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Lucifer è un crime ridicolo

Lucifer
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Attenzione: l’articolo può contenere spoiler su tutte le stagioni di Lucifer.

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Quando Lucifer ha fatto il suo esordio sul canale americano Fox il 25 gennaio 2016 forse nessuno si immaginava il successo che sarebbe esploso qualche anno dopo. Seguita all’inizio da una fetta di pubblico non eclatante, ma appassionata e battagliera, la serie è riuscita a guadagnare sempre più consensi fino al drammatico momento della cancellazione (provvisoria, come sappiamo a posteriori). A quel punto, Netflix è giunta in soccorso dei fan e non soltanto ha salvato Lucifer, ma l’ha lanciata nell’universo dei grandi successi della piattaforma: piaccia o non piaccia, la serie è una delle più seguite. Ecco allora che si sono moltiplicate le riflessioni sulle sfaccettature del personaggio principale interpretato da Tom Ellis, sulla tematica del romanticismo nella serie e su tutti quegli interrogativi legati al mondo biblico da cui attinge la trama. Allo stesso modo, però, il passaggio a Netflix ha accentuato una problematica già presente nelle prime stagioni – ma forse, ai tempi, ancora accettabile: la trama verticale.

La serie, infatti, nasce come crime e cerca di essere tale, ma il paradosso è che la parte procedurale è proprio il suo punto più debole: Lucifer è un crime ridicolo.

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Provate a pensare a qualche caso eclatante, particolarmente interessante che avete seguito in un qualsiasi episodio di Lucifer: vi viene in mente qualcosa? Sarà più facile che la vostra mente si affolli di battute fuori luogo del protagonista, degli attimi Deckestar, delle migliori figuracce di Dan o del morto che si alza improvvisamente a ballare durante l’episodio musical della quinta stagione. Perché tra i punti di forza della serie ci sono senz’altro l‘ironia, la sfacciataggine del diavolo e le dinamiche tra i personaggi. Ma se il format di Lucifer è quello del dramma procedurale, non c’è qualcosa che non funziona?

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I grossi scogli contro cui si abbatte il tentativo di sviluppare un crime efficace sono due: il primo è la debolezza intrinseca di ogni caso che i detective Decker ed Espinoza si trovano ad affrontare con le intromissioni del diavolo, il secondo è l’incompatibilità di questo format con la trama sempre più orizzontale delle ultime stagioni (in questo senso, il passaggio a Netflix ha segnato una sorta di spartiacque). Ma cerchiamo di analizzare nel dettaglio la questione.

La prima stagione di Lucifer è quella che più di tutte ha aderito alle regole di un dramma procedurale. La trama orizzontale era quasi inesistente e i personaggi dello show erano piuttosto stereotipati, salvo qualche momento di minima evoluzione, per tutta la stagione ci siamo trovati davanti a dei modelli fissi: Chloe era la detective algida senza alcuna intenzione di perdere tempo con Lucifer, Dan l’uomo divorziato che cerca di dare un senso alla propria vita, Maze il demone sfacciato che fa battute fuori luogo e Lucifer, naturalmente, il diavolo che cerca di integrarsi nel mondo terrestre dell’umanità. Questo filo molto flebile tra un episodio e l’altro ha consentito di dare ai casi da risolvere esattamente lo spazio che ci si aspetta da una serie tv di questo genere.

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Ma, anche con queste premesse, i casi della prima stagione di Lucifer funzionavano davvero?

La risposta è un secco no, perché come anticipato qualche riga sopra, la componente crime è debole già di per sé. I casi che si sviluppano nei vari episodi sono, innanzitutto, davvero simili tra loro. Sono scolastici e seguono uno schema molto rigido e ripetitivo: Chloe arriva sul posto del delitto, a volte con Dan a volte senza, e viene raggiunta subito da Lucifer che si intromette con frasi sconvenienti e senza alcun tatto nei confronti di vittima o parenti della vittima. I detective iniziano a raccogliere le informazioni e interrogano i sospettati. Il colpevole è quasi sempre la seconda persona con cui parlano, di cui inizialmente si fidano, per poi tornare a incastrarla non appena in possesso di elementi ulteriori.

L’unico elemento che distingue questi scialbi casi da quelli di altri show dello stesso genere è il modo in cui Lucifer riflette se stesso nella situazione, come se ogni caso fosse lo specchio di un lato del carattere del diavolo. Tramite questo escamotage, lo spettatore viene a conoscenza di alcune sfaccettature del personaggio e conosce i poteri del diavolo, come quello di poter estorcere a chiunque il proprio desiderio più profondo. Questo diversivo avrebbe potuto funzionare bene, forse, se limitato nel tempo: come biglietto da visita di Lucifer poteva anche essere efficace. Eppure, il medesimo schema si ripete nella stagione successiva e di nuovo andando avanti, diventando monotono.

Nella seconda e nella terza stagione, la situazione comincia a cambiare e questo va ancor più a scapito dell’efficacia della trama verticale. L’introduzione di personaggi come la madre di Lucifer, che abita il corpo di Charlotte, e Caino, dà la possibilità di dare uno sguardo più profondo nel mondo biblico e divino da cui proviene il personaggio principale e allo stesso tempo fornisce alla trama elementi che – per forza di cose – vanno sviluppati orizzontalmente. Allo stesso tempo, l’approfondimento psicologico dei personaggi smarca i protagonisti dallo stereotipo per farli diventare figure a tutto tondo, innescando dinamiche nuove e relazioni che sovrastano l’interesse per il crime.

Il destino del protagonista, la sua storia con Chloe, il ruolo di Maze e Amanediel catalizzano l’attenzione del pubblico che vuole sapere il più possibile su di loro.

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Ma la serie non cambia format e con lo sbarco su Netflix la situazione sembra raggiungere davvero un punto di non ritorno: quarta e quinta stagione avrebbero avuto tutte le caratteristiche necessarie a stare in piedi omettendo la parte procedurale. Certo, Chloe, Dan e Ella sono detective, quindi per credibilità qualche elemento del giallo sarebbe comunque dovuto restare, ma non sarebbe stato meglio dare meno rilevanza a una già di per sé irrilevante componente crime?

La trama è diventata ormai del tutto orizzontale: gli episodi sono collegati tra loro indissolubilmente, lasciando lo spettatore in balìa di plot twist e cliffhanger, suscitando domande sul vero ruolo di personaggi come Chloe o il figlio di Linda e Amanediel e coinvolgendo con il mondo interiore sempre più dettagliato di ogni figura. La curiosità del pubblico è indirizzata alla scoperta delle leggi celesti e alla sfida di Lucifer contro i suoi nemici. Di fatto, i casi che i personaggi continuano a dover risolvere tolgono spazio all’approfondimento di questi elementi.

Così, il format di Lucifer soffoca la serie stessa impedendole di svilupparsi come meriterebbe, intaccando così anche la qualità della produzione. Limitando (o eliminando) quello che di fatto è il punto debole dello show, si sarebbero potute sviluppare meglio diverse tematiche, oltre a trattare più in dettaglio le storyline di ogni personaggio: ad esempio, si pensi a Ella, molto amata dal pubblico, di cui però si sa poco e la cui inaspettata inclinazione verso l’oscurità emersa nell’ultima stagione avrebbe meritato uno sguardo più preciso.

La prova che dimostra come lo show funzioni perfettamente rompendo gli argini del suo format è data dall’ultimo episodio della quinta stagione.

Nel finale che anticipa l’ultima stagione di Lucifer non c’è alcun caso da risolvere. La trama dell’episodio ruota esclusivamente attorno alla battaglia conclusiva tra il protagonista e il gemello Michael. Tutto scivola via senza intoppi, senza interruzioni di ritmo. Ci si può godere ciò che veramente interessa: la vicenda personale di Lucifer, la sua guerra contro il nemico, il viaggio in Paradiso per salvare Chloe e l’incredibile momento clou degli ultimi secondi, con Lucifer che diventa Dio. Funziona tutto. Funziona perché finalmente la portata principale dello show viene servita nel modo che merita, mentre prima era relegata a contorno.

Questa riflessione, però, non fa che sollevare un ultimo interrogativo: cosa succederà nella sesta stagione? Si continuerà sull’onda del finale della quinta oppure la serie verrà di nuovo inglobata nel suo format di partenza?

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Scritto da Alice D'Arrigo

Mi piace far giocare le parole tra di loro finché non formano storie. Quando non scrivo libri, mi diverto a tuffarmi negli strabilianti mondi delle serie tv, lasciandomi conquistare da dialoghi e colonne sonore.

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