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American Gods 3×02 – Serious Moonlight

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ATTENZIONE: questo articolo contiene SPOILER sulla 3×02 di American Gods

Nel nuovo episodio di American Gods è evidente la volontà degli autori di ritornare ai fasti della prima stagione riproponendo uno schema di narrazione molto simile. Mentre questa scelta fa sicuramente il suo effetto sugli spettatori, la storia non sembra procedere molto: scopriamo di più sul misterioso paesino di Lakeside e osserviamo i parallelismi presenti nelle volontà di personaggi come Shadow e Bilquis. Sentendo in sottofondo i tamburi dell’ormai imminente battaglia tra Vecchi e Nuovi dei, la volontà dei due è quella di rompere la catena di dipendenza e ritornare a essere in controllo della propria vita.

Questo bisogno, però, sembra essere incompatibile con ciò che il Destino ha in serbo per loro.

La struttura di questo episodio, così come tutta la puntata, segue un iter preciso: prima di iniziare a parlare del presente, perfino prima dei titoli di testa, American Gods ci pone davanti un momento storico tanto importante per capire la storia principale quanto apparentemente avvilente. Siamo nel 1690 nel Wisconsin e osserviamo impotenti il massacro dei Nativi Americani da parte dei colonizzatori occidentali. Nonostante le continue e ripetute preghiere agli dei della propria religione, il massacro continua con spietata efficienza.

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Questa modalità di introdurre la storia dell’episodio è ripresa chiaramente dalla prima stagione, dove ogni Vecchio Dio veniva introdotto con una scena cronologicamente passata, mostrando gli eventi che avevano poi, col tempo, plasmato i voleri e le motivazioni di questi personaggi. È chiaro però che il paragone è incompleto: manca parte della violenza, dell’ingiustizia e della ferocia che caratterizzavano queste parti introduttive. Forse questo cambiamento di rotta è dovuto alle polemiche innalzate dall’attore Orlando Jones (di cui abbiamo parlato anche qui); forse si tratta invece di una modalità più indiretta di introdurre l’odio che questi dei possono nutrire nei confronti delle divinità norrene, soprattutto Odino.

Odino è uno dei personaggi che in queste due puntate ha saputo darci più soddisfazioni: il suo carattere non sembra essere minimamente cambiato. È ancora irriverente, è ancora imprevedibile, apparentemente divertito da ogni circostanza e incurante delle conseguenze delle sue azioni. Durante il grande raduno degli dei per la veglia funebre di Zorya Vechernyaya – a cui lui non era stato assolutamente invitato – il suo obiettivo sembra apparentemente essere quello di festeggiare il ricordo della dea.

Durante i festeggiamenti però una nuova luce sembra caratterizzare le azioni del Allfather: nel momento in cui anche Czernobog promette il proprio intervento nella guerra, è chiaro che le ambizioni di Odino superano di gran lunga ogni innocente voglia di aggregazione.

L’incontro alla veglia di Zorya tra Shadow e suo padre, poi, sembra allontanare ancora di più il figlio: stanco dell’essere una pedina, convinto ormai di poter fuggire da questa guerra a cui non sente ancora di appartenere, l’unica cosa da fare per il nostro protagonista è quella di tornare a Lakeside.

Piccola apparizione fa in questo episodio il personaggio di Salim che, ancora alla disperata ricerca del Jinn, spera invano di incontrarlo al funerale. Questa relegazione a personaggio secondario stride con l’importanza avuta nelle stagioni precedenti, ma al tempo stesso dimostra come questa stagione voglia tagliare in maniera netta le sottotrame che avevano acquisito fin troppa importanza.

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Altra parte importantissima per questo episodio rappresenta l’esplorazione del piccolo paesino di Lakeside: se nella prima puntata (di cui abbiamo parlato qui) l’arrivo di Shadow Moon in questo luogo è sembrata l’ennesima trovata di Odio, ora le coincidenze continuano ad aumentare.

L’apparente idillio della cittadina sembra pervaderne ogni ambiente: dai negozi alle tavole calde, tutti sembrano conoscere tutti e vivere in armonia. È esattamente questo tipo di calma che Shadow – ormai nelle vesti di Mike – sta ricercando. Nonostante alcuni screzi con la sua padrona di casa, tutti sembrano immediatamente volergli bene e accettarlo come un nuovo membro della comunità.

Durante la sua breve gita a Chicago per il funerale, il nostro protagonista investe per sbaglio un cervo creando seri danni al proprio parabrezza: questo incidente però viene a coincidere con sospetto – ma in American Gods le coincidenze non esistono – con la sparizione di un ragazzina che, proprio nei primi giorni, era stata vista flirtare con Shadow.

Ecco dunque che il ritorno a Lakeside non risulta essere confortante come preventivato: le stesse persone che pochi giorni prima lo salutavano come un vecchio amico si sono trasformate in sconosciuti pieni di sospetto e rancore, sicuri della sua colpevolezza senza uno stralcio di prova. L’ennesimo rifiuto che il nostro protagonista subisce e, tristemente, anche la testimonianza dei pesanti pregiudizi che una cittadina così piccola e appartentemente “normale” può nutrire nei confronti dell’ultimo arrivato (soprattutto negli Stati Uniti, soprattutto se non si è bianchi).

A fine puntata l’alibi del nostro personaggio viene ovviamente confermato e nonostante le scuse di chi lo ha accusato e della stessa polizia, l’opinione di Shadow – e automaticamente degli stessi spettatori – è molto cambiata. Rimane comunque la grande incognita sulla scomparsa di Alison. Cosa sarà successo? Ci sarà lo zampino di qualche dio?

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Parte altrettanto importante e che ci permette di creare non pochi parallelismi col nostro protagonista è la storyline di Bilquis: la dea si ritrova a dover fare i conti con le aspettative che gli altri hanno su di lei.

È allo stesso tempo molto temuta – soprattutto dai nuovi dei visto l’enorme glitch creato a Technology Boy nella scorsa stagione – e molto sottovalutata. La sua voglia di rimanere neutrale nella guerra è molto simile per certi versi con quella di Shadow Moon: entrambi non hanno bisogno di questo scontro, entrambi ricercano una tranquillità e una mondanità che sembra sempre sfuggirgli dalle dita ed entrambi vengono costantemente tirati in ballo senza averlo chiesto.

Emblematica in questo senso è la relazione che Bilquis ha con William Hunting Sanders, il capo di una compagnia IT. Il suo modo di fare lo sbruffone, misogino e tipico di chi crede di essere imbattibile corrisponde perfettamente a ciò che la dea dovrebbe rifuggire. In una scena già ampiamente apprezzata nelle scorse stagioni – ovvero quella del sacrificio dell’amante – non tutto però sembra andare bene. Perché questa volta il rito non sembra essere riuscito? Cosa è cambiato nella dea? Non ci resta che aspettare e vedere.

In questa puntata, più lenta della precedente, American Gods non rinuncia alla giusta dose di presagi, allusioni e richiami sibillini: la curiosità su ciò che succederà verra pian piano dissetata nelle prossime puntante, ma nel frattempo possiamo goderci una delle chicche più importanti della serie ovvero la sua colonna sonora. E sulle note di Little Margaret di Rhiannon Giddens si conclude non solo il secondo episodio di questa terza stagione, ma anche la nostra recensione per voi.

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Written by Emanuela Pileggi

Studio per poter capire i libri che leggo, le serie TV che guardo, il mondo in cui vivo. Seria ad intermittenza, curiosa di natura, sogno un giorno di diventare grande.

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