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Better Call Saul – 4×03: vittime e carnefici dell’amore perverso

Better Call Saul

Better Call Saul non è Breaking Bad. Non lo è, non vuole esserlo e non lo sarà. Per questo ha poco senso aspettare la comparsa di Jesse e Walt. Non è la loro storia. Questa è la storia di un uomo dai tre nomi. Questa è la storia di Jim, Saul e Gene. Presente e futuro di quello che un tempo è stato anche Slippin’ Jimmy.

Jim, Saul e Gene non sono eroi né tantomeno antieroi.

Sono maschere dietro cui si nasconde un’unica persona. Una persona reale, viva, tridimensionale. Ma che non conosce il suo vero volto. Quel volto è lì da qualche parte, nascosto tra le pieghe insondabili di un sorriso e una smorfia.

Usciamo di casa e abbiamo una maschera. Parliamo con un collega e ne abbiamo un’altra. Perfino quando guardiamo a noi stessi inconsapevolmente ci specchiamo in un’immagine distorta. Jim è il vuoto di chi rifiuta compromessi, di chi ora non ha più bisogno di essere qualcuno. Non lo è per sé e non lo deve essere più per gli altri. In un modo incredibilmente antitetico quel futuro in bianco e nero all’apparenza così distante è in realtà molto simile a questo presente.

Là Jimmy non è più, qui non è ancora.

Là c’è bianco e nero, c’è la maschera da uomo inetto che sempre Gilligan affibbia, come visto, ai suoi personaggi in momenti differenti della loro vita. Quella maschera dai grandi occhiali e i folti baffi. Ora invece c’è il nulla. Lo avete notato? Nelle recensioni della scorsa stagione di Better Call Saul avevamo sottolineato il camaleontismo di Jimmy evidente anche e soprattutto nell’esteriorità del guardaroba, riflesso dei suoi repentini rivolgimenti interiori.

Better Call Saul

Adotta il blu marino dei “buoni” (il colore di Kim) nei momenti in cui si impegna, per esempio, nei lavori sociali, in cui si applica nel suo lavoro nelle pubblicità, quando è dissuaso dal mettere in atto una truffa in stile “Viktor e Giselle” (3×07). Quando insomma Kim riesce a portarlo dalla sua. Il blu diventa invece marrone quando incontra il rosso e il giallo della sua personalità da truffatore.

Nella 2×06 Jimmy, soffocato nel prestigioso quanto opprimente lavoro alla Davis & Main, si sofferma con sguardo nostalgico su un variopinto pupazzo pubblicitario. I colori sono il rosso e il verde (il colore anche in Breaking Bad dei “fuorilegge”), la cui unione dà il marrone. In quei momenti, insomma, Jimmy è a cavallo di due mondi, sul filo invisibile che divide la Legge dall’illegalità. Ma ora? Ora il protagonista di Better Call Saul non ha nulla. Non brilla di alcun colore. Indossa abiti anonimi. È svestito di senso, manca di imprinting. Jimmy non è.

Questo “nulla” non è ancora il grigiore nostalgico del suo futuro, il tempo del compiuto e dell’irreparabile. Ma è il neutro.

Il neutro di chi non è più il complesso e sfaccettato personaggio della terza stagione ma neppure il compromesso e irresistibile Saul Goodman. Jim McGill si trova in un limbo in attesa di spiccare il volo. In attesa della sua più piena e totale trasformazione. È un bozzolo avvolto da un colore indifferente che solo a tempo debito lascerà il posto alla splendida varietà cromatica di una farfalla.

Questo suo interludio caratteriale ben si manifesta in una forte dissociazione emotiva alle vicende della sua vita. La morte del fratello, la notizia del probabile suicidio, la lettera che legge al cospetto di Kim. Jimmy è freddo, distaccato, apparentemente insensibile. È chiuso nel suo involucro e non lascia trasparire alcun colore. Legge frettolosamente, senza intonazione, svogliatamente. Non è solo la rabbia nei confronti di Chuck, è una vera e propria scelta all’indifferenza.

Better Call Saul

La straordinaria scena costruisce un contrasto grottesco tra il disinteresse di Jim e la sempre più sentita partecipazione emotiva di Kim che si conclude col pianto dell’avvocatessa. Là, nello scambio di battute che segue, si esteriorizza un dettaglio solo apparentemente insignificante. Jim vorrebbe consolare la sua bella ma lei si allontana rifiutando il contatto. Jimmy la segue ma la donna si ritira in una stanza socchiudendo la porta. È tutto qui il senso di un cambiamento che non abbiamo mancato di sottolineare già per i precedenti episodi di questa stagione di Better Call Saul.

È tutta qui la distanza tra Kim e Jim.

Nell’episodio di avvio e nel successivo, i due innamorati si alternano in un continuo balletto nel letto. Un momento è Kim ad alzarsi mentre Jim è disteso, un altro accade il contrario. Solo per rarissimi istanti li possiamo osservare distesi uno accanto all’altra nonostante le scene della stanza da letto siano numerosissime. Anche in questo episodio il momento della più stretta vicinanza tra i due personaggi culmina con l’allontanamento di Jimmy dalla camera. Il motivo, come già nella 4×02, ha a che fare con il furto del pastorello. Come a esprimere materialmente la ragione di quello che sarà un distacco sentimentale sempre più netto tra i due.

Kim, col consueto abito blu dei “buoni”, non smette di tentare di riguadagnare un’etica che ha colpevolmente abbandonato per amore di Jimmy. Facile immaginare che la sua scelta di recarsi in tribunale sia in qualche modo legata a ragioni di integrità professionale. D’altronde la reazione di fronte ai modellini di future sedi della Mesa Verde è piuttosto evidente (un’interpretazione geniale la trovate qui). In quest’ottica le scelte verso l’illegalità di Jim appaiono antitetiche e incompatibili con quelle della sua compagna.

In lei è sempre più il disagio e la lotta interiore tra l’amore che prova e la morale che persegue.

Kim rimane vittima dei compromessi del futuro Saul, sempre più in balia di un uomo che è svuotato del vecchio sé e attende di riempirsi di qualcosa di nuovo. D’altronde questa 4×03 dall’eloquente titolo “Qualcosa di straordinario” è l’episodio delle vittime. Come Kim è vittima (moralmente parlando) di Jimmy, così Nacho lo è diventato di Gus (“D’ora in avanti tu sei mio”). Inviluppato in un vortice di criminalità dal quale non potrà più tirarsi fuori il ragazzo diventa carne da macello al servizio dei piani di Fring.

C’è qualcun altro però a completare il quadro di questo episodio di Better Call Saul ed è un graditissimo ritorno. Si tratta, come avrete già capito, di Gale che fa la sua comparsa introdotto da una canzone che ne rispecchia la buffa personalità (La canzone degli elementi chimici). Gale, come sappiamo, sarà vittima di Walt, inconsapevole e innocente mezzo per garantire la sopravvivenza del protagonista di Breaking Bad.

Better Call Saul

In un certo senso però è anche vittima di Gus, strumento al servizio di un potere criminale. La sua devozione nei confronti di Fring è in un atteggiamento di riconoscenza (“La prego, è il minimo che possa fare”) che affonda nel tempo. Come sappiamo da Breaking Bad, Gale da ragazzo era stato il vincitore della borsa di studio creata da Gustavo in onore del suo amico Maximino.

Ma c’è anche una motivazione più profonda.

Sono questi i miei studi”, afferma Gale. Non è tanto nell’aspetto criminoso che si fonda il suo l’interesse quanto nella possibilità che Gus gli dà di confrontarsi con quella chimica che tanto adora. Un amore ben espresso dalla canzone degli elementi che ascolta e canticchia. Il giovane chimico in Better Call Saul (e in Breaking Bad) è mosso da un’ambizione e da un amore per la scoperta e la ricerca che prescinde e oltrepassa qualunque remora morale.

Il suo destino sarà il destino di chi, come Walt, ha troppo amato. Il destino di chi rimane schiacciato dalla perversione del suo amore. Se anche Kim cederà a quel suo amore contorto, all’affetto per un uomo moralmente antitetico al suo credo, non c’è da sperare che l’esito sia diverso. Ma le distanze sono prese e Jimmy appare sempre più lontano. Di lei in quel futuro in bianco e nero non c’è traccia: sarà soltanto il ricordo di un amore fallito.

N.B.: avete riconosciuto lo scassinatore assoldato da Jimmy per rubare il pastorello? Complimenti, si tratta proprio di Ira, il proprietario di Vamonos Pest, la ditta di disinfestazione utilizzata come copertura da Walt e Jesse per la produzione di meth (quinta stagione di Breaking Bad).

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Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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Mi chiamo Daniela, ho 19 anni e la serie che odio di più è American Horror Story

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