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Quanto è bello il trionfo di Pluribus agli Emmy 2026: Gilligan ha vinto una scommessa che poteva vincere solo lui

Pluribus trionfa agli Emmy 2026

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Qualcuno potrebbe andare contro questo titolo, e obiettare legittimamente che quello di Pluribus non sia stato un vero e proprio trionfo. Non quanto quello di Widow’s Bay, almeno: l’horror comedy con protagonista Matthew Rhys ha vinto addirittura quattordici Emmy con una prima stagione che era uscita a riflettori spenti, prima di diventare uno dei casi televisivi dell’anno. E vogliamo parlare di The Pitt? Seppure non abbia confermato la mole di vittorie della prima stagione, agli Emmy 2026 ha replicato il successo in due delle categorie principali: è ancora la miglior serie drama ed è ancora guidata dal migliore attore protagonista in una serie drama, Noah Wyle.

Sì, certo, lo sappiamo. E proprio per questo celebreremo questi trionfi in un articolo dedicato che potrete leggere nelle prossime ore. Un articolo in cui parleremo per esempio anche di DTF St. Louis, altra serie che ha avuto diversi sacrosanti riconoscimenti in una serata pressoché perfetta.

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Ma allora perché Pluribus, ora? Perché dedicare una prima copertina a una serie che ha vinto sì sei Emmy, ma quattro di essi arrivano da categorie “tecniche”?

Non sono pochi, sia chiaro. E sarebbe un errore sminuire tutto ciò, come rischia di fare chiunque voglia equiparare il trionfo di una serie con quello di un’altra: non è quello che farà questo articolo.

E allora lo facciamo per un motivo, su tutti: quella di Pluribus è una gran bella storia, e merita la massima attenzione. La merita perché questi successi arrivano in due categorie che raccontano qualcosa di importante sulla natura stessa di questa eccezionale operazione televisiva. E soprattutto perché Pluribus, al pari di diverse altre serie trionfatrici agli ultimi Emmy, ha percorso una strada molto tortuosa. Non quella degli algoritmi, bensì del prestigio autoriale che trova la casa ideale in Apple TV, protagonista assoluta dell’edizione insieme a HBO.

L’ha fatto, nello specifico, con una firma che ha avuto un gran coraggio, rimettendo in discussione ogni certezza acquisita e facendo valere fino in fondo il credito conquistato negli anni: Vince Gilligan.

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Pluribus
Credits: Apple TV

Chi vi scrive ci aveva creduto dall’inizio, e l’aveva scritto in un articolo pubblicato pochi giorni prima della distribuzione della prima puntata di Pluribus. Aveva riposto la massima fiducia nell’autore, e in fondo è questa la chiave che ha reso possibile l’avvento di una serie del genere. Ci siamo fatti prendere per mano da Gilligan lungo un sentiero pieno di incognite: abbiamo creduto nelle idee di uno sceneggiatore visionario, a prescindere da quanto potessero essere criptiche e impegnative le premesse della sua nuova opera.

Già, impegnative. Perché Pluribus non è una serie facile da seguire. Ed è piuttosto evidente che vada oltre ogni logica algoritmica e l’imperante immediatezza che caratterizza buona parte delle proposte televisive attuali.

È un sottotesto che trova nei temi stessi della serie una perfetta sovrapposizione metanarrativa: immaginando un mondo nel quale ogni singolo essere umano parla con una sola voce, Gilligan ha rimesso al centro chi è fuori dal coro. Riscopre così l’individuo in quanto tale tra luci e storture, e ben venga chi ce lo ricorda in un tempo come questo. Un individuo messo alla prova da un sistema soffocante che di artificiale ha ben troppo, seppure abbia una natura aliena ancora tutta da scoprire.

Pluribus ci confonde, ci mette di fronte a noi stessi. Ci porta a domande importanti dalle risposte spesso impossibili. Sfrutta la fantascienza per proporre una visione alternativa, a suo modo unica. In cui è possibile riconoscersi o meno, persino capovolgendo certezze che davamo per scontate.

Stiamo con la protagonista a tutti i costi? Macché. Con gli alieni che soffocano le variabili umane in nome di un’ottimizzazione esasperante? Forse no, ma quanto è bello chiederselo. Fa paura farlo: poi, però, se ne esce arricchiti.

Il bello di Pluribus è che la sua esperienza non si conclude mai coi titoli di coda: sa essere rilevante anche dopo, a mesi di distanza. Ed è un piacere parlarne anche con chi non l’ha mai vista. Ci sono temi universali che meritano un confronto. E ci riportano alla televisione del prestigio, quella della golden age. Una televisione che parla una lingua tutta sua, dando spazio a sceneggiatori eccezionali e ad attori che possono dare il meglio di sé con le prove più impegnative.

Quanti autori possono permettersi oggi di fare quello che ha fatto Gilligan? Ovvero: fare quello che vogliono dall’inizio alla fine, e con un grande budget a disposizione?

Pochi, pochissimi. Nessuno, o quasi. Ma Gilligan è Gilligan: è la mente che ci ha regalato Breaking Bad, una delle migliori serie tv di tutti i tempi. E che ha dato vita, insieme a Peter Gould, a uno spin-off che è riuscita nell’impresa incredibile di eguagliare gli standard della serie madre: Better Call Saul.

Gilligan è Gilligan e, grazie all’audacia di Apple TV, si è potuto concedere il lusso di non cavalcare ancora l’onda lunga di questi straordinari successi come avrebbe fatto gran parte dei colleghi. O meglio, non direttamente: non con un prequel o con chissà quale progetto collegato a Breaking Bad, ma con una serie totalmente diversa, capitalizzando la forza del suo nome per offrire una nuova prospettiva autoriale rischiosa. Grazie a ciò, tuttavia, ha trovato l’interesse immediato dei fan, superando ogni potenziale ostacolo. Lo fa nonostante Pluribus sia controintuitiva, potenzialmente respingente per il grande pubblico. Suggestiva, senza alcun dubbio. Gravata però dall’onere di richiedere allo spettatore di abbracciare la complessità sul lungo periodo.

Il pubblico si è fidato di lui, e ha avuto ragione: il riconoscimento ottenuto da Gilligan agli Emmy è la sublimazione di tutto ciò.

Carol in Pluribus
Credits: Sony Pictures Television

Vince nella categoria dedicata alla migliore sceneggiatura per una serie drama, ed è difficile trovare un premio più adeguato: Pluribus celebra il talento di un autore che ha avuto lo spazio e il modo per esprimersi sul serio, senza troppi filtri commerciali. E sarebbe bello pensare che una storia come questa possa aprire spazi anche ad altri autori, persino esordienti. L’esperienza di Gilligan, però, ci ricorda quanto sia difficile: lui ha potuto far valere un credito accumulato in quasi vent’anni di successi. È un peccato: chissà quante serie tv e film eccezionali ci stiamo perdendo in un periodo storico in cui esprimere una tale unicità sulle principali piazze virtuali è diventato tanto difficile.

E l’altro Emmy, al di là delle categorie tecniche? L’ha vinto Rhea Seehorn come migliore attrice protagonista di una serie drama.

Quanto è bella, quest’altra storia. E come si ricollega bene a tutto quello che abbiamo detto su Gilligan: è un’attrice pazzesca che ha meritato quella statuetta più di chiunque altra. Vince un Emmy per la prima volta a 54 anni, anche se sarebbe stato giusto premiarla diversi anni fa. Grazie a Better Call Saul e al magnetismo con cui ha dato un’anima irripetibile a Kim Wexler: Rhea Seehorn era stata snobbata a lungo, così come è stato indegnamente snobbato il prequel di Breaking Bad.

È una cosa che non capiremo mai, ma ormai è storia. Una storia triste, in minima parte riscattata dalla notte appena trascorsa. Pensiamo quindi alla storia odierna che l’ha vista abbracciare finalmente quella statuetta. E celebrare così il talento di un’interprete che ha reso Pluribus quello che è stata. È, senza esagerare, un’attrice senza la quale Gilligan non avrebbe potuto dar vita a una serie che ha trionfato agli Emmy 2026.

Sì, trionfato. In una serata che ci ha ricordato quanto possano ancora essere belle le serie tv quando osano e rischiano di respingere una parte del pubblico. Quando scommettono fino in fondo sulla personalità di chi le crea, in pratica. Se si ha a che fare con talenti cristallini del genere, tutto diventa possibile. E l’all-in si trasforma in un investimento ragionevole su chi non si accontenta di riprodurre una formula vincente o assecondare la nostalgia.

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Ricordiamocelo, ogni volta che dimenticheremo una serie dieci minuti dopo averla vista.

Antonio Casu