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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Ci sono serie che hanno bisogno di costruire lentamente il proprio mondo e altre che scelgono di trascinarci dentro la storia senza lasciarci nemmeno il tempo di capire esattamente dove siamo finiti. Atomic appartiene decisamente alla seconda categoria. La nuova Sky Original britannica, disponibile dal 20 agosto su Sky e in streaming su NOW, parte da una premessa potenzialmente esplosiva e la trasforma in un thriller serrato che attraversa il Nord Africa e il Medio Oriente, mettendo insieme traffico internazionale, terrorismo, intelligence, uranio altamente arricchito e una coppia di protagonisti che, almeno sulla carta, non dovrebbe avere assolutamente nulla da condividere. Creata da Gregory Burke e ispirata al saggio The Atomic Bazaar del giornalista William Langewiesche, Atomic racconta l’incontro tra Max, trafficante di droga interpretato da Alfie Allen, e JJ, enigmatico fuggitivo interpretato da Shazad Latif.
Il primo è un uomo abituato a muoversi ai margini della legalità, il secondo nasconde molto più di quanto lasci intuire. Quando le loro strade si incrociano, quello che dovrebbe essere un semplice episodio di violenza e sopravvivenza si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più grande: i due finiscono coinvolti nel trasporto di uranio altamente arricchito attraverso una regione attraversata da tensioni politiche, interessi criminali e operazioni clandestine. Alle loro spalle si muovono CIA, MI6 e una rete internazionale di trafficanti, mentre Cassie Elliott, scienziata e agente sotto copertura interpretata da Samira Wiley, cerca di ricostruire la vera natura della minaccia. La cosa interessante, però, è che Atomic non sembra realmente interessata a raccontare una storia sull’uranio. O meglio, l’uranio è il dispositivo narrativo che permette alla serie di mettere in moto tutto il resto. È la miccia, non il vero cuore della storia.
Atomic e il rapporto tra Max e JJ
A questo proposito, sotto la superficie del thriller internazionale c’è una storia molto più semplice. Non a caso, si tratta di due uomini che si incontrano nel momento peggiore possibile e che, loro malgrado, finiscono per avere bisogno l’uno dell’altro. È un meccanismo narrativo tutt’altro che nuovo, naturalmente. Il cinema e la televisione hanno costruito decine di storie sull’alleanza improbabile tra persone incompatibili costrette dalle circostanze a collaborare. Atomic non pretende di reinventare questa formula. Al contrario, la utilizza con una certa consapevolezza, mescolandola al buddy movie, alla spy story e al road movie criminale. Non è un caso che alcune delle recensioni internazionali abbiano accostato la serie all’universo di Guy Ritchie (qui un focus su Young Sherlock), soprattutto per la combinazione di criminalità, inseguimenti, ironia e protagonisti costantemente immersi in situazioni più grandi di loro. E questa è probabilmente la sua qualità più evidente: Atomic sa andare avanti.
Sembra un’osservazione banale, ma non lo è. In un panorama seriale nel quale molti thriller contemporanei finiscono per dilatare eccessivamente la propria premessa, la scelta di concentrarsi su cinque episodi permette alla serie di mantenere una tensione quasi costante. Gli episodi si aggirano intorno ai quaranta minuti e la storia attraversa rapidamente luoghi, alleanze e situazioni, evitando di trasformare il viaggio di Max e JJ in una successione interminabile di parentesi narrative. Anche MYmovies ha sottolineato proprio questo aspetto, definendo Atomic un prodotto basato su cinque episodi serrati, ritmo alto e una buona dose di adrenalina. La brevità, dunque, non è soltanto una caratteristica produttiva. È parte della grammatica della serie. Atomic non vuole contemplare la propria storia. Vuole correrci dentro. Eppure, proprio questa velocità rappresenta contemporaneamente il suo pregio e il suo limite.

Il ritmo è alto, ma i temi vengono approfonditi?
La componente geopolitica dello show è affascinante, ma spesso rimane più evocata che esplorata. La minaccia nucleare possiede un enorme potenziale drammatico, ma viene soprattutto utilizzata come acceleratore della vicenda. Le organizzazioni coinvolte sono funzionali al gioco di inseguimenti e doppie identità, mentre alcune delle implicazioni più inquietanti della premessa restano sullo sfondo. Ed è qui che emerge la principale contraddizione di Atomic: la serie racconta una situazione potenzialmente apocalittica con lo spirito di un thriller d’avventura. Da una parte è proprio questo a renderla divertente. Dall’altra, però, impedisce alla storia di raggiungere fino in fondo la gravità che la sua premessa sembrerebbe richiedere. Se la si guarda come puro intrattenimento, Atomic funziona. Se invece le si chiede di essere anche una grande riflessione geopolitica sul traffico nucleare, sui rapporti di potere internazionali e sulla fragilità dell’equilibrio globale, allora la sua ambizione appare decisamente più limitata.
La serie sembra consapevole di questa scelta e preferisce concentrarsi sui personaggi. Max è probabilmente il punto di accesso più immediato alla storia. Alfie Allen costruisce un protagonista molto diverso dal personaggio di Theon Greyjoy (ecco un focus sul personaggio) che lo ha reso celebre. Tuttavia, conserva quella capacità di interpretare uomini vulnerabili senza trasformarli necessariamente in figure innocenti. Max è un criminale. La serie non pretende che il pubblico dimentichi quello che è, ma prova a mostrare cosa potrebbe diventare quando viene costretto a confrontarsi con qualcosa di molto più grande dei propri interessi. JJ, invece, è costruito inizialmente come un enigma. La sua presenza introduce una dimensione di mistero che alimenta la curiosità dello spettatore, difatti, Shazad Latif lavora molto sul non detto, sulla reticenza e sulla sensazione che dietro ogni gesto ci sia una storia che non conosciamo ancora.
In Atomic il viaggio geografico diventa emotivo
Attraversare il Nord Africa e il Medio Oriente significa attraversare anche le identità dei due protagonisti, le loro colpe e i fantasmi che cercano di lasciarsi alle spalle. La stessa sinossi ufficiale insiste sul concetto di redenzione: quella che inizia come una lotta per la sopravvivenza si trasforma lentamente in una collaborazione riluttante e nella possibilità di cambiare. Perché il vero interrogativo di Atomic è piuttosto: “cosa succede a una persona quando è costretta a scegliere per chi è disposta a rischiare?”. In questo senso anche Cassie Elliott assume un ruolo importante. Samira Wiley interpreta un personaggio che avrebbe potuto facilmente diventare la classica agente dell’intelligence lanciata all’inseguimento dei protagonisti. La serie prova invece a darle una dimensione più complessa, soprattutto attraverso la sua preparazione scientifica e la convinzione di trovarsi davanti a una minaccia molto più grande di quella che Max e JJ sembrano rappresentare.
Cassie costituisce così il terzo vertice della storia. Max rappresenta il mondo criminale, JJ quello del mistero e dell’identità sfuggente, Cassie quello dell’istituzione che tenta di interpretare gli eventi e contenerli. Nessuno dei tre possiede realmente il quadro completo. E questo permette alla serie di giocare con una delle dinamiche più classiche del thriller: la distanza tra ciò che i personaggi credono stia accadendo e ciò che sta realmente accadendo. La regia accompagna questa impostazione senza cercare inutilmente di trasformare Atomic in qualcosa che non è. Il deserto, le strade, le città e gli spazi attraversati dai protagonisti non sono semplicemente scenografie, ma contribuiscono a costruire una sensazione di precarietà costante. Il viaggio diventa quindi una trappola con una struttura quasi da videogioco (qui videogames da cui trarre serie), nella quale superare un ostacolo significa semplicemente arrivare al livello successivo.

La critica e la struttura della storia
The Times l’ha definita una produzione violenta e superficiale, mentre i Paper ha osservato come la storia, pur muovendosi a un ritmo efficace, avrebbe dovuto risultare molto più plausibile considerando le sue radici nella realtà. È una critica difficile da ignorare. Perché ispirarsi a The Atomic Bazaar significa partire da una materia reale inquietante. Di fatto, il mondo della proliferazione nucleare (ecco un focus su Chernobyl) e dei traffici clandestini possiede già una forza narrativa enorme. Atomic, però, preferisce utilizzare quella realtà come trampolino per un thriller spettacolare invece di immergersi davvero nelle sue implicazioni. Non è necessariamente un errore. Ma è una scelta che ridimensiona la portata della serie. Il pubblico sembra aver percepito una contraddizione simile. Su IMDb la prima stagione si trova attualmente intorno al 6,2/10, con oltre duemila voti; l’episodio più apprezzato è il terzo, The End of Days, con 7,4/10.
È un dato interessante perché suggerisce una ricezione meno negativa di quanto potrebbe far pensare il semplice voto complessivo. Il pubblico sembra riconoscere alla serie una certa capacità di intrattenimento, anche se non necessariamente la considera una produzione memorabile. Eppure, in un panorama televisivo sempre più affollato di thriller che chiedono allo spettatore un investimento enorme in termini di tempo, Atomic possiede un merito non trascurabile: sa quando fermarsi. Non c’è la sensazione di trovarsi davanti a una serie che deve necessariamente accumulare misteri per giustificare una seconda stagione. Il viaggio ha una direzione precisa mantiene una certa coerenza nella sua corsa verso il finale. Detto ciò, la redenzione, non consiste nel diventare improvvisamente buoni. Consiste nel fare una scelta diversa quando finalmente si presenta l’occasione. E in fondo è questa la piccola sorpresa di Atomic: la bomba è solo il pretesto e il viaggio è il fulcro della storia.







