha fatto conoscere personaggi estremamente diversi tra loro. Individui comuni con i loro traumi e le loro paure. Esseri umani traballanti e stressati, che fanno fatica ad ammettere di aver bisogno l’uno dell’altro. La lente di The Bear si è focalizzata su ciascuno di loro, immortalato in una situazione di grandissima pressione. Tutti hanno esaltato questo show per la capacità di rendere lo stress un elemento tangibile, coesistente con i personaggi, titolare del loro stesso spazio narrativo.
Lo stress è stato un personaggio senza volto nelle cinque stagioni di The Bear.
Il montaggio frenetico e la regia nervosa gli hanno dato consistenza e materialità, quasi ne avvertissimo il peso sulle nostre spalle. Poi abbiamo capito che lo stesso stress poteva essere un limite o un’opportunità, a seconda di ciò che i protagonisti sceglievano di farci. Non è mai una questione di risposte, ma di flusso. I personaggi si abbandonano alla corrente sapendo che questa potrebbe trascinarli via, ma anche condurli in approdi meravigliosi. La lunga traversata di The Bear è stata un viaggio di sopravvivenza. Sopravvivere era ciò che contava. Arrivare alla fine del turno ancora integri, ancora vivi, era il vero scopo di Carmy e degli altri personaggi. Tutti pezzi frastagliati tenuti insieme dall’obiettivo di portare a casa la giornata lavorativa.
Lo show è iniziato mostrandoci una serie di individualità che provavano a coesistere per trasformare il vecchio The Beef, una paninoteca a conduzione familiare con poche pretese, nello stellato The Bear, un ristorante ad alta classe che tratta il cibo come materiale di un’opera d’arte. Solo che poi quelle individualità hanno iniziato a smussarsi, a incorporarsi e fondersi per dar vita a un materiale compatto. E la stagione conclusiva della serie è anche un po’ questo: il superamento dell’io e l’approdo al noi. La liquefazione dell’individualità nella squadra, nel gruppo. Nella famiglia. Gli episodi dell’ultima stagione di The Bear sono tornati un po’ allo spirito originario, quello delle prime due stagioni.
La cucina è tornata a essere centrale, ma – come dicevamo – è solo una scusa per parlare d’altro.
Questo ”altro” è un disordine emotivo che cerca requie, un trambusto interiore che anela una calma chimerica, che non esiste. Almeno non in maniera così netta e distinguibile. Questo sconquasso è restituito dal solito montaggio nervoso. Nella stagione finale si torna a respirare lo stress della cucina, portato stavolta a un punto limite estremo. Il The Bear naviga in acque burrascose, letteralmente. Il temporale che imperversa fuori fa breccia anche dentro, si insinua nelle pareti, le fa venir giù, allaga tutto. La cucina è un disastro, un campo di battaglia impantanato nella trincea fangosa. I soldi non ci sono, non bastano a garantire le forniture e probabilmente neanche a pagare gli stipendi dei dipendenti.
L’investimento è stato un enorme sbaglio? Il The Bear sta viaggiando al di sopra delle proprie possibilità? La domanda inizia a insinuarsi nei dubbi di ogni personaggio. Ma il tempo per pensarci è poco. C’è un servizio da preparare e i secondi corrono. Ogni secondo conta, lo sappiamo. E non ci si può concedere il lusso di fermarsi, di prendersi una pausa, di chiudere la saracinesca per una serata. Il The Bear deve macinare coperti e aprire le porte ai propri clienti come ogni giorno. Come se nulla fosse, come se gli scaffali fossero pieni e le pareti ancora in piedi. Così, senza scorte, senza piatti e posate, con le pietanze centellinate, la brigata si appresta ad accogliere i clienti in tre turni, un’impresa probabilmente al di sopra delle loro forze.
Ma Richie dice che si può fare, perché le fondamenta del The Bear poggiano su qualcosa di inesplicabilmente solido. C’è come una forza misteriosa a guidare i passi della brigata verso il successo.
Non si tratta solo di ottimizzare, ma anche di crederci. Fidarsi della squadra e del processo. Quasi tutti gli episodi della quinta stagione si aprono con il sottofondo della pioggia torrenziale che si abbatte sulla città di Chicago. Non è solo un evento climatico che destabilizza la cucina e causa disguidi e sovrapposizioni nelle prenotazioni. È anche un forte elemento metaforico, racconta il pesante nubifragio che si abbatte sulle spalle di ogni personaggio. La pioggia è un ostacolo che va aggirato. E se la di combatte tutti insieme, ognuno dalla sua postazione, le possibilità di uscirne vivi sono infinitamente superiori.
È questo che ha imparato Carmy nel lungo viaggio di The Bear: che, banalmente, nessuno si salva da solo. La brigata deve fare i conti con un altro grande pressure test: nella serata più complicata della propria storia, arriva il famigerato “uomo delle stelle”, colui che osserva, scruta e giudica se il ristorante possa meritare il riconoscimento più ambito del mondo della cucina. Un’ulteriore complicazione in una giornata già particolarmente difficile, ma che serve alla squadra a compattarsi ancora di più. Quando Carmy fa cadere l’ultimo piatto prima di posarlo sul pass, pensiamo di essere giunti a uno di quei punti di rottura al quale la serie ci ha abituati.
Eccolo lì il momento in cui si cede, la frazione esatta in cui qualcosa si spacca a terra. Stanno per montare la rabbia e la frustrazione, i fantasmi del passato prenderanno il sopravvento e la cucina diventerà il luogo in cui rovesciare tutte le proprie tragedie personali.
È come se lo vedessimo distintamente quel punto limite che non va valicato, nella disperazione di Carmy e nello sguardo di Richie. Poi invece succede qualcosa che forse non ci aspettavamo: lo scatto in avanti di The Bear. “Ci siamo noi, tranquillo”. Noi. La squadra, la famiglia. È questo l’approdo a cui ci ha condotti l’itinerario tempestoso di The Bear: le persone e il loro legami. Quelle cuciture un po’ sbilenche di cui parlavamo, che ti permettono di tenere insieme tutto, qualunque cosa succeda. È una catarsi che si consuma senza neppure avere coscienza di sé.
È la liberazione a cui tutti i personaggi tendevano senza saperlo. “Nel caos non c’è niente di buono, mi ci è voluto tanto per capirlo”. Un po’ di quella tranquillità di cui Carmy e compagni avevano bisogno sta nei legami che sono riusciti a creare. Ogni personaggio ha fatto il suo percorso, si è evoluto mettendosi in gioco e provando a imparare dai propri errori. La quinta stagione non “chiude” gli archi narrativi. Li apre, li spalanca a nuove possibilità. La crescita di Syd, che si sentiva fuori luogo ovunque, e Richie, la consapevolezza acquisita di Natalie, l’evoluzione di Tina e Marcus li ha condotti a una fase successiva.
Che non è né redenzione, né rinascita, ma qualcosa che somiglia molto alla ritrovata serenità.
Gli istanti finali di The Bear, il chiacchiericcio frivolo attorno a pezzi giganti di torta con il sole che è finalmente tornato a splendere su Chicago, non ci regalano un finale di serie esplosivo. Non è più la miccia detonante delle prime stagioni a dominare i personaggi di The Bear. È, al contrario, un brusio allegro e disinteressato che li accompagna al loro sospirato epilogo (o nuova partenza).
La storia di The Bear – che ora vale due stelle Michelin – ha smesso anche di essere la storia di Carmy ed è diventata la storia di tutti. Il personaggio di Jeremy Allen White ha perso la sua centralità per una scelta precisa dei suoi autori. Ha smesso di fuggire da se stesso e di inseguire la sopravvivenza personale, concedendosi forse per la prima volta il gusto di vivere ed essere parte di qualcosa. I singoli roghi sgangherati pronti a infiammarsi nelle prime stagioni sono diventati, in questo finale, un unico grande falò dove ogni pezzo serve a scaldare tutti. E il tepore di questo show ce lo porteremo addosso ancora per un po’. Per cui, non abbiate fretta di finirla.











