Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Bear.
La scena televisiva è cambiata: non è più quella di quindici o vent’anni fa. Se un tempo eravamo abituati a digerire ogni episodio nell’attesa di una nuova puntata sette giorni dopo, oggi siamo vittime – felici o meno – della frenesia. La formula del binge-watching ha trasformato radicalmente il modo non soltanto di fare le Serie Tv, ma anche di viverle. Il telespettatore, nella maggior parte dei casi, adotta questo approccio con tutte le produzioni che lo consentono, e mal sopporta l’idea di dover attendere una settimana per un nuovo episodio o, nel caso di un rilascio a blocchi come accade in casa Netflix, addirittura un mese per la continuazione.
Eppure, in mezzo a questa nuova regola non scritta e a questa frenetica necessità, esistono ancora Serie Tv che non sono pensate per essere fruite con il modus operandi attuale. Pur essendo attuali e perfettamente inserite nel panorama seriale moderno – ma su questo torneremo tra poco – richiedono un approccio completamente diverso, diametralmente opposto al binge-watching.
Come nel caso di The Bear, una serie tv che necessita di essere assaporata e compresa senza alcuna fretta.
È una delle produzioni di punta degli ultimissimi anni, una delle Serie Tv più premiate dalla critica e più acclamate dal pubblico, un successo tutt’altro che scontato. Perché The Bear (qui, a proposito, la recensione della quarta stagione) soprattutto nelle ultime due stagioni arrivate su Disney+, non si piega sempre alle esigenze narrative del pubblico generalista. Non ci sono colpi di scena eclatanti o eventi sconvolgenti. La tragedia più grande che possa capitare al protagonista è in realtà già avvenuta prima ancora degli eventi narrati. La forza di questa produzione non risiede nella trama, ma nel viaggio emotivo, nella necessità di metabolizzare quanto vissuto e raccontato nel corso di ogni singolo episodio.
Per lo stesso motivo, in un mondo caotico sospeso tra il caos e la frenesia di aspettare una stagione per finirla dopo otto ore, The Bear può e deve essere un’eccezione.
Quando un nuovo capitolo arriva, non abbiate fretta di giungere al termine degli episodi. Non abbiate fretta di finire The Bear: l’obiettivo del viaggio non è arrivare a destinazione.

Che The Bear non appartenga a un tipo di visione frenetica è chiaro già dalla struttura di ogni singolo episodio. La sensazione di claustrofobia pervade lo schermo, trasmettendo al telespettatore la stessa atmosfera tesa e soffocante di una cucina di ristorante nell’ora di punta. Ogni mestolo che mescola è un passo in più verso la chiusura di un piatto, ogni goccia versata è una macchia da rimuovere prima che si incrosti sul piano di lavoro. Ogni piatto è una recensione: vittoria o fallimento. E poi, ricominciare da zero. Gentilezza e cortesia, in quella cucina, sono una merce rara, due cose imprescindibili per riuscire a mantenere la calma e l’ordine.
In mezzo a questo caos da domare e lucidare con rigore professionale, scorrono dialoghi rapidi chiusi da un “Sì Chef” anche quando nulla, in realtà, è davvero un sì. E The Bear sa far percepire in modo netto il peso di quando niente è davvero sì. I silenzi, qui, sono densi: rapiscono occhi e cuore dei protagonisti e del pubblico. E quando svaniscono, lasciano spazio a parole che esplodono, rivelando l’ingombrante peso della vita.
Questo è ciò che The Bear, soprattutto nelle ultime due stagioni, rappresenta: un silenzio assordante intrecciato a parole affilate, capaci di raccontare il disagio dello stare al mondo.
Senza effetti speciali, senza colpi di scena gratuiti o eventi eclatanti a giustificare quella condizione di perenne sofferenza. The Bear non ne ha bisogno, e non è nata per questo. Dal punto di vista narrativo, si spende poco: eventi e situazioni si contano sulle dita di una mano. Ma sul piano emotivo non si accontenta mai, dando vita a un viaggio interiore che si manifesta attraverso dialoghi brutalmente autentici, capaci di raccontare la frustrazione e il disagio dei protagonisti in forme sempre diverse.
Da un lato ci sono le pause, che interrompono il flusso delle parole e in The Bear assumono un ruolo fondamentale, perché racchiudono tutto ciò che i personaggi vorrebbero dire ma non dicono mai, come spesso accade tra Carmy e Sydney. Dall’altro, c’è la sovrapposizione di frasi, di voci che si intrecciano e si scontrano, prive di un vero botta e risposta: ciò che si vuole comunicare si perde, si urla, si infrange, e una domanda rimane sospesa senza trovare mai una risposta.

E per finire, ci sono quei dialoghi.
A fine turno, nel mezzo di una pausa con una sigaretta in bocca. Nel corso della puntata non è avvenuto nulla di realmente memorabile, ma quel dialogo, fatto di poche parole e pronunciato con un tono di voce dimesso e arreso, dice più di qualsiasi altra cosa: “Stai guardando il fuoco e pensi: Se non faccio nulla, questo posto brucerà e tutta la mia ansia se ne andrà con esso.” Ma quel posto non ha bruciato. Non è andato a fuoco. È rimasto esattamente come lo avevamo lasciato, e nulla ci ha davvero sconvolti. Eppure siamo rimasti lì, a pensare, a immedesimarci, a cercare un punto d’incontro con quanto espresso da Carmy. Tra il suono del silenzio e delle pause, e la sovrapposizione di tante parole spesso confuse.
E alla fine della puntata, dopo aver assistito a quel viaggio emotivo fatto di apparente vuoto e di tutto, sentiamo di aver assorbito tanto, troppo. E non sempre la spinta a guardare la puntata successiva è una necessità.
The Bear non nasce per essere consumata in un pomeriggio: nasce per essere vissuta e, soprattutto, metabolizzata sul piano emotivo. La costruzione della stagione non ‘risponde’ a nessuna esigenza narrativa tradizionale. Sono più numerosi gli episodi in cui non accade nulla di tangibile rispetto a quelli in cui eventi significativi cambiano il corso della trama. E va bene così.
Non è per questo che guardiamo The Bear e, per lo stesso motivo, non c’è alcuna fretta di terminarla. Il linguaggio comunicativo, diretto e allusivo allo stesso tempo, l’estetica claustrofobica e il respiro esistenzialista del racconto sono solo alcune delle ragioni per cui The Bear funziona così bene nel panorama seriale contemporaneo. Ma proprio la sua essenza contrasta con la frenesia di divorare una stagione intera dopo un anno o due di attesa. Probabilmente, vivere così questa esperienza significa privarsi della possibilità di apprezzarla davvero.

Perché The Bear è una Serie Tv che ti scarica addosso una complessità emotiva ed esistenziale capace di svuotarti e ricomporti, lasciandoti solo a metabolizzare dialoghi e situazioni intensamente vicini alla realtà.
Per questa stessa ragione, The Bear meriterebbe di essere distribuita con cadenza settimanale e non in blocco. La struttura degli episodi e il loro carico emotivo richiederebbero un approccio radicalmente diverso, soprattutto considerando che le puntate non sempre sono collegate. Non esiste un filo conduttore univoco tra gli eventi che, spesso, sono episodi autonomi, privi di un peso realmente determinante dal punto di vista narrativo.
Il vero punto di forza risiede nel carico emotivo che ogni episodio riversa sullo spettatore. Anche a fronte di un voluto appiattimento generale della trama, evidente soprattutto dopo le prime due stagioni.
Guardando un episodio dopo l’altro, si rischia di diventare anestetizzati, sovraccarichi. La trama, non sempre avvincente (la terza stagione lo sa bene), può far calare l’attenzione dopo qualche episodio, impedendo alla parte più potente di questa Serie Tv di colpire come dovrebbe. È proprio per questo che, pur trattandosi di una produzione di punta, diventa fondamentale scegliere un approccio più paziente, capace di assaporarla a 360°. Mai come in questo caso, non si tratta di “finire” una stagione, ma di abitarla nel tempo, lasciando germogliare ciò che ogni puntata ci consegna, senza la fretta di passare subito a un’altra che, in maniera diversa, ci travolgerà con nuovi frammenti di emozione.
The Bear è come una seduta di terapia, sotto molti aspetti. Bastano quaranta minuti fino al prossimo appuntamento, perché oltre quel limite tutto sarebbe troppo da tirare fuori: troppo ingombrante, troppo complesso da elaborare. È meglio affrontarlo un po’ alla volta, o rischieremmo di non tornare mai più a sederci su quella poltrona. Quaranta minuti, e poi ci rivediamo al prossimo incontro. Più consapevoli di ciò che abbiamo appreso la settimana precedente, pronti a estrarne nuove verità.
Questa storia non è mai stata pensata come l’ennesima Serie Tv “da manuale”, soprattutto se parliamo dello sviluppo delle ultime due stagioni: è nata per essere un ponte tra lo schermo e la vita vera, e questo è esattamente ciò che è diventata.
Ora sta a noi decidere come gestire questo flusso continuo di pensieri: se accoglierli, come sarebbe giusto, o se abusarne fino a non riconoscerci più in essi. In un panorama televisivo in cui i fenomeni mediatici si contano sulle dita di una mano e tutto evapora rapidamente, ci è stata concessa l’occasione rallentare la frenesia attraverso una delle produzioni più preziose mai apparse sul piccolo schermo. Non sprechiamo questa occasione.
Lasciate che The Bear viva, che respiri, che continui a pulsare oltre lo schermo. Non chiudete in fretta un viaggio che vi reclama, un cammino che si nutre del vostro sguardo, che cresce con il vostro respiro, e che vi restituisce, passo dopo passo, un battito che riconoscerete come vostro.






