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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Avete presente Stranger Things, una delle ultime serie evento di questa era televisiva? Avete presente, no? Una delle serie più chiacchierate degli ultimi anni, nonché una delle poche dall’eco mediatica davvero trasversale. Nessuno ha potuto ignorare Stranger Things, nel bene e nel male: ha coinvolto milioni di persone, anche chi non l’ha mai vista. E il suo finale, anche in conseguenza di ciò, è stato molto controverso. Niente di nuovo, per chi ci segue: abbiamo parlato negli anni di cosa significhi davvero essere un “evento televisivo” nel nostro tempo, nonché di cosa abbia funzionato o meno nell’ultima stagione di Stranger Things e, in particolare, nel suo atto conclusivo. Ma questo è un pezzo sugli Emmy 2026, e cosa c’entra in tutto questo?
Il fatto che non c’entri niente.
Pur essendo stata una delle serie più visibili e popolari degli ultimi anni, Stranger Things è stata ignorata totalmente agli Emmy 2026.
Chi vi scrive, pur non essendo mai stato il primo dei fan di Stranger Things, ha trovato francamente eccessive sia le critiche del pubblico che il trattamento ricevuto dalla critica, ma tant’è: gli Emmy 2026 hanno messo gli occhi su altre serie. Ed è interessante notarlo: qualcuno lo vedrà positivamente, qualcun altro no. Oppure si può solo annotare l’elemento come dato di fatto. Sottolineando, invece, come a Stranger Things, capace di intercettare perfettamente le esigenze di immediatezza di un pubblico sempre più distratto e sempre meno paziente, siano stati preferiti alcuni prodotti che sembrano appartenere a un’altra generazione televisiva. Proiettata al passato, ma anche a un futuro in cui si spera di non dover rinunciare a un’idea di autorialità più ambiziosa e votata alla complessità.
Prodotti da prestige tv, per farla facile. O se preferite, da golden age.
Quello stesso impulso sembra aver guidato Vince Gilligan nel suo ritorno in tv dopo gli straordinari successi di Breaking Bad e di Better Call Saul. Come abbiamo evidenziato ampiamente in un articolo pubblicato poche ore fa, i sei Emmy vinti da Pluribus raccontano una bellissima storia. Una storia che rimette al centro del racconto televisivo una serialità stratificata e coraggiosa, anche a costo di non convincere tutti. Gilligan ha messo in piedi una serie rilevante anche sul lungo periodo, capace di essere ricordata ben oltre il tempo di visione.
E non è l’unico caso del genere a questi Emmy. Tra le tante sottolineature che avremmo potuto fare, allora, evidenziamo meglio i trionfi di Widow’s Bay, DTF St. Louis e The Pitt.
Pur senza sminuire in alcun modo Stranger Things, serie che ha meriti enormi mai troppo sottolineati dalla critica più integralista, fa piacere notare come una certa idea di autorialità venga valorizzata e trasmessa attraverso serate del genere. È successo anche agli Emmy 2026 e stavolta, per fortuna, i passaggi a vuoto non sono stati tanti.
Apple TV ed HBO non hanno mai smesso di crederci, e non sono le uniche

Uno dei dati più interessanti che arrivano dagli Emmy 2026 riguarda la distribuzione dei premi tra le piattaforme: Apple TV ha vinto 28 Emmy, conquistando il primato dell’edizione, mentre HBO ne ha vinti 21. Netflix e Prime Video ne hanno ottenuti rispettivamente 16 e 10. Meno bene Disney+ e FX/Hulu, fermi rispettivamente a 6 e 3. Sorprende non poco il calo di FX, piattaforma che crede fortemente in una certa visione della serialità e che era stata grande protagonista delle ultime edizioni, come avevamo sottolineato in un articolo del 2025.
Stupiscono meno, invece, gli ottimi numeri di Apple TV e HBO.
Abbiamo parlato sia dell’una che dell’altra nel tempo, concentrando spesso l’attenzione sul “sogno fuori dal tempo” della prima e sul processo di rinnovamento della seconda, sempre più efficace nel combinare i grandi numeri con serie tv che raccolgono l’anima identitaria degli anni migliori della tv via cavo.
The Pitt è un caso da manuale: sa essere immediata e capace di coinvolgere con grande efficacia un pubblico trasversale, quello più impegnato e quello più generalista allo stesso tempo, trovando una voce riconoscibile attraverso un processo di rinnovamento del medical che apprende le lezioni del passato e le trasmette alle nuove generazioni. Una “serie fatta come si faceva una volta”, per dirla con le parole di un titolo in cui avevamo illustrato le sue peculiarità in tal senso, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: The Pitt si è confermata per la seconda volta di fila come “miglior serie drama”, mentre Noah Wyle è stato premiato di nuovo come “miglior attore protagonista di una serie drama”. Se l’è dovuta vedere con serie d’alto profilo, ma è difficile sostenere che non siano riconoscimenti meritati.
HBO ha inoltre stupito tutti con una miniserie che meriterebbe maggiore attenzione in Italia: DTF St. Louis.
Una serie “strana”, nel miglior senso del termine. Che emerge alla lunga alle proprie condizioni, dando l’idea solo alla fine di cosa volesse essere davvero. Una scommessa audace che ha messo al centro della sua narrazione temi importanti con toni molto particolari, sempre al confine tra il dramma e la dark comedy, rivisitando la crisi generazionale di tre cinquantenni dalle caratteristiche uniche e parimenti universali. Difficile restituirne il valore in poche parole: è un’esperienza televisiva da vivere con una soggettività totalizzante. E che ha meritato a pieno titolo i quattro riconoscimenti agli Emmy 2026.
Apple TV, invece, ha calato un asso imprevisto: Widow’s Bay è la classica serie che pochi avevano visto arrivare, e rappresenta un’idea d’autorialità innovativa. Affonda le basi in una comicità grottesca preliminare che disvela nel corso delle puntate un percorso più convintamente horror, ideale sia per gli amanti del genere che per chi non ha grande affinità con esso.
Complice anche la straordinaria interpretazione di un cast ispirato guidato, in particolare, da un Matthew Rhys da record – è il primo vincitore di sempre di due Emmy da protagonista nella stessa edizione, ovviamente con due serie diverse – Widow’s Bay è una delle novità più importanti di questa annata televisiva.
Risultato? Quattordici Emmy vinti, un’enormità. Rivedibile l’opportunità di inserirla nel genere comedy, ma francamente è molto più discutibile l’idea di avere da anni The Bear in quelle categorie.
Tre serie diversissime, quindi. Ed è giusto sottolinearlo: il rinnovamento della prestige tv può passare attraverso i percorsi più disparati.
Attraverso questi riconoscimenti, gli Emmy 2026 hanno dato grande spazio a un’idea di autorialità innovativa e audace che scommette ancora sull’attenzione di un pubblico concentrato, senza fermarsi all’intrattenimento più essenziale. È sempre un bene celebrare il talento, il coraggio e la creatività nel tempo degli algoritmi e di un mercato che rincorre il pubblico con soluzioni ottimizzate e “scientificamente” testate, senza rischiare davvero di saltare nel vuoto. È comprensibile, giusto e persino necessario, per molti versi. E allo stesso tempo non vedremo mai niente di male nelle serie tv che arrivano al successo attraverso formule più collaudate, franchise di successo e interpretazioni del genere più rassicuranti.
C’è spazio per tutti, e ci auguriamo che possa essere così anche in futuro.
Scommettere su un’autorialità più complessa, d’altronde, non significa mettere in secondo piano tutto il resto: il problema, però, è che rischia spesso di accadere il contrario.

Il punto non è mai definire se una linea valga più di un’altra: Stranger Things ha dimostrato quanto possa essere importante una serie capace di parlare contemporaneamente a pubblici diversissimi, trasformandosi in un fenomeno culturale che va ben oltre la qualità delle singole stagioni. E lo stesso vale per tante produzioni più immediate, costruite attraverso chiavi più prevedibili che continuano ad avere tutto il senso del mondo.
La televisione ha bisogno anche di questo, oggi come ieri.
Il problema nasce quando una soluzione finisce per limitare tutte le altre. Ovvero: diventa un problema nel momento in cui la necessità di conquistare immediatamente l’attenzione dello spettatore rende sempre più difficile concedere tempo, fiducia e grandi investimenti a chi vorrebbe raccontare qualcosa di alternativo. È questo lo spazio che vale la pena difendere oggi come non mai, dopo aver vissuto un’epoca d’oro in cui abbiamo assistito a un capolavoro dopo l’altro. Non per tornare indietro, ammesso che sia possibile farlo, ma per evitare che alcune delle lezioni migliori di quella stagione televisiva vadano perdute.
Questa, alla fine dei conti, è una delle lezioni più interessanti degli Emmy 2026: riconoscere il valore di chi continua a perseguire una certa idea di serialità ha un significato importante.
Ce l’ha per la critica, e ce l’ha soprattutto per una parte del pubblico. Soprattutto quando vengono celebrate alcune delle serie più importanti dell’anno.
Gli Emmy 2026 vanno così in archivio con poche note stonate, tanti bei momenti e valutazioni più condivisibili del solito: dopo aver visto Better Call Saul rimanere a mani vuote con decine di candidature, accogliamo con gioia il trionfo di Pluribus e di Rhea Seehorn.
C’è solo un aspetto che lascia perplessi: abbiamo menzionato tante serie tv che hanno avuto i riconoscimenti del caso, ma non è stato altrettanto per diverse serie tv che avrebbero meritato qualcosa in più. Come Slow Horses, per esempio: ha vinto un solo Emmy, ed è troppo poco per quello che è questa serie da anni. Per non parlare di A Knight of the Seven Kingdoms, Paradise, The Diplomat, Beef, Half Man o Task.
Quest’ultima, in particolare, può consolarsi con l’Emmy a Tom Pelphrey come miglior attore in una serie drama, ma avrebbe meritato maggiore considerazione.
Potremmo fare tanti altri esempi, ma la verità è semplice: non possono vincere tutti.
C’è però un caso specifico che merita un appunto ulteriore: nella categoria dedicata al miglior attore non protagonista di una serie comedy, è stato premiato il pur ottimo – ripetiamo, ottimo – Stephen Root per l’onnipresente Widow’s Bay, e ci sta. Se però si pensa che avrebbero potuto premiare, in alternativa, uno tra Harrison Ford (Shrinking), Nick Offerman (Margo ha problemi di soldi) oppure Colman Domingo (The Four Seasons), le perplessità aumentano.

L’auspicio, allora, è che l’anno prossimo si preferisca dare un Emmy in meno a una serie fantastica come Widow’s Bay e si possa così premiare qualcun altro, ma sono dettagli: dopo aver visto snobbare Better Call Saul per anni, questo è niente.
Sono dettagli, appunto. E lo sono perché le sensazioni positive sono molto più rilevanti, per una volta: in un momento storico in cui la televisione deve fare i conti con le esigenze che abbiamo esposto anche in questo articolo, agli Emmy c’è stato grande spazio per la complessità e per il rischio. E questo è un successo per tutti, anche per chi non è interessato a certe serie.
Non sarà una serata del genere a portarci in una nuova era, ma fa piacere pensare che la televisione sappia ancora essere questo.
Antonio Casu







