5) L’estate nei tuoi occhi

Se cercate il significato della parola melodramma, lo troverete sicuramente in questa serie di Prime Video. La trama gira tutta intorno a Belly, una ragazza che passa ogni estate nella casa al mare degli amici di famiglia. Solo che quest’anno Belly è diventata bella (come ci ricorda la colonna sonora di Taylor Swift ogni tre secondi) e si ritrova improvvisamente contesa da due fratelli, Conrad e Jeremiah. Uno è il classico bello e dannato che non parla mai e fissa il vuoto, l’altro è il golden retriever solare che la venera.
Il livello di melassa e di triangoli amorosi esasperati rende questa serie indifendibile. E io lo so. Davvero. I dialoghi sono un festival del già visto, eppure io mi ritrovo a fare le tre di notte per sapere con quale dei due fratelli farà un bagno di mezzanotte in piscina. È una serie che profuma di crema solare, canzoni strappalacrime e problemi da ricchi che non esistono nella realtà. La guardo con un misto di colpa e assoluta devozione, ma questo non è lo stesso sguardo che ho fatto quando per puro caso mi sono ritrovata a guardare una puntata in mezzo alla gente. L’approccio più falso possibile, come se non m’importasse niente anche se poche ore prima mi stavo guardando tutti gli edit.
6) Chilling Adventures of Sabrina

Dimenticate la simpatica biondina degli anni ’90 col gatto parlante. Questa versione di Netflix prende la streghetta e la sbatte in un mondo horror-gotico fatto di patti col diavolo, sangue e orgie sataniche nel bosco, il tutto mantenendo però i classici problemi da liceale americana. Sabrina deve bilanciare la sua vita mortale con gli amici storici e la sua educazione da strega presso la Chiesa della Notte. La serie inizia anche bene, ma nel giro di due stagioni diventa un delirio di trame e personaggi perennemente inca**ati. A un certo punto gli sceneggiatori hanno deciso che era perfettamente logico che Sabrina formasse una band e cantasse canzoni pop rock per sconfiggere i demoni dell’inferno.
In alcuni momenti è talmente trash che fa il giro e diventa quasi arte, ma un’arte che posso consumare solo in totale solitudine. Nonostante i buchi di trama e i dialoghi che abusano della parola “Satana” in ogni frase (“Grazie a Satana è venerdì!”), io l’ho guardata fino all’ultimo episodio, buttando pure qualche lacrima sul finale che – a discapito di quel che si dice in giro – a me è pure piaciuto.






