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Dalle leggende del web al cinema: la Recensione di Backrooms, uno dei film più originali dell’ultimo periodo

Backrooms

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Backrooms.

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Backrooms è uno di quei film che riescono nell’impresa sempre più rara di offrire qualcosa di realmente diverso all’interno del panorama horror contemporaneo. Diretto da Kane Parsons, già noto per aver trasformato una semplice leggenda di Internet in un fenomeno globale, il film porta sul grande schermo uno degli immaginari più inquietanti nati sul web negli ultimi anni. Il risultato è un’esperienza che non punta sulla paura immediata, ma sulla costruzione di un disagio costante che cresce scena dopo scena.

Fin dai primi minuti si comprende che Backrooms non vuole seguire le regole tradizionali del genere. Qui non ci sono case infestate, serial killer o demoni pronti a balzare fuori dall’oscurità (o almeno non nel modo più classico che possiate immaginare). Il vero nemico è lo spazio stesso. Se il cinema horror ci ha abituati a temere luoghi stretti e soffocanti, il film compie un’operazione opposta: addio claustrofobia, sono gli spazi immensi ad inquietare. Corridoi apparentemente infiniti, stanze vuote illuminate da neon tremolanti e ambienti che sembrano replicarsi all’infinito diventano il terreno perfetto per generare ansia e senso di smarrimento.


La forza dell’opera risiede proprio nella sua capacità di trasformare luoghi ordinari in qualcosa di profondamente disturbante. Lo spettatore viene trascinato all’interno di un trip incredibile che sfuma continuamente il confine tra realtà e incubo. La tensione costante accompagna ogni sequenza e rende impossibile rilassarsi anche nei momenti più silenziosi. Più che un semplice horror, Backrooms è un’esperienza sensoriale che gioca con le paure più profonde dell’essere umano: la perdita dell’orientamento, la solitudine e l’idea di poter scomparire in un luogo da cui forse non esiste alcuna via d’uscita.

Backrooms: la trama e le origini del fenomeno che ha conquistato Internet

Backrooms
Credits: North Road Films

La storia segue Clark, un uomo intrappolato in una vita che sembra aver perso qualsiasi direzione. Quando scopre un misterioso passaggio nascosto nel seminterrato del suo negozio, si ritrova davanti a qualcosa che sfida ogni logica: un labirinto infinito fatto di uffici deserti, corridoi tutti uguali e stanze che sembrano esistere fuori dalle normali leggi della realtà. All’inizio è semplice curiosità, poi diventa ossessione. E la domanda sorge spontanea: cosa faresti tu se trovassi una porta verso un luogo impossibile? La richiuderesti immediatamente o non riusciresti a resistere alla tentazione di guardare cosa c’è oltre?

Per capire davvero Backrooms, però, bisogna fare un passo indietro. Il film nasce da una delle leggende più affascinanti mai emerse su Internet. Tutto iniziò con una fotografia apparentemente innocua: una stanza vuota, pareti giallastre, moquette consumata e luci al neon. Niente di particolarmente spaventoso, eppure quell’immagine trasmetteva un disagio difficile da spiegare. Da lì nacque l’idea delle Backrooms: una dimensione nascosta in cui chiunque potrebbe finire per errore, ritrovandosi perso in spazi infiniti e silenziosi.


Nel corso degli anni quella semplice intuizione si è trasformata in un vero universo narrativo fatto di teorie, creature e livelli sempre più complessi. Kane Parsons prende tutto questo immaginario e lo porta al cinema senza limitarsi a copiarlo. Al contrario, utilizza il mito delle Backrooms come punto di partenza per raccontare qualcosa di più personale e inquietante. Il risultato è un film che riesce a parlare sia ai fan storici della creepypasta sia a chi non aveva mai sentito nominare questo fenomeno prima d’ora.

Un viaggio nell’ignoto tra tensione costante e ansia crescente

La prima parte di Backrooms è probabilmente la più potente dell’intero film. Kane Parsons dimostra di sapere esattamente come tenere lo spettatore sulle spine senza avere fretta di mostrare tutto subito. In un’epoca in cui molti horror sembrano correre verso il prossimo spavento, qui la paura viene costruita lentamente, quasi centimetro dopo centimetro. Quando Clark entra nelle Backrooms, anche noi entriamo con lui. E da quel momento in poi diventa impossibile sentirsi davvero al sicuro. Ogni corridoio assomiglia al precedente, ogni stanza sembra identica a quella appena lasciata. Eppure c’è sempre qualcosa che non torna. Un dettaglio fuori posto, una luce diversa, una sensazione indefinibile che continua a dirti che qualcosa sta per accadere.


La cosa più interessante è che il film ribalta una delle paure più classiche del cinema horror. Qui non c’è claustrofobia. Anzi, sono gli spazi immensi ad inquietare. Non esistono muri che si stringono attorno ai personaggi; esistono invece distanze che sembrano non finire mai. La tensione costante nasce proprio da questa sensazione di smarrimento. Parsons mostra poco e suggerisce molto, lasciando che sia la nostra immaginazione a fare il resto. Più Clark si addentra nel labirinto, più il film assume i contorni di un trip incredibile dove la logica inizia lentamente a sgretolarsi. Ed è proprio in quel momento che Backrooms diventa qualcosa di più di un semplice horror: un’esperienza capace di mettere a disagio anche quando sullo schermo non sta accadendo apparentemente nulla. (15 attori delle Serie Tv che hanno recitato nei videogiochi)

Fotografia, personaggi e colonna sonora: quando l’atmosfera diventa il vero mostro

Uno dei maggiori punti di forza di Backrooms è che il vero protagonista non è una creatura, né un serial killer, né una presenza soprannaturale. È il luogo stesso. Le Backrooms diventano una presenza costante che sembra osservare e manipolare chiunque vi entri. La fotografia svolge un ruolo fondamentale in questo meccanismo. Le pareti giallastre, le luci artificiali e quegli spazi apparentemente infiniti creano immagini che restano impresse nella mente molto più di tante scene horror tradizionali. Ogni ambiente appare vuoto, ma non dà mai la sensazione di essere davvero deserto. Hai presente quella strana sensazione di entrare in un luogo e percepire che qualcosa non va, pur non sapendo spiegare il motivo? Backrooms costruisce gran parte del suo fascino proprio su quell’emozione.

Clark rappresenta il cuore emotivo della storia. Il suo viaggio attraverso il labirinto è anche un viaggio dentro sé stesso, nelle sue paure e nelle sue fragilità. Più avanza, più sembra allontanarsi dalla realtà. E lo spettatore finisce per chiedersi se stia davvero cercando una via d’uscita o se, in qualche modo, sia diventato parte di quel mondo. Anche i personaggi secondari contribuiscono ad alimentare questo senso di perdita. Nessuno sembra uscire indenne dal contatto con le Backrooms. Tutti appaiono gradualmente consumati da quel luogo, come se il labirinto non si limitasse a intrappolare i corpi ma assorbisse lentamente anche l’identità.


A rendere tutto ancora più inquietante ci pensa la colonna sonora. O forse sarebbe meglio dire l’assenza di una vera colonna sonora. Rumori lontani, silenzi improvvisi e il costante ronzio dei neon diventano una presenza quasi opprimente. Piccoli dettagli che alimentano l’ansia e contribuiscono a creare un’atmosfera che difficilmente si dimentica dopo i titoli di coda. (God of War -Amazon sta considerando un adattamento dei videogiochi?)

Il finale spiegato: cosa significa davvero uscire dalle Backrooms?

Backrooms
Credits: North Road Films

Come ogni horror che si rispetti, anche Backrooms sceglie di non offrire risposte semplici. Il finale lascia spazio a più interpretazioni e probabilmente è proprio questo uno dei motivi per cui continua a far pensare anche dopo la visione. In superficie sembra tutto abbastanza chiaro. Dopo un viaggio sempre più surreale e pericoloso, Mary riesce finalmente a trovare una via di fuga. Ma siamo davvero sicuri che sia andata così? Oppure il film ci sta suggerendo qualcosa di molto più inquietante? Gli ultimi minuti disseminano diversi indizi che mettono in dubbio l’idea di un vero ritorno alla normalità. Le Backrooms sembrano avere un effetto profondo su chiunque vi entri. Non si limitano a cambiare il modo in cui i personaggi vedono il mondo: sembrano trasformarli dall’interno. (Qui trovi un’altra serie sui videogiochi)

Si potrebbe pensare che Mary sia riuscita a uscire fisicamente dal labirinto, ma non mentalmente. In altre parole, il suo corpo è tornato nel mondo reale, mentre una parte di lei è rimasta intrappolata in quei corridoi senza fine. Esiste poi una lettura ancora più simbolica. Le Backrooms potrebbero rappresentare il trauma, la depressione o quel senso di solitudine che a volte ci fa sentire persi anche in mezzo agli altri. In questo caso il labirinto non sarebbe un luogo reale, ma una manifestazione concreta delle paure interiori dei personaggi. Ed è proprio qui che il film colpisce nel segno.


Non prova a spiegare tutto e non chiude ogni porta aperta. Al contrario, lascia lo spettatore con il dubbio che forse nessuno esca davvero dalle Backrooms. Perché anche quando sembra di aver trovato la strada verso casa, alcune stanze continuano a esistere dentro di noi. E, a giudicare dall’effetto che lascia il film, è difficile non portarsene dietro almeno una.