Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda puntata della terza stagione di House of the Dragon.
Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.
Scopri come →I passi grevi, il cuore pesante. Il sangue che circoscrive ogni passo, fino a trascinarsi sul Trono. Per scrivere la storia giusta, più che per la gloria. Per assecondare miti e leggende, come gli ricorda Daemon mentre Rhaenyra, impreparata come sarà sempre chiunque di fronte a un lutto, è ancora distante dall’accettazione e cede il passo alla rabbia. Negozia silenziosamente col dolore implacabile di una madre che ha perso l’ennesimo figlio, chissà perché. Sembra domandarsi, semplicemente, se tutto ciò abbia davvero un senso. Pare sentirsi Alicent e o la figlia Helaena, per un momento: la felicità è sicuramente altrove, e magari varrebbe la pena abbracciare quel pensiero per un attimo in più. Ma no, non è questa la storia di House of the Dragon.
Ci pensa bene il redivivo Corlys Velaryon, prevedibilmente sopravvissuto alla Battaglia del Gullet, a ricordarci il senso dell’intero racconto: “Se questa è una vittoria, prego per non vederne mai un’altra”.
Lo ribadiamo da tempo: House of the Dragon ci consegna in dote l’onore della guerra che non lascia prigionieri. Tra chi vince e chi perde, fino a rendere superflua ogni potenziale distinzione.
La scelta di inserire nel quadro la leggenda di Aegon il Conquistatore e un destino divino a cui sente di doversi piegare Rhaenyra e chiunque ne conosca le sfumature, non rende più irrazionale ogni momento. E la seconda puntata della terza stagione è, anche in questo senso, una perfetta continuazione della prima.
Se una settimana fa avevamo trovato nella furia incontrollabile di Sheepstealer la chiave per ritrovare il caos di una Battaglia senza alcun riferimento, qui troviamo negli occhi di Rhaenyra, in lacrime mentre affronta i passi che la portano al famigerato Trono di Spade, il vortice mortifero che mortifica ogni nobile intenzione, piegandola alle esigenze inscalfibili del potere.
Scivola così di mano il masterplan della nuova Regina. La Regina che non intendeva versare altro sangue e che chiedeva la resa per tradurla in pace. Scrivere un punto, lasciandosi alle spalle il passato: un figlio per un figlio, senza che altro inchiostro venga scambiato col sangue di un nemico. Nemmeno dopo aver perso Jacaerys, sembrava essersi smossa dall’intento originario. Più che il rancore, è il dolore a tracciarne la figura: l’addio a Jacaerys non porta con sé altro sangue, bilanciamenti cosmici che riportino la quiete nel cuore attraverso la tempesta. Non è lei, a differenza di gran parte degli interpreti di questa terribile esperienza umana.
Non il sacrificio di un terzo, chiunque sia: solo la fine di Aegon, l’usurpatore, le permetterebbe di ritrovare un posto nel mondo, pur conoscendo bene il suo ruolo nella Storia.
La seconda puntata di House of the Dragon è spietata in tal senso: c’è un momento in cui ci si illude che il colpo di Stato sarebbe potuto andare a buon fine senza ulteriori vittime.

Si crede nelle abilità politiche di Alicent, lucida nel consegnare i Regni all’amica d’infanzia in nome di un tragico compromesso a cui non dare più un seguito. E si ripensa a Daenerys e alla sua folle distruzione di Approdo del Re, quando alle urla degli innocenti e al furore amorale dei suoi draghi si sovrappone l’immagine della sua ava, entrata nella Capitale senza disseminare fuoco e sangue.
Ma no, non può andare così. Non sarebbe House of the Dragon. Non sarebbe, purtroppo, la storia di gran parte delle guerre. Specie quelle in cui la dimensione personale giganteggia sulle logiche più asettiche.
Non può non essere Daemon, riportato nell’alveo della Regina dalla consapevolezza di come si debbano scrivere le prossime pagine, la voce che riconduce Rhaenyra al peso della Corona.
Ai passi insanguinati, a quella seduta scomoda come se se le lame attraversassero lo stesso Trono. Alle lacrime di chi deve lasciare andare un’altra parte di sé, dopo quella portata via dall’ultimo lutto, affinché il mito irrompa in scena e riporti i Targaryen al ruolo delle sentinelle di Westeros.
“Questo è il momento in cui diventi Regina”, le dirà suo marito poco prima di guidarla verso l’esecuzione di Otto Hightower, la massima incarnazione del potere machiavellico in House of the Dragon: l’uomo che senza i draghi ha avuto tra le mani il destino di milioni di persone. Lui stesso, prossimo alla morte, ne guida i passi e invoca pietà, tramite un’esecuzione delegata: echi di un destino già scritto indicano la via d’uscita e l’ingresso verso una nuova alba dei Sette Regni. Si chiede il sacrificio della propria anima, alla regnante del domani. Per essere riconosciuta come tale, la mediazione non è la strada maestra: è costretta a nuotare nel sangue, prima di abbracciare l’onore ingrato. Essere potente, se vuole davvero tenere la Corona sulla testa.
Si chiede a Rhaenyra di tradire se stessa, per certi versi. Decapitare Otto di fronte al popolo, lei che poco prima aveva mostrato a esso le sue fragilità al capezzale del figlioletto defunto. La clemenza non è contemplata: se l’usurpatore è latitante, questo è quanto di più vicino possa esserci a una conclusione quantomeno apparente.
Ma Rhaenyra lotta prima di tutto contro la sua immagine riflessa: a differenza di Aemond, protagonista di una carneficina non necessaria nella maledetta Harrenhal, esita.
Si aggrappa alla sua umanità, finché può: è l’erede di Viserys, ma tutto intorno a lei è mutato. Trema mentre la spada sembra pesare tonnellate tra le sue mani. Piange, nel momento in cui cede all’indispensabile teatralità del momento: il potere è messinscena, un’ombra sul muro. E quell’ombra si proietta mentre la testa di Otto cade per terra al secondo tentativo. Il suo è un colpo netto, ma non abbastanza.
Il tempo della politica è finito e qualcuno, molto più avanti, esprimerà chiaramente l’ennesimo crocevia affrontato da Rhaenyra in House of the Dragon: “Al gioco del trono si vince o si muore”. Con una differenza, in questo caso: la “o” si dovrebbe scambiare con una “e” per rendere al meglio l’idea.
Si arriva così al finale della seconda puntata di House of the Dragon 3: cadono anche le illusioni di Alicent ed Helaena, a un passo dalla libertà, e vengono riportate alla realtà da un singolo scambio di sguardi.

Rhaenyra è sul Trono, lei no: è stata catturata e osserva quel che rimane del padre macchiare indelebilmente i lussuosi pavimenti. C’è inquietudine e angoscia in quell’istante: la loro è una storia di fraintendimenti drammatici e di scelte che si sono rivelate impossibili.
La mediazione è fallita: la vittoria e la sconfitta si uniscono in un solo coro. E nel caos ogni dimensione si sovrappone, finendo per portare al collasso della realtà.
Non si possono più misurare le distanze tra il tradimento e la causa giusta: bisogna essere leali alla Corona, alla Patria, a una buona causa o solamente alla propria persona?
Quali sono i veri confini di un giuramento, se la lealtà e l’onore è tutto ciò che dovrebbe circoscrivere una persona? Le domanda rimbalzano nelle prime due puntate della terza stagione di House of the Dragon, e torneranno in seguito con esempi sempre più chiari che coinvolgeranno protagonisti e comprimari. Dove finiscono le buone intenzioni e iniziano le azioni necessarie? Alicent e Rhaenyra, su tutte, hanno una loro versione della storia che scrivono e subiscono in egual misura: solo i posteri potranno trovare una lettura davvero soddisfacente.
Ogni risposta è soggettiva, contestualizzata. Personale. La guerra priva ogni interpretazione di una legittimità più o meno oggettiva: è un vortice infernale in cui non si può fare altro che galleggiare e prendere una direzione, quasi fossero i relitti di un conflitto che ha infestato i mari dall’orizzonte infinito. Persino Otto, controverso detentore di un potere mai fine a sé, sussurrerà appena, un attimo prima di spirare senza più dover indossare una maschera: “Ho fatto del mio meglio”.
Alicent, pur dopo tanti errori tragici non sempre “necessari”, potrà dire altrettanto. Ma a quale prezzo? La salvezza, fisica e morale, non è un’opzione. Questo è un mondo che mette a dura prova ogni promessa.
C’è solo una certezza, a questo punto: non esiste più una scorciatoia per la pace.
Le protagoniste si trasfigurano, dovendo ricordare a loro stesse chi sono davvero.
Avranno ancora il lusso di poterlo essere? Con ogni probabilità no. Questa, d’altronde, è una guerra che tutti, nessuno escluso, hanno già perso. Ben prima della distruzione finale e della dissoluzione di un’intera casata. Dell’estinzione di una specie e di una nuova rinascita che non parla la lingua degli umani, bensì degli dei.
Del resto, tutto il resto, non rimarrà altro che un lungo appunto sui libri, non letto attentamente dai più: è l’amara realtà dei posteri che non sapranno apprenderne le lezioni più dure. Torneremo, nel peggiori dei paradossi, alla presunta elezione di Daenerys, l’erede vista da Daemon senza conoscere i dettagli di un mito che incontra la follia umana.
È una spirale nichilista in cui la speranza deve parlare la lingua della disillusione. E la disillusione, purtroppo, un linguaggio fin troppo cinico.
Chi esita è perduto. Chi è spietato, pure.
Antonio Casu





