Vai al contenuto
Home » Pluribus

Non è mai troppo tardi per vincere un Emmy: Kim Wexler non avrà mai giustizia, ma Rhea Seehorn (finalmente) sì

Rhea Seehorn

Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.

Scopri come →

Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?

Trova quella giusta per te →

Non sai che serie iniziare?

Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →

Quanto è bello l’Emmy che ha appena vinto Rhea Seehorn. E quanto è bello il momento in cui le è stato consegnato il premio: una splendida forza caotica ha fatto irruzione sul palco, mostrando la profonda commozione di una splendida attrice che è stata finalmente riconosciuta dall’Academy per quanto vale davvero. Una numero uno, assoluta. Migliore attrice protagonista di un drama, superando interpreti del calibro di Keri Russell, Carrie Coon, Chase Infiniti e l’accreditatissima Zendaya.

Stavolta no, però: non c’è stato niente da fare per le altre.

PUBBLICITÀ

Dopo anni di delusioni a un passo dalla linea del traguardo, Rhea Seehorn ha vinto finalmente il suo primo Emmy.

Merito dell’eccezionale interpretazione di Carol Sturka nella prima stagione di Pluribus, e di conseguenza della scrittura sopraffina di un genio come Vince Gilligan.

Certo, è anche merito suo se ha finalmente vinto l’Emmy, e ovviamente lei l’ha ringraziato sul palco. Ma poi c’è tutto il resto. C’è una carriera in cui l’unione artistica con Gilligan l’aveva già portata nell’empireo del piccolo schermo con l’indimenticabile Kim Wexler di Better Call Saul, ma l’Academy non si era mai convinta a premiarla: candidata per due volte come miglior attrice non protagonista di un drama, era sempre uscita a mani vuote. E con lei una delle serie più indegnamente snobbate di sempre: ricordiamo tutti le 53 candidature ottenute dal prequel di Breaking Bad agli Emmy, e ricordiamo ancora meglio il fatto che nessuna di esse fosse culminata in una vittoria.

Certo, c’è Carol. C’è Gilligan. Pluribus, capace di trionfare agli Emmy in una serata pressoché perfetta per la serialità d’autore, ancora pronta a ricordarci che l’era della prestige tv è in fondo finita solo fino a un certo punto. C’è però, soprattutto, Rhea Seehorn, una a cui non è stato sufficiente il ruolo della vita per arrivare all’agognato Emmy: ne sono serviti due. E cinquantaquattro anni di vita, nel corso dei quali ha mostrato il suo vero talento coi propri tempi, senza seguire necessariamente quelli del successo.

PUBBLICITÀ

Perché no, non è mai troppo tardi.

better call saul
Credits: AMC

La carriera di Rhea Seehorn, d’altronde, non è stata esattamente quella di un’enfant prodige. L’avevamo ricostruita in un articolo del 2022, dove c’eravamo domandati “dove si fosse nascosta fino a quel momento”: stupisce un po’ l’idea, infatti, che un’attrice con tanto talento sia venuta fuori davvero solo grazie a Better Call Saul, quando aveva già superato i quarant’anni di età. È un percorso tutt’altro che scontato, in un mondo in cui il successo viene spesso raccontato come una corsa contro il tempo. E in cui si rischia di dimenticare che una carriera può trovare la propria dimensione anche quando sembra aver già imboccato una strada ben precisa.

Riportiamo un piccolo estratto: “Quando nel 2016 la critica assegna a Rhea Seehorn il suo primo Satellite Award come miglior attrice non protagonista per il ruolo di Kim Wexler in Better Call Saul il mondo non sa ancora molto di lei. La domanda che circola con più frequenza sui vari siti internet specializzati in serie televisive è davvero tra le più banali che si potrebbero fare: chi è Rhea Seehorn? Fino al ruolo di collega/amante/moglie di Jimmy McGill a.k.a Saul Goodman, in effetti, la carriera di Rhea non è da considerarsi tra le più eclatanti. Eppure, il curriculum dell’attrice americana è piuttosto corposo. La stessa Rhea ha spesso lasciato intendere quanto fosse stupita dai tanti elogi ricevuti per l’interpretazione di Kim dicendo, con convinzione, di non essere molto diversa dall’attrice che prima aveva interpretato altri ruoli”.

Dall’importante esperienza teatrale, dove ha maturato un bagaglio versatile che la rende convincente sia nelle interpretazioni drammatiche che in quelle più leggere, passando per piccoli ruoli al cinema e soprattutto in tv, il suo talento cresceva ma non emergeva mai davvero.

Era sempre in secondo piano, sullo sfondo.

Per fortuna, però, l’incontro con Vince Gilligan e Peter Gould l’ha portata a Better Call Saul, dove era destinata inizialmente a un ruolo meno centrale rispetto a quella che poi è stata Kim Wexler nella serie: una co-protagonista, in sostanza.

Il nostro Gianpaolo Torchio, autore del pezzo sopracitato, sottolinea il peso della sua interpretazione nel percorso di crescita di Kim in Better Call Saul: “Nel corso di queste sei stagioni Rhea ha lavorato molto sul suo personaggio. A suo dire Kim è un personaggio difficile da interpretare perché ‘poco chiacchierone, poco propenso a rilassarsi e stare con gli amici per una birra e una partita a freccette’. Ma la sua voglia di analizzare il testo della sceneggiatura nei minimi dettagli l’ha portata a creare uno dei più bei personaggi femminili della televisione degli ultimi vent’anni“.

Rhea Seehorn ha saputo dare profondità anche ai suoi silenzi, rendendo eloquenti gli sguardi e le più piccole esitazioni. Un’interpretazione costruita spesso per sottrazione, capace di raccontare le contraddizioni del personaggio anche quando le parole sembravano non bastare mai.

Esageriamo? Macché: Rhea Seehorn merita questo e altro. E avrebbe meritato ampiamente un Emmy: candidata nel 2022 e nel 2023 come miglior attrice non protagonista di una serie drama – e ci aggiungiamo una nomination, sempre nel 2022, per la webserie Cooper’s Bar – non è mai riuscita a vincere. Un vero peccato, al di là del valore delle avversarie. E suona persino assurda l’idea che un’interpretazione del genere non fosse stata celebrata in questo modo.

Ma il tempo è galantuomo: premia talvolta gli audaci. Audacia che non manca a Rhea Seehorn: dopo il successo di Better Call Saul, ha affrontato con Vince Gilligan una sfida ancora più complessa.

Rhea Seehorn, la protagonista di Pluribus, una delle migliori nuove serie tv del 2025
Credits: Apple TV

Sapete cosa pensiamo di Pluribus: abbiamo approfondito in vari articoli il valore della serie, sia su un piano strettamente qualitativo che per ciò che rappresenta nel panorama televisivo attuale. Pluribus rimette in discussione ogni certezza all’interno di un’idea di narrazione che richiede grande fiducia al pubblico e sfugge alle logiche algoritmiche di immediatezza che caratterizzano fortemente questo tempo.

Rhea Seehorn, dal canto suo, è stata eccezionale: Carol Sturka la chiama a un’interpretazione difficilissima, talvolta con dinamiche da stand-alone o quasi. E lei, complice la fiducia di Gilligan e un ruolo che le è stato ritagliato su misura per esaltarne il talento, le ha dato un’anima forte fin dal primo momento.

Mentre Kim Wexler richiedeva un lavoro di sottrazione, fatto di emozioni trattenute e sfumature appena percettibili, Carol Sturka ha permesso a Seehorn di esplorare registri differenti: passa dalla rabbia alla vulnerabilità e dalla disperazione all’ironia con grande naturalezza, come se Carol fosse parte di lei da chissà quanto. Due personaggi lontanissimi, attraverso i quali l’attrice ha potuto mostrare sfaccettature diverse del proprio talento in un terreno ben distante dalla comfort zone in cui tanti si cullano dopo aver interpretato il ruolo della vita.

Lei, però, è fatta di un’altra pasta. Un po’ come Gilligan, che ha scelto di mettersi nuovamente alla prova con un universo narrativo lontanissimo da quello di Breaking Bad e Better Call Saul, Rhea Seehorn ha continuato a trovare nuove forme espressive senza mai esaurirsi in un solo personaggio.

PUBBLICITÀ

Siamo così arrivati insieme a lei su quel palco. E con lei abbiamo gioito, consapevoli di aver visto coronare una carriera con un riconoscimento sacrosanto.

Kim Wexler è ormai parte del passato, ma Carol è parte del nostro presente e del nostro futuro. Dopo aver partecipato alla sua profonda emozione, rendendola protagonista di un commovente discorso di ringraziamento molto spontaneo e deliziosamente disordinato, non vediamo l’ora di riabbracciarla nella seconda stagione di Pluribus. E perché no, ritrovarla tra qualche tempo con un altro Emmy.

Dopo aver fatto quello che ha fatto nel suo lungo e tortuoso percorso verso il successo, uno non sembra ancora sufficiente.

Antonio Casu