Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Hawk.
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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Ci sono attori che, più di altri, finiscono inevitabilmente per diventare prigionieri della propria immagine. Non importa quanto provino a cambiare registro, quanto cerchino di esplorare territori differenti o di mettersi in discussione: il pubblico continua a guardarli attraverso il filtro dei personaggi che li hanno resi celebri. È un destino che accompagna molti interpreti comici e che, probabilmente, riguarda Will Ferrell più di chiunque altro. Da Anchorman a Talladega Nights, passando per Step Brothers, Blades of Glory e The Other Guys, la sua carriera è stata costruita su uomini incapaci di crescere. Eterni adolescenti con un ego smisurato e una fiducia in sé stessi completamente scollegata dalla realtà. Personaggi rumorosi, spesso insopportabili, ma incredibilmente umani proprio perché incapaci di rendersi conto del proprio ridicolo. Negli ultimi anni e oggi con The Hawk (Netflix), tuttavia, qualcosa è cambiato.
La comicità americana ha progressivamente abbandonato gli eccessi demenziali che avevano caratterizzato gli anni Duemila, spostandosi verso registri più intimi, più malinconici e meno esplosivi. Anche Ferrell ha iniziato a inseguire questa trasformazione, alternando produzioni più leggere a progetti in cui il sorriso lascia sempre spazio a una vena di tristezza. E The Hawk sembra nascere esattamente da questa esigenza. Recuperare il volto più iconico dell’attore senza ignorare il tempo trascorso, costruendo una serie che utilizza la comicità come punto di partenza per raccontare qualcosa di più amaro. L’idea, almeno sulla carta, è brillante. Lonnie “The Hawk” Hawkins è un ex campione di golf (la recensione del finale di The Stick) che continua a vivere come se fosse ancora il protagonista assoluto del circuito professionistico.
Il soprannome di Lonnie è più famoso delle vittorie
Il carattere del campione, di fatto, gli ha alienato gran parte delle persone che lo circondano. E il mondo sembra essersi dimenticato di lui molto più velocemente di quanto sia disposto ad accettare. Nonostante ciò, Lonnie continua a inseguire l’illusione di poter tornare in cima, convinto che il problema non sia mai lui, ma tutto ciò che lo circonda. È una figura che incarna perfettamente l’archetipo ferrelliano dell’uomo incapace di distinguere l’autostima dalla megalomania, ma che, questa volta, porta sulle spalle anche il peso del tempo che passa. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere The Hawk una serie più interessante di quanto possa sembrare nei suoi primi episodi. Fin dalle prime scene emerge infatti una sensazione precisa: la serie non vuole limitarsi a prendere in giro il proprio protagonista, ma desidera comprenderlo.
Lonnie è ridicolo, arrogante, infantile e spesso irritante, ma dietro la sua ostinazione si nasconde una paura profondamente umana, quella di diventare irrilevante. Non è soltanto un ex atleta che sogna il grande ritorno. È un uomo incapace di accettare che la parte più importante della sua vita sia già alle spalle. In questo senso, The Hawk parla molto meno di golf di quanto il marketing lasci intendere. Lo sport rappresenta soprattutto una metafora. Ogni torneo, ogni allenamento, ogni rivalità diventa il tentativo disperato di fermare il tempo, di dimostrare a sé stesso che il mondo ha ancora bisogno di lui. È una dinamica che riguarda milioni di persone, non soltanto gli sportivi. Cambiano i contesti, ma il sentimento rimane identico. La paura (le serie di cui tutti hanno paura) che il momento migliore sia ormai passato e che tutto ciò che resta sia un lento declino.

Il golf è una delle intuizioni migliori di The Hawk
Questo non accade perché si tratta di uno sport particolarmente popolare, ma perché la sua natura si presta perfettamente al racconto di un uomo in guerra con sé stesso. A differenza del calcio, del basket o del football americano, il golf è una disciplina silenziosa, fatta di concentrazione, precisione e controllo emotivo. Vince chi sbaglia meno, non chi si lascia trascinare dall’istinto. È quindi quasi ironico che il protagonista sia una persona incapace di controllare qualsiasi emozione. Ogni buca diventa il teatro di esplosioni di rabbia. Ogni errore si trasforma in una tragedia (serie che sono tragedie annunciate) personale e ogni partita assume le dimensioni di una questione esistenziale. Il contrasto funziona perché la serie riesce a sfruttare la calma apparente dei campi da golf per mettere in scena il caos interiore di Lonnie.
Ed è proprio in questi momenti che emerge il potenziale più autentico di The Hawk. Quando smette di inseguire la risata immediata e osserva il proprio protagonista con uno sguardo più compassionevole, la serie trova un equilibrio sorprendente. Lonnie non diventa improvvisamente simpatico, ma acquista profondità. Le sue fragilità iniziano ad affiorare sotto la superficie e lo spettatore comprende che dietro quell’ego smisurato si nasconde soprattutto un uomo terrorizzato dall’idea di non contare più nulla. Purtroppo la sceneggiatura non sempre ha il coraggio di seguire questa direzione fino in fondo. Molto spesso torna a rifugiarsi nella comicità più tradizionale di Will Ferrell, recuperando gag fisiche, esplosioni improvvise e dialoghi volutamente sopra le righe che finiscono per interrompere il coinvolgimento emotivo appena costruito. È come se gli autori avessero paura di allontanarsi troppo dall’immagine classica dell’attore, quasi temessero che il pubblico potesse non riconoscerlo più.
Il risultato è un’oscillazione tra due anime
Da una parte c’è la comedy assurda che ha reso celebre Ferrell. Dall’altra una serie molto più malinconica, interessata a raccontare il fallimento, l’invecchiamento e la difficoltà di ridefinire la propria identità. Entrambe funzionano, ma raramente convivono in modo armonioso. Questo problema emerge soprattutto nel rapporto tra Lonnie e suo figlio Lance, probabilmente il cuore emotivo dell’intera stagione. Il loro conflitto non nasce soltanto da incomprensioni familiari, ma rappresenta lo scontro tra due generazioni che guardano allo sport, al successo e alla vita in maniera completamente diversa. Lance non vuole necessariamente diventare migliore del padre per umiliarlo. Vuole semplicemente costruire una carriera senza ripetere i suoi errori. Lonnie, invece, interpreta ogni progresso del figlio come una minaccia personale, incapace di distinguere il successo altrui dal proprio fallimento.
È una dinamica molto efficace, perché racconta qualcosa che va ben oltre il golf: la difficoltà di molti genitori nell’accettare che i figli possano superare ciò che loro stessi hanno costruito. La serie avrebbe potuto approfondire ancora di più questo aspetto, ma spesso preferisce risolvere i conflitti attraverso battute o riconciliazioni piuttosto prevedibili. Anche il resto del cast contribuisce a dare credibilità al racconto. Molly Shannon offre una delle interpretazioni più equilibrate della serie, evitando di trasformare il proprio personaggio nella semplice moglie esasperata dal marito immaturo. Il suo sguardo comunica anni di delusioni (serie che hanno deluso le aspettative), ma anche un affetto che non si è mai completamente spento. Jimmy Tatro riesce a costruire un figlio credibile, lontano dagli stereotipi del giovane ribelle. Mentre, Luke Wilson e Fortune Feimster impreziosiscono il racconto con personaggi che avrebbero meritato maggiore spazio.
The Hawk sceglie la sobrietà registica
Lo show non cerca mai virtuosismi, non spettacolarizza il golf e preferisce una messa in scena molto classica. È una scelta coerente con il tono della serie, ma anche piuttosto conservativa. Alcune sequenze sportive funzionano bene proprio grazie alla loro essenzialità, mentre altre danno la sensazione di limitarsi al minimo indispensabile. La fotografia, caratterizzata da colori luminosi e paesaggi ordinatissimi, crea un curioso contrasto con il disordine emotivo del protagonista, ma raramente riesce a imprimere nella memoria immagini davvero memorabili. Tutto appare elegante, corretto e professionale, senza mai raggiungere quella personalità visiva che avrebbe potuto distinguere la serie all’interno dell’enorme catalogo Netflix.
Anche il ritmo rispecchia questa impostazione. Gli episodi scorrono con naturalezza e non risultano mai pesanti, ma la sensazione è che la storia venga spesso allungata artificialmente. Diverse sottotrame sembrano esistere più per riempire la durata della stagione che per arricchire realmente il percorso dei personaggi. Paradossalmente, The Hawk avrebbe probabilmente funzionato meglio come un film di due ore: più compatto, più concentrato e meno dispersivo. La serialità offre certamente spazio per sviluppare le relazioni, ma qui non sempre viene sfruttata fino in fondo. Ciò che colpisce maggiormente, però, è il modo in cui la serie riflette involontariamente lo stesso percorso artistico di Will Ferrell. Anche lui, in fondo, appartiene a una stagione della commedia americana che oggi non esiste più. The Hawk, allora, non racconta solo un atleta che cerca di restare rilevante. Ma anche una star della comicità che prova a trovare un posto in un panorama cambiato.

L’entusiasmo contenuto della critica
Molte recensioni hanno riconosciuto il fascino del protagonista e il talento di Ferrell, ma hanno sottolineato come la serie fatichi a trovare un’identità davvero originale, rimanendo sospesa tra la sitcom tradizionale e il dramedy contemporaneo. Anche il pubblico si è diviso. Una parte degli spettatori ha apprezzato proprio questa componente malinconica, vedendola come un’evoluzione naturale dell’attore. Altri, invece, si aspettavano una commedia molto più folle e irriverente, rimanendo delusi da un tono più misurato. Pertanto, The Hawk non è abbastanza demenziale per chi ama il vecchio Will Ferrell e non è abbastanza coraggiosa per chi sperava in una sua completa reinvenzione. Eppure sarebbe ingeneroso liquidarla come un’occasione mancata. Pur con tutti i suoi limiti, la serie possiede una sincerità che molte produzioni contemporanee sembrano aver smarrito. Non cerca continuamente il colpo di scena, non costruisce misteri artificiali né vive esclusivamente di citazioni nostalgiche.
Al di là delle battute, delle partite e delle dinamiche sportive, la serie parla della difficoltà di ridefinire sé stessi quando il ruolo che ci ha definiti per tutta la vita viene meno. È una riflessione che riguarda gli atleti, gli artisti, i professionisti e, in fondo, chiunque abbia costruito la propria identità attorno a un solo successo. La risposta che offre non è particolarmente originale né rivoluzionaria, ma possiede una delicatezza inattesa. Per questo motivo lo show resta una visione piacevole, imperfetta e a tratti frustrante, che non raggiunge mai il livello delle migliori interpretazioni di Will Ferrell ma riesce comunque a ricordarci una verità semplice e universale: il momento più difficile non è diventare qualcuno, bensì capire chi siamo quando smettiamo di esserlo.






