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La traduzione INTEGRALE dell’articolo di Amber Heard, l’origine del processo con Johnny Depp

Il processo per diffamazione di Johnny Depp contro Amber Heard si è trasformato nel più grande evento mediatico dell’anno, ma come ha avuto inizio?

E’ tra gli eventi giudiziari più seguiti della storia, il canale Court Tv ha raddoppiato le sue valutazioni diurne e gli hashtag associati al processo sono da settimane in tendenza su Twitter. Eppure, nonostante non si parli d’altro, c’è ancora molta confusione dietro al caso dell’anno, che vede contrapposte le due celebrità hollywoodiane Johnny Depp e la sua ex moglie Amber Heard. La questione centrale riguarda le accuse di violenza domestica che i due attori si sono reciprocamente mossi, ma l’origine del processo per diffamazione è da ricercare in un articolo, apparentemente innocuo, che Amber Heard scrive per il Washington Post nel 2018. Nell’articolo in questione, Amber Heard non menziona mai Johnny Depp, ma fa riferimento a sé stessa come “figura pubblica che rappresenta gli abusi domestici”, frase che giudici e avvocati hanno concordato fosse una chiara insinuazione che Johnny Depp avesse abusato di lei.

Nel 2018 il Washington Post titola “Amber Heard: I spoke up against sexual violence — and faced our culture’s wrath. That has to change“. L’articolo in questione diventa la spinta verso il baratro per i due divi del cinema, nonché l’origine della causa per diffamazione intentata da Depp, e lo trovate qui di seguito nella sua versione integrale, tradotto in italiano.

Amber Heard: mi sono esposta contro la violenza sessuale – e ho affrontato l’ira della nostra cultura. Questo deve cambiare.

Amber Heard

Sono stata esposta agli abusi già dalla tenera età. Sapevo da sempre alcune cose, senza che mi venissero dette. Sapevo che gli uomini hanno il potere – fisicamente, socialmente e finanziariamente – e che molte istituzioni supportano tale accordo. Lo sapevo prima ancora di avere le parole per articolarlo, e scommetto che anche voi lo sapete da sempre.

Come molte donne, sono stata molestata e aggredita sessualmente quando ero all’università. Ma sono rimasta in silenzio – non credevo che sporgere denuncia avesse portato giustizia. E non mi consideravo una vittima.

Poi, due anni fa, sono diventata una figura pubblica che rappresenta gli abusi domestici, ed ho sentito tutta la forza della rabbia che la nostra cultura riversa nei confronti delle donne che decidono di parlare.

Amici e consulenti mi hanno avvertita che non avrei mai più lavorato come attrice – che sarei finita nella lista nera. Mi hanno tolto un ruolo che mi era stato assegnato per un film. Avevo appena finito di girare una campagna di due anni come volto di un marchio di moda globale e l’azienda mi ha abbandonata. Hanno iniziato a domandarsi se fossi stata in grado di mantenere il mio ruolo di Mera nei film “Justice League” e “Aquaman”.

Ho avuto il raro vantaggio di assistere, in tempo reale, a come le istituzioni proteggano gli uomini accusati di abusi.

Immagina un uomo potente come una nave, ad esempio il Titanic. Quella nave è una grande impresa. Quando colpisce un iceberg, ci sono molte persone a bordo che cercano disperatamente di riparare i buchi, non perché credano o si preoccupino della nave, ma perché il loro stesso destino dipende dall’impresa.

Negli ultimi anni, il movimento #MeToo ci ha insegnato come funziona questo tipo di potere, non solo ad Hollywood ma in tutti i tipi di istituzioni: luoghi di lavoro, luoghi di culto o semplicemente in comunità particolari. In ogni ceto sociale, le donne si confrontano con questi uomini che sono sostenuti dal potere sociale, economico e culturale. E queste istituzioni stanno cominciando a cambiare.

Siamo in una fase di mutamento politico. Il presidente del nostro Paese è stato accusato da più di una dozzina di donne di cattiva condotta sessuale, comprese aggressioni e molestie. L’indignazione per le sue dichiarazioni e il suo comportamento ha stimolato un’opposizione guidata da donne. #MeToo ha avviato un dialogo su quanto la violenza sessuale colpisca profondamente le donne in ogni ambito della nostra vita. E il mese scorso, sono state elette al Congresso più donne che mai nella nostra storia, con il mandato di prendere sul serio le questioni delle donne. La rabbia e la determinazione delle donne a porre fine alla violenza sessuale si stanno trasformando in una forza politica.

Ora abbiamo l’apertura per rafforzare e costruire istituzioni che proteggano le donne. Per cominciare, il Congresso può riautorizzare e rafforzare la legge sulla violenza contro le donne, approvato per la prima volta nel 1994. Questa legge è uno degli atti legislativi più efficaci emanati per combattere la violenza domestica e le aggressioni sessuali. Crea sistemi di supporto per le persone che denunciano abusi e fornisce finanziamenti per centri di crisi di stupro, programmi di assistenza legale e altri servizi di crisi. Migliora le risposte delle forze dell’ordine e proibisce la discriminazione contro le vittime LGBTQ. Il finanziamento per l’atto è scaduto a settembre ed è stato solo temporaneamente prorogato.

Dovremmo continuare a combattere la violenza sessuale nei campus universitari, insistendo contemporaneamente anche su processi equi per giudicare i reclami. Il mese scorso, il segretario per l’istruzione Betsy Devos ha proposto modifiche alle norme del Titolo IX, che disciplinano il trattamento delle molestie sessuali e delle aggressioni nelle scuole. Mentre alcuni cambiamenti renderebbero il processo per il trattamento dei reclami più equo, altri indebolirebbero le protezioni per i sopravvissuti di aggressione sessuale. Ad esempio, le nuove regole richiederebbero che le scuole indaghino solo sulle denunce più estreme, e solo quando sono fatte ai funzionari designati. Le donne nei campus hanno già difficoltà a farsi avanti sulla violenza sessuale – perché dovremmo permettere alle istituzioni di ridimensionare i sostegni?

Scrivo questo da donna che è stata costretta a cambiare il numero di telefono settimanalmente a causa delle minacce di morte. Per mesi ho lasciato raramente il mio appartamento e, quando l’ho fatto, sono stato inseguita da droni e fotografi a piedi, in moto e in auto. I tabloid che hanno pubblicato le mie foto le hanno presentate sotto una luce negativa. Mi sono sentita come se fossi sotto processo davanti al tribunale dell’opinione pubblica – e che la mia vita e il mio sostentamento dipendessero da una miriade di giudizi ben al di fuori del mio controllo.

Mi voglio assicurare che le donne che si fanno avanti per parlare di violenza ricevano maggiore sostegno. Stiamo eleggendo rappresentanti che sanno quanto profondamente teniamo a questi problemi. Possiamo lavorare insieme per chiedere modifiche alle leggi, alle regole e alle norme sociali e per correggere gli squilibri che hanno plasmato le nostre vite.

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