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Scopri come →Arrivare al cinema con un nuovo film di Steven Spielberg significa, quasi automaticamente, caricare l’esperienza di aspettative altissime. È un nome che da solo basta a evocare un immaginario preciso: l’infanzia, lo stupore, il contatto con l’ignoto, ma anche un’idea di cinema popolare che ha saputo diventare linguaggio universale. Disclosure Day non fa eccezione a questa regola non scritta e si presenta come un progetto ambizioso. Torna ancora una volta sul tema degli alieni e del primo contatto, un filo rosso che attraversa tutta la carriera del regista.
Eppure, nonostante la solidità del marchio Spielberg e un cast di primo livello, qualcosa si incrina. L’impressione è quella di un autore che prova a dialogare con un pubblico nuovo, aggiornando il proprio linguaggio e adattandolo a un ritmo contemporaneo più frenetico e frammentato. Il risultato è un film che funziona a intermittenza, che coinvolge ma non sempre convince fino in fondo. La sensazione è che la sua vera anima emerga soltanto nella parte finale, quando il regista sembra finalmente tornare a casa, recuperando quella dimensione più emotiva e contemplativa che ha sempre definito il suo cinema. (Qui nel frattempo puoi recuperare E.T.)
Disclosure Day: fuga, segreti e linguaggi non umani
La struttura narrativa di Disclosure Day si costruisce su due linee parallele destinate a convergere. Da una parte seguiamo Daniel Kellner, giovane coinvolto in una fuga improvvisa dopo aver sottratto informazioni altamente segrete legate a tecnologie di origine non umana. La sua fuga insieme a Jane, la fidanzata, diventa rapidamente una corsa contro un sistema di controllo invisibile ma onnipresente, rappresentato da una potente organizzazione che opera nell’ombra da decenni. Dall’altra parte troviamo Margaret Fairchild, meteorologa televisiva apparentemente lontana da ogni dinamica cospirativa, la cui esistenza viene però stravolta da una trasformazione improvvisa e inspiegabile. Margaret inizia a percepire il mondo in modo diverso: comprende lingue mai studiate, coglie emozioni altrui con una precisione inquietante e sviluppa una forma di comunicazione che sembra superare i limiti umani.
È proprio attraverso questo personaggio che il film introduce il suo elemento più spiazzante: la possibilità che il linguaggio stesso non sia più un confine, ma un passaggio. Le due linee narrative, inizialmente distanti, si rivelano progressivamente parte di uno stesso disegno. Un disegno che riguarda non solo la presenza aliena sulla Terra, ma soprattutto la gestione della verità, della conoscenza e del potere. Spielberg costruisce così un racconto che si muove tra thriller paranoico e sci-fi esistenziale, in cui ogni elemento sembra rimandare a un livello più profondo di lettura. Il risultato è una trama densa, a tratti sovraccarica, ma sempre spinta da un’idea forte: che il vero conflitto non sia tra umani e alieni, ma tra ciò che viene nascosto e ciò che può essere finalmente detto. (La Classifica dei 10 migliori film di Steven Spielberg)
La vertigine del controllo: tra potenza visiva e disordine narrativo

Il punto più riuscito di Disclosure Day è senza dubbio la sua capacità di alternare momenti di grande cinema spettacolare a riflessioni più sottili sul linguaggio e sulla percezione. Spielberg, anche quando sembra meno compatto rispetto al passato, resta un regista capace di costruire sequenze di forte impatto visivo, in cui la messa in scena diventa racconto autonomo. Alcuni inseguimenti, in particolare, restituiscono quella sensazione di movimento continuo e precisione coreografica che appartiene al suo cinema più riconoscibile. Funziona anche il modo in cui il film affronta il tema del contatto con l’ignoto non come semplice evento straordinario, ma come rottura percettiva. Non è solo l’arrivo degli alieni a contare, ma il modo in cui la loro presenza modifica la struttura stessa della realtà e della comunicazione umana.
In questo senso, la seconda parte del film trova una coerenza emotiva più forte, quando le linee narrative iniziano a sovrapporsi e il racconto si concentra maggiormente sui personaggi. Tuttavia, proprio questa ambizione diventa anche il limite principale dell’opera. Disclosure Day appare spesso stratificato in modo disomogeneo, come se contenesse più film al suo interno. La gestione del ritmo non è sempre equilibrata e alcune sequenze sembrano allungarsi senza una reale necessità narrativa. Anche la costruzione di alcuni personaggi secondari risulta appena accennata, lasciando zone d’ombra che non sempre trovano una piena risoluzione. Il risultato è un film affascinante ma irregolare, che alterna momenti di grande lucidità a passaggi più confusi, come se fosse costantemente in cerca della propria forma definitiva senza riuscire a fissarla del tutto. (Steven Spielberg rivela: «Prima di iniziare le riprese, guardo sempre questi 4 film»)
Il Finale di Disclosure Day: quando Spielberg ritrova la sua voce
Il finale di Disclosure Day si svolge nello studio televisivo KCXE, dove tutti i personaggi convergono per portare a termine la trasmissione globale della verità. Hugo coordina l’operazione, Daniel organizza i file sottratti a WRDEX e Margaret si prepara a mandare in onda il “servizio speciale” che dovrebbe cambiare la storia. Ma proprio sul più bello, l’intervento dell’organizzazione che ha controllato le informazioni per decenni spegne lo studio: corrente e generatore vengono disattivati, lasciando tutto al buio. Il caos si interrompe quando Jane arriva con il dispositivo alieno rubato da Daniel.
Non viene spiegato nei dettagli, ma è l’unico strumento in grado di riattivare l’energia e permettere la trasmissione. È Margaret a usarlo, riportando lo studio in funzione. Nel frattempo Noah, il volto del controllo istituzionale, sorprende tutti interrompendo l’inseguimento e sedendosi al centro dello studio. È una resa silenziosa, quasi meditativa: per la prima volta sembra accettare che la verità non possa più essere contenuta.
Da quel momento parte la diffusione globale dei materiali segreti: prove dell’esistenza degli alieni fin dal 1947, documenti sugli insabbiamenti e immagini di incontri mai mostrati.
Il mondo intero assiste in diretta, tra shock e smarrimento, mentre anche le redazioni perdono il controllo della narrazione. Poi arriva il momento decisivo: un camion introduce nello studio un alieno, In Vivo 17. Non è minaccioso, ma fragile e quasi umano nella sua presenza. È il primo contatto diretto e avviene in modo intimo, senza spettacolo. Margaret e Daniel si avvicinano, e l’alieno comunica con lui in un linguaggio incomprensibile agli altri. Daniel comprende, sorride e traduce. Margaret torna alla scrivania e guarda in camera. Pronuncia solo una parola: “Ascoltate…”, prima che lo schermo diventi nero. Il significato resta aperto, ma tutto suggerisce un messaggio di cooperazione e responsabilità collettiva. Non una minaccia, ma un invito a superare paura e conflitto. In questa chiave, il finale riflette la fede spielberghiana nel potere delle immagini: ciò che viene visto e condiviso può davvero cambiare il mondo
Un cinema che crede ancora nella meraviglia (e nei suoi limiti)
Disclosure Day si chiude lasciando addosso una sensazione doppia, tipica delle opere più ambiziose e imperfette. Da un lato la potenza di un’idea che continua a funzionare, dall’altro la percezione di un film che non riesce sempre a contenerla. Spielberg torna agli alieni non per ripetersi, ma per ritrovare il cuore stesso del suo cinema. Un cinema legato allo stupore, alla comunicazione impossibile, alla fiducia nell’altro. Eppure, questa volta, la costruzione non è sempre compatta come in passato: il film alterna momenti di grande lucidità emotiva a passaggi più incerti, come se cercasse continuamente il proprio equilibrio senza afferrarlo del tutto. Il valore più profondo dell’opera sta proprio nella sua idea centrale: la verità non è mai un evento isolato, ma un processo collettivo che passa attraverso immagini, linguaggi e interpretazioni condivise.
In questo senso, il “Disclosure Day” non è solo la rivelazione dell’esistenza degli alieni, ma anche una riflessione sul modo in cui le società contemporanee filtrano, negano o distorcono le informazioni. Spielberg sembra suggerire che il problema non sia tanto scoprire la verità, quanto riuscire a riconoscerla insieme. E proprio qui emerge la sua forza più autentica: la fede nelle immagini come strumento di trasformazione. Anche quando il racconto inciampa, anche quando la struttura si fa irregolare, resta intatta l’idea che il cinema possa ancora generare consapevolezza, emozione e connessione. Disclosure Day non è forse il suo film più riuscito, ma è sicuramente uno dei più sinceri nel mostrare il rapporto tra un autore e il proprio immaginario. Alla fine resta questo: un film imperfetto, ma ancora capace di guardare il cielo senza cinismo. (5 curiosità su 5 film di Steven Spielberg)




