Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla prima puntata della terza stagione di Silo.
Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?
Trova quella giusta per te →Si prova la sensazione inquietante del déjà-vu, mentre Silo irrompe nel nostro tempo e ci riporta al nostro presente. Un presente che parla la lingua della fantascienza in un terreno affine al nostro, al punto da rendere credibile e riconoscibile ogni dinamica.
Il conflitto con l’Iran, dentro e fuori i confini del racconto: è la nostra attualità, nonché il presupposto della distopia di Silo. Nessun impulso alla veggenza: certe storie, purtroppo, rischiano spesso di essere prevedibili.
Le dinamiche politiche, quelle di potere. La storia che ciclicamente si ripete assumendo nuove forme, affini a quelle vite già vissute.
Una storia da conoscere, fino in fondo. Per ricordare, per avere gli strumenti giusti per affrontare la realtà.
È una mappa concettuale che permette di orientarsi, prima di perdersi in un nuovo oblio.
Già, la memoria. Non è un caso che lo sdoppiamento delle linee temporali di Silo nella première della terza stagione, distribuita nelle ultime ore da Apple TV, crei un doppio filo che congiunge trame inesorabilmente interconnesse.
Da un lato si decide di dare continuità all’ultima, inquietante, puntata della seconda stagione di Silo, portandoci passo per passo alle origini dei silo e cosa significhino, davvero, in questa storia alternativa dell’umanità. Per due stagioni ci siamo domandati cosa fosse davvero un silo. Ora la domanda cambia: perché è stato costruito?
Dall’altro, invece, non può essere un caso che due personaggi chiave perdano la memoria. Una la conosciamo appena, ma con ogni probabilità giocherà un ruolo decisivo; la seconda è Juliette Nichols, la protagonista di questa storia.
Una protagonista che cerca nuove risposte, annebbiata dai fumi di una perdita controllata della memoria. Memoria controllata da un algoritmo, ridefinita: un reset totale che scrive nuovi capitoli riplasmando la realtà. Rendendola quindi inerme, in questo primo momento. E affascina non poco l’idea che il suo punto di vista, parziale e falsato, sia pure parte del nostro: sappiamo più di lei, ma solo fino a un certo punto. Di conseguenza, la sua indagine nella terza stagione di Silo sarà pure la nostra.
Non è soltanto la protagonista della storia: Juliette finisce per incarnarne il tema centrale. La sua memoria spezzata riflette quella di un’intera civiltà che ha smarrito il proprio passato e ora prova disperatamente a ricostruirlo.
Dalla funzione della conoscenza a quella del ricordo, Silo si muove su una linea di totale continuità

Le prime due stagioni, infatti, si erano caratterizzate per una prospettiva molto più miope che necessitava di una vera messa a fuoco. La realtà claustrofobica dei silo ci aveva tenuto all’oscuro di ogni possibile risposta sul quadro più ampio. Ci si domandava cosa fosse vero e cosa no, fin dove si spingesse la menzogna e cosa rappresentasse nei fragili equilibri di un microcosmo in cui non era difficile riconoscere molte delle storture del nostro mondo. Storture per certi versi necessarie, finché ricercano la stabilità e non sconfinano nell’abuso o nell’interesse personale.
Nella terza stagione, invece, si sposta l’attenzione sul ruolo della memoria: ancora più dell’informazione, è quello il vero terreno su cui si combatte il potere. Comprendere da dove veniamo è fondamentale per capire dove stiamo andando. L’algoritmo che governa asetticamente la realtà distopica è ben conscio di tutto ciò: la manipolazione sommaria subita da Juliette, inerme di fronte a una realtà che si sovrascrive con chiavi pericolosamente rassicuranti, la pone al vertice come icona fine a sé, spogliandola dell’essenza della sua stessa anima.
Informazione e memoria congiungono le derive del passato, del presente e del futuro, impedendoci di avere riferimenti sicuri. È un sistema di potere che si alimenta e si rinforza senza affrontare la realtà dei fatti, eludendola con tutte le forze a disposizione.
Silo, dal canto suo, ricostruisce perfettamente gli eventi.
Pur presentando una puntata piuttosto introduttiva, al punto da assumere quasi la forma di un nuovo pilot che ci immerge in dinamiche molto diverse rispetto alle prime due stagioni, ne asseconda lo stile e il gusto che ha portato in alto la serie. Uno slow burn che fa della lentezza ancora una volta un valore preziosissimo, seppure non apprezzabile da parte del pubblico, ma che non rinuncia mai per questo a una tensione che caratterizza ogni singola interazione.
Sappiamo di poterci fidare solo di Juliette, al momento. Ognuno degli altri personaggi mente, risponde a un piano che conosciamo solo in minima parte, ridefinisce la storia e cerca di controllare la narrazione. Silo costruisce l’intrigo sui detti quanto sui non detti: sembra non volerci tenere all’oscuro delle dinamiche principali, ma ci prende per mano all’interno di un’indagine in cui le verità dovranno riaffiorare ai nostri occhi quanto a quelli della nostra protagonista.
Difficile chiedere di meglio a una première del genere.
Il finale della seconda stagione, caratterizzato dalla conclusione del percorso di Bernard, dal vorticoso ritorno a casa di Juliette e alla presentazione della nuova linea temporale, aveva promesso più azione e un ritmo più serrato, ma è giusto che Silo continui a parlare questa lingua. La lingua della televisione più prestigiosa che chiede pazienza al suo pubblico senza spingersi oltre il confine della frustrazione, dando spazio allo sviluppo dei misteri della trama almeno quanto all’introspezione che permette ai personaggi di prendere vita, respirare e crescere davanti ai nostri occhi.
Insomma, è chiaro: mentre molte serie tv, oggi, rischiano di aver già dato il meglio di sé nelle prime due stagioni, Silo continua a investire su un’espansione intelligente e cadenzata del suo universo narrativo.
Aggiunge nuovi tasselli preziosi e unisce, in questo modo, la fantascienza a una chiave importante d’analisi dell’uomo e del nostro tempo.
Il risultato è una serie che si conferma molto ambiziosa e non scommette mai sull’immediatezza. Può trarne evidenti vantaggi sul lungo periodo, a patto che dall’altra parte ci sia sufficiente pazienza per prestare la massima attenzione anche ai passaggi più interlocutori.
Attraverso lo sguardo eclettico e tridimensionale di Rebecca Ferguson, l’interprete ideale di una protagonista dalle mille vite e dalle innumerevoli sfumature, Silo rientra nel terreno della letteratura di genere con una prospettiva che arricchisce, fa riflettere ed espande i nostri orizzonti, minando ogni nostra certezza.
Perché questo è quello che fanno le grandi serie tv, quelle che superano le esigenze più istintive di un certo pubblico: si prolungano oltre il tempo di visione. Vanno al di là dei titoli di coda. Si fissano nella memoria e impartiscono così lezioni preziose che non dovremmo dimenticare mai.
Quando si centra un obiettivo del genere, si rischia di diventare davvero speciali. E Silo ha tutto per farlo, ora come non mai.







