Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su In Utero.
Il primo episodio di In Utero (disponibile su HBO Max ogni venerdì) ci riporta alle origini della vita. A domandarci chi siamo, come siamo nati e perché, a volte, la natura sembra intenzionata a rendere tutto più difficile. La serie con protagonista Sergio Castellitto nei panni del Dr. Ruggero Gentile prende in mano tutti gli elementi del medical drama e li rimescola sapientemente donando allo show una direzione ben definita. In Utero infatti decide di approfondire un solo ramo della medicina – quello della fecondazione medicalmente assistita – che viene portata all’attenzione e all’emotività dello spettatore con una delicatezza estrema.
Sin dalle prime sequenze veniamo introdotti nel contesto in cui si svolge la storia. La clinica “Creatividad” di Barcellona sembra essa stessa un utero, con le sue pareti azzurre oceano accoglienti e rassicuranti. Un luogo ovattato, costruito per aiutare e proteggere i suoi pazienti La regia sfrutta tantissimo la scenografia dato che sembra a tutti gli effetti di essere costantemente dentro qualcosa di non ancora nato. Il silenzio pervade gli ambienti della struttura e i suoni sono appena percepibili, leggeri, soffocati, veicolando in questo modo l’introspezione psicologica dei protagonisti della serie. Se il Dr. Gentile è il primario nonché punto di riferimento della narrazione, i personaggi che gli ruotano attorno sono interessanti, ben strutturati, portatori dei loro problemi e dell’unicità delle loro vite.

Dora (patient assistant), Angelo (embriologo interpretato da Alessio Fiorenza) e Teresa (Maria Pia Calzone, moglie di Ruggero) sono esistenze che si intrecciano sotto lo stesso tetto. Quel “laboratorio dell’amore” in cui si prova a correggere la natura, a darle una spinta di precisione per far nascere nuove esistenze. A tal proposito l’accuratezza della terminologia e delle tecniche utilizzate nella procreazione assistita sono propri del genere medical e nello show italiano sono stati riprodotti alla lettera.
La rappresentazione è credibile e piena di fascino.
Vedere gli spermatozoi in vitro che agitano le loro codine è un’immagine potentissima di come degli esseri così microscopici, uniti all’ovulo, abbiano la forza e l’energia di generare una persona completa di cellule e di emozioni.
Ecco perché guardando il pilot di In Utero il concetto di genitorialità, di famiglia e di rispetto delle scelte altrui diventa un qualcosa di imprescindibile.
La scrittura parla allo spettatore di come volere dei figli debba essere un desiderio e non un diritto o un dovere, togliendo alla genitorialità quell’aura di idealizzazione costruita nel tempo dalla società. I primi cinquanta minuti gettano le basi di ciò che verrà dopo, con estrema chiarezza e presa di posizione. In essi avviene già la rottura di alcuni argomenti tabù che in Italia sono considerati scomodi e che vengono categorizzati quotidianamente. Per questo motivo In Utero non è una visione facile, da fare mentre si scorrono i social. Richiede attenzione e un po’ di stomaco per la drammaticità dei temi trattati, partendo dalla prima coppia di pazienti eterosessuali.
I signori De Santis provano a diventare genitori da due anni, con risultati ogni volta dolorosi e fallimentari. C’è molto in ballo quando ogni sforzo risulta vano. Prima di tutto la Natura – come abbiamo scritto – ma anche la tenacia, la pazienza, la sopravvivenza stessa dell’amore tra due persone, rimesso continuamente in discussione. Tuttavia la medicina non è una scienza esatta; è fatta di continui tentativi e di errori. E, soprattutto, ogni coppia è un mondo a sé. Ogni coppia ha i propri timori, le proprie aspettative e il proprio passato. Ed è sacrosanto guidare le mille sfumature della ricerca di un figlio con sensibilità e tatto, mettendo da parte i pregiudizi e le pressioni esterne.

Il pilot di In Utero parla esattamente di questo.
Di casi clinici che corrono paralleli alla vita privata del personale del “Creatividad” fatto di esseri umani che, a loro volta, sono coppie, sono single. Sono in crisi dei trent’anni o in cerca di loro stessi.
Sergio Castellitto lavora molto con i silenzi e l’empatia. Alessio Fiorenza (alla sua prima prova attoriale) porta in scena anche la sua esperienza di uomo transgender, fungendo da braccio destro di Castellitto. La coppia De Santis, invece, a volte eccede lievemente in una recitazione impostata, da copione, ma riuscendo comunque a far sentire gli spettatori parte delle loro difficoltà e problemi.
Se avete amato E.R. o The Pitt, questo medical stimolerà le coscienze di chi lo guarda in modo molto simile a ciò che hanno fatto i due show americani nel corso degli anni. Anche qui il cast è corale, anche qui ci si commuove e si empatizza. Anche qui al primo posto c’è solo l’autodeterminazione. Il primo episodio di In Utero, dunque, presenta una storia che vuole creare dibattito, ma mantenendo sempre un approccio aperto e profondamente umano.
Non c’è retorica, almeno per il momento, quanto la sana consapevolezza che il destino di una coppia può prendere tantissime strade diverse, tutte ugualmente dignitose.
In Utero lascia gli spettatori con una domanda lecita: chi lo dice che la felicità e la realizzazione personale debbano passare per la maternità o la paternità? Davanti a noi abbiamo ancora sette episodi per un totale di otto ma, se il buongiorno si vede dal mattino, ci troviamo di fronte a una delle produzioni italiane più interessanti presenti nel catalogo di HBO Max.






