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House of the Dragon 3×03 – Il compromesso insostenibile della Corona

Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla terza puntata della terza stagione di House of the Dragon.

Altro che il trionfo, altro che l’onore della Corona. Rhaenyra, appena ascesa sul Trono di Spade, si ritrova costretta a guardare in faccia la realtà, schiacciata dagli oneri.


Soffrire, conscia del fatto che non possa essere la regnante dei suoi sogni, erede di Viserys e quindi foriera di pace, armonia e stabilità.

Evita i gioielli e rinuncia alla spada, trovando un compromesso nella catena indossata: è l’orpello materiale del senso del dovere, ma finisce per opprimerla, se non addirittura strozzarla. Nemmeno i regnanti sono davvero liberi: se ci si pensa bene, non lo sono soprattutto loro.

La terza puntata di House of the Dragon non nega ogni potenziale dettaglio per segnare un solco tra la Rhaenyra che fu, quella che avrebbe voluto essere e quella che, suo malgrado, sarà costretta a essere.

Disdegna le convenzioni, la nuova regina. Disgustata dai lord pronti a pugnalarla alle spalle, sceglie il popolo e abbraccia una politica redistributiva che trova, nella forma della monarchia assoluta, curiose forme di esercizio del suo governo. È il primo, idealistico, tentativo di governare senza affidarsi alla nobiltà: scambia il consenso per una reale alternativa al potere.


È l’erede legittima e l’outsider dalla matrice populista, finché potrà. Finché non comprenderà quanto possano essere sbagliate le scelte apparentemente più giuste.

Alicent, una vera Hightower, ammonisce a riguardo: talvolta non rimangono altro che scelte necessarie, a prescindere dal prezzo da pagare.


Ricerca una qualche legittimazione pubblica negli dei, ma gli dei di Approdo del Re sembrano non credere in lei: la sua eredità arriva da molto più lontano, là dove religione e stregoneria sembrano parlare lingue affini, secondo quanto sostenuto esplicitamente dai Septon più audaci. I Targaryen, alieni in una terra straniera che dominano, si sentono invece divinità baciate da una profezia, come ben sottolinea Daemon con la gravitas che l’atavica lingua valyriana porta inevitabilmente con sé.

Ma non scherza con loro, Rhaenyra. Non è Daemon né il suo anagramma, Aemond.

Rifugge ogni forma di assolutismo terrifico, evitando saggiamente di ascoltare i consigli del consorte: ogni sua indicazione mostra chi Rhaenyra non vuole ancora diventare. La visione spirituale, politica e culturale della Regina, condizionata non poco da Mysaria, è un’altra. E l’abbiamo capito bene fin dalla seconda stagione.

Non mira a Dorne o alle stelle, ricercando uomini alati alla fine del mondo: il suo è un approccio impersonale e senza vanità, ma non per questo meno ambizioso. Tutto ciò ne fa una regina a metà, in questa fase di House of the Dragon: non ancora pronta a rinunciare alle parti più preziose di sé, come avevamo già sottolineato nella recensione della scorsa puntata, non inguaina la spada e cerca la pace in un tempo di guerra.


Ascolta il popolo e rinuncia a preziose alleanze in nome dei simboli, dei palliativi per chi ha fame. Palliativi per problematiche che lei stessa aveva creato significativamente col blocco navale, ricordandoci quanto possa essere corta la coperta della rettitudine morale.

Impone una dura tassazione ai nobili, ma cosa ottiene in cambio? Nuovi veleni e nessuna vera soluzione.

Brama la giustizia, ma subisce l’ennesimo inganno: pensa possa essere una soluzione simulare una morte, mentre gli Hightower simulano la vita di un fantasma.


Fantasma come lei, Rhaenyra. Assaltata dai topi e dagli spettri di esistenze non vissute, sente vacillare il corpo e la mente.

Fantasma come sarà, tempo dopo, Daenerys. House of the Dragon insiste ancora su questo punto.

Daenerys Targaryen in una scena dell'ultima stagione
Credits: HBO

Osserviamo Rhaenyra scivolare sempre più nell’oblio della propria mente e nella fragilità di un corpo avversato dal peso ciclico del sangue, nella terza puntata di House of the Dragon 3. Non una follia congenita, scritta nel destino primordiale del suo Dna. Bensì conseguenza del potere che corrode e spezza progressivamente ogni frammento di sé, portandole via tutto. Oltre gli ideali e i buoni intenti, il suo regno è iniziato inevitabilmente nel sangue del nemico prescelto, quell’Otto Hightower che rappresenta un nemico che nemico della Corona non era, e si schianta di fronte alle evidenze di una guerra che presenta conti, bilanci e compromessi impossibili.

Forse lo sa da sempre, lei. E le è sufficiente guardarsi allo specchio per vedere scivolare via l’immagine smaliziata ma non abbastanza disillusa dell’adolescente che fu. Libera di amare, ma fino a un certo punto. Madre privata dei suoi figli, moglie di un marito che incarna la solita massima di Cersei Lannister con una chiave mistica che amplifica le derive della sua anima. Derive, tuttavia, più compatibili col ruolo di quanto rappresentato dalle mediazioni di Rhaenyra, una che sussurra al fantasma del padre che regnò in un altro tempo, con altre condizioni.

La figura di Rhaenyra non trova sollievo nell’eliminazione dei nemici e si sovrappone a quella dell’ultima Daenerys, ormai onnipresente nelle dinamiche del racconto più o meno esplicite: anch’essa sognava di essere la regina del popolo, ma a un certo punto ha mietuto milioni di vittime innocenti tra le caotiche strade della capitale. È presto per immaginare che Rhaenyra possa fare altrettanto a Tumbleton, ma i parallelismi sono sempre più evidenti.

Non chiamatela, però, pazzia: la follia è nelle regole animalesche umane del potere e del controllo, anche quando non si associano a personalismi pericolosamente narcisistici.

House of the Dragon, libera di impostare il percorso con minore frenesia rispetto alle ultime stagioni di Game of Thrones, sembra liberare i Targaryen dal fardello della monetina, dal volere divino.

Al contrario, quello di Rhaenyra è un duro ritorno alla realtà che potrebbe diventare, al massimo, il preludio dell’alienazione.

Il suo è un percorso in itinere che mostra le fragilità del suo manifesto programmatico: isolata come non mai, si affida sempre più a Mysaria, ma è sempre difficile comprendere fin dove si spinga la Varys che è in lei e dove inizi, invece, chi vede nel caos un’enorme opportunità. Non consolida le alleanze più preziose e i rapporti con le figure chiave del suo sistema di potere, finendo per sfaldarli nella più pericolosa delle opzioni: sceglie di entrare in contrasto con Corlys in nome della legittimità del titolo, mentre chiama a corte come suo erede l’ultimo frutto dell’amore clandestino con Harwin Strong.

Si contraddice, mostrando di non credere più ai migliori alleati: forse però, finirà per credere nelle persone sbagliate. Ma il vero problema è che non crede prima di tutto in se stessa, fermandosi a metà strada in ognuna delle strade intraprese: non potrà trarne niente di buono, senza ombra di dubbio.

Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon
Credits: HBO

Ci ritroviamo così di fronte a una nuova Rhaenyra, sempre più preda della profezia di Aegon e dell’eredità impossibile di Viserys.

Mentre tiene fede alla sua clemenza, non eliminando pericolose minacce o applicando soluzioni intermedie che rischiano solo di creare nuovi problemi, la realtà presenta il suo conto: l’inganno ordito da Ormund Hightower, nuovo esponente di una stirpe che fa delle macchinazioni un tratto peculiare della conservazione del potere, la pone di fronte a un fuoco che brucia. Un fuoco che distrugge i vessilli di una casata ancora pronta a incarnare il senso del dovere anche se attraverso strade moralmente controverse. Come faceva Otto, come fa Alicent.

Sono le strade che Rhaenyra non è ancora pronta ad affrontare. Non fino in fondo, almeno.

House of the Dragon ricorda che ci sono tanti modi per indossare una catena, d’altronde. Quella dei maestri della Cittadella o degli stessi Hightower, detentori del potere politico e militare che si connette a quello religioso, trovando l’unica potenziale interconnessione capace di reggere il peso della Corona.

Rhaenyra, tuttavia, sembra essersi voltata dall’altra parte per l’ultima volta. O forse no.

Antonio Casu