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Station 19 3×08 – La trasformazione di Dean Miller

Station 19

Bentornati con la recensione della 3×08 di Station 19. Finalmente torniamo sulla linea narrativa che più ci piace, quella che esplora il passato dei nostri amati vigili del fuoco.

Questa settimana tocca a Dean Miller. Dean che è stato lasciato da JJ assieme alla loro neonata, inizialmente chiamata TBD che finalmente, in questo episodio, riceve un vero e proprio nome: Pruitt, Pru per tutti, in onore di Pruitt Herrera padre di Andy ed ex capitano della stazione 19. Come ben sappiamo Herrera senior è malato di cancro e questa volta non c’è possibilità di guarigione. Quello di Dean è un tributo al suo capitano, all’uomo che l’ha scoperto e che gli ha fatto da mentore per anni.

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Ho amato il discorso che Pruitt gli ha fatto quand’era indeciso se tenere o meno sua figlia. L’ho trovato incredibilmente dolce e di grande spessore. Herrera senior, infatti, piuttosto che dispensare opinioni e consigli indesiderati, si limita a lasciare che sia Miller, da solo, a maturare una sua consapevolezza e a giungere a una decisione. Motivo per cui a Pru viene dato il suo nome.

Ecco il collegamento con il suo passato. È grazie a Pruitt Herrera che decide di intraprendere la carriera di vigile del fuoco e dunque sfruttare tutto il suo potenziale fino a quel momento inespresso. Ci viene descritto un Dean insoddisfatto di sottostare alle volontà della sua ricca famiglia e dei suoi genitori che si comportano da dittatori. Nonostante questo, l’uomo mantiene un comportamento esemplare e cerca di non fare mai un passo falso. Dean è soffocato da quella famiglia troppo presente e troppo pressante. Vediamo un Miller poco incline allo scherzo e al gioco, il che – per gli spettatori di Station 19 – risulta assai OOC, come diremmo in fangirlese (qui i 21 termini che una fangirl deve assolutamente conoscere), Out of Character, fuori dal personaggio.

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Dean pur avendo un etica e dedizione al lavoro straordinarie, spesso si lascia trascinare in momenti di gioco e di leggerezza. Sa come strappare un sorriso ai suoi compagni in ogni situazione. Soprattutto quando è affiancato dalla meravigliosa Victoria Hughes e dal fantastico Travis Montgomery. Questo trio è inarrestabile. Dean tiene molto al concetto di famiglia, ma non quando si tratta di quella biologica. Ci sono tensioni tra lui e i suoi genitori. Sappiamo che ha un bel rapporto solo con sua sorella. La sua vera famiglia, però, sono i suoi commilitoni.

Mi dispiace non ritrovare in questa stagione di Station 19 quella sintonia e quell’affetto che caratterizzavano il suo rapporto con Jack Gibson. L’allontanamento da questo personaggio l’ha portato alla formazione del trio di cui ho parlato prima, quello formato da lui, Montgomery e Hughes, ma l’ha fatto a discapito della sua amicizia con Gibson. Un’amicizia che, durante la prima stagione, sembrava impossibile da spezzare.

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In questo episodio, in particolare, viene dato rilievo al personaggio di Hughes in relazione a Miller. Hughes che si propone di aiutarlo a crescere sua figlia e di diventare sua coinquilina. Il che mi puzza e non mi piace. Non mi piace perché non è detto che da ogni bella amicizia debba per forza nascere una relazione romantica. E Miller e Hughes non dovrebbero stare insieme. La relazione rovinerebbe la bellezza della loro amicizia. Un’amicizia pura, senza doppi fini. E ora? Ora vogliono insinuare il dubbio che tra loro ci sia di più, formando il triangolo Jackson Avery – Victoria Hughes – Dean Miller.

La Vernoff ha questa assurda perversione dei triangoli amorosi. Il triangolo poteva andare di moda nel 1978, quando il grande Renato Zero dichiarò di non averlo considerato. Adesso ha un po’ stancato. Le serie firmate Shondaland brulicano di triangoli e siamo stanchi. Capisco che è l’espediente perfetto per attirare l’attenzione degli spettatori che si interessano alla relazione schierandosi per uno dei due pretendenti e sperando, col fiato sospeso, che la coppia finale sia quella che volevano loro.

Ma dopo sedici anni di ‘sto giochetto, la macchina si rompe e smette di funzionare. Lo spettatore guarda passivamente le dinamiche del triangolo senza più avvertire l’entusiasmo dell’intera storia romantica. E, seppure Station 19 abbia solo tre stagioni al momento, essendo spin-off di Grey’s Anatomy (qui la recensione della 16×16, l’addio di Alex Karev) si porta dietro gran parte del fandom che è sazio di queste dinamiche.

Per quanto riguarda il resto delle storyline, seppure non mi piaccia l’evoluzione di Maya Bishop, sono contenta che stia cominciando a farsi rispettare. Spero di non sentire più nessuno chiamarla Principessa o Barbie. È degradante il modo in cui usano quegli appellativi nei suoi confronti. Quel pompiere idiota che si è permesso di chiamare Bishop principessa è stato l’esempio del classico uomo bigotto e affetto da machismo che sentendosi impotente ha la necessità di denigrare le donne più potenti di lui. Ecco, lui è ciò che non voglio più vedere in televisione.

Rimanendo su Bishop, nonostante io shippi da morire lei e Gibson devo ammettere che con Carina forma una coppia assai bella. Merito della DeLuca che è un po’ un jolly, dove la metti sta bene. Ed è capace di rendere sopportabile e interessante chiunque le graviti attorno.

Ho apprezzato molto la decisione di Sullivan di vedere Amelia Shepherd, un altro personaggio jolly per me. Amelia è la persona più indicata per poterlo aiutare ad affrontare la sua condizione e, contemporaneamente, il suo problema di dipendenza da oppiacei. Lei c’è già stata a quel punto, ha già toccato il fondo. E può guidarlo senza giudicarlo. Rivivere, anche se brevemente, il passato della Shepherd è stato emozionante. Ricordarla in Private Practice e renderci conto di quanto sia maturata e cresciuta, fa emozionare. Brava Amelia, continua così, sono fiera di te.

Insomma, l’episodio è stato molto carino. Spero vivamente che si decida di procedere in questa direzione, continuando ad analizzare il passato dei nostri eroici vigili del fuoco. E, inoltre, spero che la coppia composta da Sullivan e Herrera abbia il lieto fine. Siate i MerDer di Station 19 senza il tragico finale.

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Written by Fabiana Fanelli

La mia vita è un pendolo che oscilla tra una serie tv e l'altra. Tutto sommato mi è andata bene, pensate se oscillasse tra dolore e noia!
Ricordate: "Life's too short to be serious" (La vita è troppo breve per essere seri)

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