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Cobra Kai 3, la Recensione: questa è la tua fine, mio maestro

Cobra Kai
Cosa ha portato Anakin a diventare l’ombra di sé? Cosa l’ha reso il nemico che aveva sempre combattuto, la maschera del male?

Cobra Kai 3: cosa significa scegliere il bene?

Quando nel 1999 andava in onda La minaccia fantasma, quarto film della saga di Star Wars, in pochi si sarebbero aspettati che le premesse sarebbero state mantenute e che quella seconda trilogia si sarebbe consacrata alla storia. Così è stato, invece, nonostante le bocche storte dei nostalgici puristi e un inizio altalenante. Il merito è stato tutto della meravigliosa indagine del bene e del male declinata attraverso le scelte che i protagonisti compiono. Star Wars attraverso l’epopea di Anakin Skywalker ci ha urlato che siamo noi i maestri – ma anche i colpevoli – del nostro destino.

Cobra Kai

Se negli anni ’80 la visione manicheista del mondo ci forniva due poli inconciliabili, un male assoluto e un bene altrettanto irriducibile, la fine del millennio ci aveva catapultato davanti all’evidenza che c’è un percorso lastricato di intenzioni e che a volte il male è solo il compromesso a cui scende una mente fragile nell’inseguire il bene nel modo sbagliato.

Cobra Kai riattualizza la battaglia archetipale del bene e del male.

Ma lo fa con la consapevolezza, soprattutto in questa terza stagione, che Darth Vader è, in fondo, il volto malformato di chi un tempo aveva vissuto di speranze e buoni propositi. Cobra Kai ha sempre avuto un pressante interrogativo alle sue spalle: cos’è il bene e cosa il male? E siamo proprio sicuri che la nostra visione sia quella giusta?

Avevamo creduto per anni che il karate kid fosse Daniel LaRusso e il cattivo Johnny Lawrence. Poi, la prima stagione di Cobra Kai ci aveva mostrato il risvolto della medaglia, il marcio del bene e il buono del male. E avevamo scoperto che, forse, era tutta una questione di prospettive. Perché c’è del buono anche in chi ritraiamo come il nemico da isolare, odiare e distruggere.

Johnny Lawrence

Ce lo diceva anche Padmé, nella sua ultima battuta in Episodio III: “In lui c’è del buono. Io lo so. Lo so che c’è… ancora“. Quel buono Johnny Lawrence col tempo l’ha tirato fuori, mostrando quanto già si era intravisto in Karate Kid quando aveva riconosciuto la sconfitta e si era rifiutato di scendere alle bassezze predicate dal suo sensei. Perché si possono avere cattivi maestri ma siamo poi sempre noi a scegliere a quale voce prestare ascolto, a scavare nel nostro cuore e decidere cosa sentiamo come autentico e giusto.

Per Falco quel richiamo interiore alla fine ha significato scegliere l’amicizia, l’umanità.

Il sentimento che nell’ultimo episodio di questa terza stagione di Cobra Kai ha riconosciuto come reale e giusto. Come rivela il maestro Miyagi per bocca di Kumiko nella 3×04: “Sono le persone non i segnali che ci riportano sulla strada giusta“. Quella persona per Falco è stata Demetri: l’amico di più lunga data, il più autentico che ha. L’amicizia così lo salva.

Ma cosa accade quando la paura vince, quando i nostri demoni e fragilità ci fanno credere di non poter più avere l’amore? Lo sa bene Tory che perduto Miguel e con una difficile situazione familiare alle spalle lascia che l’odio alimenti la sua forza. Come per Anakin, per lei canalizzare il risentimento significa scoprire una sicurezza e un potere che non credeva di avere. Significa trovare riparo e conforto: Tory si chiude all’amore per la paura di scoprirsi fragile, per la paura di essere ferita.

Cobra Kai

E così sceglie la via della sopraffazione e della violenza. Sceglie di credere che, come le insegna John Kreese, “Non esiste il bene, non esiste il male ma solo debolezza e forza e una volta messa da parte la vostra debolezza dimostrerete la vostra forza“. Ma questa non è la vera forza, è solo rigidità, è solo paura. Tory finisce per essere annebbiata dal lato oscuro, ferita, rabbiosa e desiderosa solo di farla pagare a chi l’ha fatta soffrire, convinta che in questo mondo l’unico modo per sopravvivere sia attaccare per primi.

È quello che per tutta la sua vita ha pensato anche John Kreese che, di questa convinzione, ha fatto il suo credo.

Anche lui ha perso l’amore e ha visto l’orrore di una guerra insensata. Voleva combattere per il bene del suo paese per “Diventare un eroe“. Ma ha scoperto che davanti alla prospettiva della morte non ci sono gradi di comando, solo la legge della sopravvivenza.

John Kreese è sicuro di aver sbagliato a non colpire per primo, a non aver fatto saltare in aria il suo commilitone nel Vietnam. Quella sua debolezza ha portato alla morte di tanti altri uomini: non commetterà di nuovo quell’errore. Strike First. Non mostrerà pietà. No mercy. Per nessuno. Perso l’amore, come Anakin con Padmé, Kreese perde anche la sua umanità e non si rende conto che quell’atto di debolezza, quella carica non esplosa, era in fondo la più alta e vera prova di umanità nel riconoscere il valore di ogni vita umana.

Kreese

Ora per lui c’è solo forza, sopraffazione, malizia e bassezze. Tutto è concesso. Perché quello che ha vissuto in guerra gli fa credere che “Il bene è solo una questione di prospettiva“. È vero, “Il vostro nemico crede di essere nel giusto, crede di essere lui l’eroe e che voi siate i cattivi“. È vero. Lo diceva anche Anakin che “Dal mio punto di vista i Jedi sono il male!“. E lo abbiamo scoperto nelle prime due stagioni di Cobra Kai conoscendo Johnny. Ma ora ci rendiamo conto di qualcosa che Kreese non capisce e non può capire: buoni e cattivi spesso sono tali solo per prospettiva sì, ma ciò non significa che non esistano bene e male.

Significa solo che in ognuno di noi c’è un po’ di entrambi.

Bene e male. Scelte giuste e sbagliate. Nessuna fazione è quella corretta o errata in senso assoluto perché tutti ci macchiamo di colpe che il nostro nemico sarà pronto a usare come motivo di odio. Ecco la grande, finale verità che ci comunica Cobra Kai, quella che arrivano a capire, alla buon’ora, anche Johnny e Daniel e i loro dojo, uniti nella consapevolezza che buoni e cattivi sono tali solo per prospettiva.

Ma non è sempre facile arrivare a questa presa di coscienza. Non lo è tanto più per chi alimenta dentro di sé l’odio, un sentimento che annebbia la ragione, soffoca i buoni sentimenti e ci fa affascinare ai discorsi di chi predica forza e affermazione. Così Robby Keene giorno dopo giorno vede crescere dentro di sé il rancore per un padre assente, per una società che lo vede come il cattivo e per un maestro, LaRusso, che ritiene lo abbia tradito.

Cobra Kai

Vissuto a pane e violenza la scelta dell’odio per lui è la più scontata. Soprattutto ora che ha perso, come Tory e Kreese, l’amore: quello di Sam. E allora la nuova maturità finalmente raggiunta da Johnny si scontra con la rabbia giovane di un figlio nel quale si rivedono tutti gli errori paterni. Il maestro contro l’allievo, ancora una volta. Obi-Wan Kenobi contro Anakin. Johnny contro Robby. “Tu sei un debole!” urla Robby facendo suoi gli insegnamenti distorti di Kreese. “Questa è la tua fine, maestro!“, gli fa eco tra lo spazio e i millenni Anakin Skywalker.

Robbie ha scelto la rigidezza, ha scelto la violenza.

Ha scelto, come Tory, come Kreese, di ritrovare sicurezza in sé attraverso la forza di chi nega ogni sentimento, ogni amore e pietà. Ma in lui come in tutti “C’è ancora del buono“, seppur soffocato sotto scelte sbagliate dettate dalla rabbia. Solo il tempo ci dirà se quelle decisioni si trasformeranno nel suo credo, se lo renderanno deforme, nera maschera del male, passivo suddito del lato oscuro della forza.

Come ci insegna Star Wars, perfino in Darth Vader può sopravvivere la bontà e, come aggiunge Cobra Kai, non esistono buoni o cattivi ma solo scelte giuste o sbagliate. Sta a noi costurire il nostro destino, decidere se cedere alla paura o aprirci alla bellissima fragilità di amare di nuovo. Cobra Kai chiede a tutti i suoi protagonisti di scegliere: ora o mai più. Anakin o Darth Vader. Le due facce di un unico uomo.

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Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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