3) Non ho mai…

Non ho mai… racconta la vita di Devi, un’adolescente indiana-americana che, dopo un anno traumatico in cui ha perso il padre e l’uso delle gambe (salvo poi guarire miracolosamente quando ha visto il figo della scuola in costume), decide di voler scalare la gerarchia sociale del liceo. L’obiettivo? Perdere la verginità con Paxton Hall-Yoshida, il nuotatore più desiderato dell’istituto. La serie è narrata nientemeno che dal tennista John McEnroe, il che aggiunge un livello di assurdità davvero notevole.
Quando ho guardato Non ho mai… la Serie Tv Netflix era già finita, era agosto. Dopo ogni giornata di mare, di lavoro o di qualsiasi altro impegno, io tornavo sempre davanti al televisore per almeno cinque/sei puntate consecutive. Era tutto perfetto, tranne la protagonista, uno dei personaggi più tossici, egoisti e indisponenti della storia della televisione. Compie scelte così imbarazzanti che spesso mi sono dovuta coprire gli occhi per la vergogna. È un frullato di drammi adolescenziali, lacrime facili e battute taglienti che scivola via che è un piacere. Mi diverto come una matta a vedere Devi che sabota la sua stessa vita, ma se qualcuno mi chiedesse un consiglio su una Serie tv brillante sul lutto e la crescita, farei finta di non averla mai vista.
4) Ginny & Georgia

Qui entriamo nel territorio dei canoni estetici perfetti e delle trame che sembrano scritte sotto l’effetto di troppi caffè. Ginny & Georgia viene spesso descritta come una versione dark di Una mamma per amica, ma in realtà è molto più folle. Abbiamo Georgia, una madre trentenne bellissima con un passato pieno di mariti morti in circostanze misteriose, e sua figlia quindicenne Ginny, decisamente più matura di lei ma perennemente arrabbiata con il mondo. Le due si trasferiscono in una ricca cittadina del Massachusetts per ricominciare da capo, ma i segreti di Georgia continuano a bussare alla porta a colpi di ricatti e indagini della polizia.
Questa serie è un minestrone di generi assurdo: passa dal dramma adolescenziale al thriller sui cartelli della droga nel giro di cinque minuti. La quantità di trash è astronomica, e diverte. È un prodotto confezionato per crearti dipendenza: ogni finale di puntata ha un colpo di scena così esagerato che le dita vanno da sole sul tasto prossimo episodio. Lo guardo per ore, mi ci perdo, ma raccomandarlo a qualcuno significherebbe ammettere che amo le storie dove i problemi si risolvono annaffiando piante da giardino (chi c’era, sa). Quindi, resterà il nostro piccolo segreto.






