“All good”
L’ultimo messaggio di Carmy nella chat con il fratello Mikey in The Bear
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →L’ultima stagione di The Bear è una amara carezza ricevuta dopo tante urla, ansia e sofferenza. Gli autori sono stati audaci, impostando le otto puntate conclusive in modo da raccontare le 24 ore del servizio nei primi sette episodi e il cosiddetto “aftermath” della giornata in quello conclusivo, e tale scelta dimostra due cose: il finale della quarta stagione, con l’addio di Carmy al mondo della ristorazione, chiudeva quasi del tutto il cerchio del filone narrativo del “raggiungere il successo con il ristorante” (cui si aggiunge, di fatto, la conquista delle stelle nell’ultimo episodio); pertanto e in secondo luogo, il punto non era focalizzarsi sulla scelta del protagonista, ma sull’eredità che ogni singolo personaggio (Carmy incluso) lascia nel ristorante e nel cuore degli spettatori.
Per quattro stagioni The Bear ci ha raccontato una storia di rapporti disfunzionali, imperfetti, che lasciano ferite indelebili: con questo finale, la serie riesce a raccontare con delicatezza che anche queste relazioni nella loro incoerenza possono trovare una propria e autentica soluzione. Sono almeno tre, divise tra gli episodi 7 e 8, le scene che più di altre fotografano questo effetto narrativo e che permettono di comprendere quanto il cerchio, seppur imperfetto, possa trovare una sua chiusura.
La prima scena è quella, divisa in due momenti diversi, tra Marcus e suo padre nel penultimo episodio della stagione. La collocazione spazio-temporale non è irrilevante: la puntata si presenta come una vera e propria climax, mostrando finalmente il servizio serale nelle condizioni più disastrose immaginabili. Infatti, Chicago è sommersa dall’alluvione, quindi le tubature nel retro del ristorante sono esplose rendendo inutilizzabili numerosi capi di vestiario e utensili per la cucina; Carmy si è “dimesso” pochi giorni prima, ma nessuno a parte Nat, Sydney e Richie lo sa, pertanto nei rapporti di potere e gerarchia regna l’ambiguità; l’attività di ristorazione in sé è prossima al fallimento, essendo finite le risorse messe a disposizione da zio Jimmy, pertanto anche la quantità di cibo è notevolmente ridotta; l’app di prenotazione serale ha malfunzionato, quindi vi sarà molta più gente di quanta è possibile accoglierne. Infine, potrebbe essere proprio la serata in cui l’atteso “Star Man” potrebbe scegliere di cenare nel ristorante per decidere se è meritevole di una o più Stelle Michelin.
In questo contesto a dir poco disastroso, vi è un ospite particolare: il padre di Marcus. L’uomo è sempre stato assente nella vita del figlio e, dopo la morte della madre, ha provato un riavvicinamento spesso rifiutato dal ragazzo. Dopo alcuni incontri progettati ma mai andati a buon fine, Marcus sceglie di invitarlo a mangiare al The Bear, e tale gesto ha un significato enorme: quel ristorante rappresenta per Marcus l’apice dell’orgoglio professionale, nonché il luogo di lavoro più assimilabile a una famiglia. Torna, quindi, sempre più forte quella commistione fra professione e famiglia (che, realisticamente, è tipica nella ristorazione) che la serie ha posto alla base di tutta la sua narrazione fin dal primo episodio: l’importanza della presenza del padre di Marcus e di quella dello Star Man viene, di fatto, equiparata.
L’incontro, dunque: la serata è fra le peggiori possibili. Eppure, funziona. Come detto, si divide in due momenti: nel primo, il giovane pasticciere si occupa di portare il dolce al tavolo del padre, a conclusione di un pasto perfetto; lì, assistiamo a un momento speciale, caratterizzato dall’estrema cura di Marcus nel posare il cibo a tavola, il silenzio, la goffaggine e l’imbarazzo del padre che vorrebbe esprimere la sua gratitudine ma gli viene suggerito con un semplice gesto di pensare a godersi il dolce per il momento, in una cupola di non detto in cui l’amore è tutto contenuto in un gesto di cura primordiale come è quello di cucinare qualcosa per qualcuno.
Il secondo, alla fine del servizio, fuori dal ristorante: questo momento, in cui Marcus è restio ad abbandonarsi interamente nell’abbraccio con il padre, insegna una cosa fondamentale, e cioè non è quella cena a poter salvare o recuperare un rapporto. In altri termini, come sempre in The Bear si calca un passo verso il Bene ma non si può mai dimenticare il Male che si è subito.
La seconda scena simbolicamente pesantissima di cui si vuole parlare è quella nel refrigeratore tra Carmy e Richie.
Ci troviamo nell’episodio conclusivo e, in via del tutto simmetrica all’episodio finale della seconda stagione, in cui Carmy dal refrigeratore (in cui è rimasto bloccato) vomita contro Richie ogni parola di odio, disprezzo e crudeltà anche professionale, in questo episodio entrambi si trovano all’interno dello spazio e lo chef cerca di tranquillizzare a suo modo Richie, in preda all’ansia per il suo imminente viaggio in Giappone.
La scena parla da sé: dopo tante urla, insulti, frenesia c’è della pace, del risolto in questo ultimo scambio. C’è addirittura spazio per scherzare e fingere che la porta del refrigeratore si sia bloccata come in quell’altra maledetta volta. Gli attori con la loro performance impeccabile, la scrittura con la sua delicata eloquenza, sono stati in grado di trattare con i guanti di velluto due personaggi sempre sporchi e imbrattati del fango in cui sguazzavano, riconsegnandoceli consapevoli dei loro traumi e, in qualche modo, pronti a vivere il loro rapporto con qualche urla in meno.
La terza scena è il saluto finale.
A Mikey, a noi spettatori. È solo un messaggio a un numero disabilitato da anni, eppure è tutto. Quelle due parole, “all good”, nella loro semplicità sono un fardello così difficile da pronunciare per uno come Carmy Berzatto. Eppure, lo fa. La stella, anzi, le stelle Michelin sono arrivate. The Bear è in buone mani, quelle di Sydney. Lui può finalmente staccare dall’attività in cui è uno dei migliori al mondo ma anche uno dei più tristi. Richie ha preso il volo, letteralmente. La lotta è finita: con le ferite, con i traumi, con le disfunzioni, ma tutto bene.
E infine, pace.
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