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The Witness – La recensione della nuova miniserie crime di Netflix, tratta da una storia vera

The Witness è una delle migliori miniserie del periodo

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su The Witness.

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Tra le novità più interessanti del panorama crime di quest’anno c’è senza dubbio The Witness. È una miniserie britannica in tre episodi, che porta sullo schermo una delle vicende di cronaca nera più sconvolgenti della storia recente del Regno Unito. È basata sulla vera storia dell’omicidio di Rachel Nickell, avvenuto nel 1992 a Wimbledon Common davanti agli occhi del figlio di appena due anni.

The Witness sceglie un approccio diverso rispetto a molte produzioni true crime contemporanee. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’indagine e sulla ricerca del colpevole, mette al centro le vittime e le conseguenze devastanti che una tragedia simile lascia dietro di sé. Ed è proprio questo legame con la realtà a rendere la visione ancora più intensa. Sapere che quanto raccontato non nasce dalla fantasia degli sceneggiatori, ma da una storia realmente accaduta, conferisce a ogni scena un peso emotivo particolare. La serie si ispira fedelmente alla vicenda di André Hanscombe e del piccolo Alex, costretti a ricostruire le proprie vite dopo un evento che avrebbe segnato per sempre il loro destino. I rimandi alla storia vera sono costanti e contribuiscono a rafforzare il senso di impotenza e frustrazione che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine.


Credits: Netflix

The Witness ha inizio nel luglio del 1992, quando Rachel Nickell viene brutalmente assassinata durante una passeggiata a Wimbledon Common. Ad assistere all’omicidio c’è il figlio Alex, che ha soltanto due anni. Da quel momento la vita di André Hanscombe cambia per sempre. Rimasto improvvisamente solo, l’uomo deve affrontare un dolore inimmaginabile mentre cerca di proteggere il figlio da un trauma troppo grande persino per essere compreso.

Parallelamente alla tragedia personale si sviluppa l’enorme clamore mediatico che investe il caso. La polizia, sottoposta a una pressione crescente per individuare il responsabile, commette una serie di errori investigativi che finiranno per allontanare la giustizia invece di avvicinarla. Mentre gli anni passano e l’indagine attraversa fasi alterne, André e Alex si trovano a convivere con le conseguenze psicologiche della perdita, cercando di costruire una normalità che sembra continuamente sfuggire. Attraverso frequenti salti temporali tra passato e presente, la serie mostra non soltanto i giorni immediatamente successivi all’omicidio, ma anche le ferite lasciate dal tempo. Racconta, così, come un singolo evento possa continuare a influenzare un’intera esistenza.

L’aspetto più riuscito di The Witness è probabilmente il ritratto psicologico dei suoi protagonisti. André è un uomo che si vede costretto a mettere da parte il proprio dolore per diventare il punto di riferimento del figlio. La sua elaborazione del lutto passa attraverso la protezione quasi ossessiva di Alex. Una scelta che nasce dall’amore, ma che finisce inevitabilmente per influenzare il loro rapporto. È un personaggio complesso, attraversato da rabbia, senso di colpa, frustrazione e impotenza, ma anche da una straordinaria capacità di resistenza.


Alex rappresenta, invece, il volto più tragico della vicenda. Pur essendo troppo piccolo per comprendere pienamente ciò che ha visto, cresce all’ombra di un trauma che continua a definire la sua identità. La serie racconta con grande sensibilità il modo in cui i ricordi, le domande senza risposta e il peso della tragedia influenzano la sua crescita. Il rapporto tra padre e figlio costituisce il cuore pulsante della narrazione. I due condividono lo stesso dolore, ma lo vivono in modi differenti, creando una dinamica fatta di incomprensioni, silenzi e momenti di profonda vicinanza. È proprio nell’evoluzione di questo legame che la serie trova la sua dimensione più autentica e commovente. The Witness non è soltanto la storia di un crimine, ma il racconto di una famiglia distrutta che cerca disperatamente di rimanere unita.

Credits: Netflix

The Witness è una miniserie intensa, dolorosa e profondamente umana. La scelta di partire da una storia vera amplifica il coinvolgimento emotivo e rende impossibile osservare gli eventi con distacco. Ogni episodio restituisce il senso di smarrimento, rabbia e impotenza vissuto dai protagonisti, ricordandoci che dietro ogni caso di cronaca esistono persone reali costrette a convivere con le conseguenze della violenza. Fondamentale è il contributo dei due interpreti principali, capaci di restituire una narrazione in cui il dolore, la rabbia, la disperazione, i rapporti complicati, ma anche l’amore di una famiglia sono al centro della storia. Le loro interpretazioni riescono a evitare ogni artificio melodrammatico, affidandosi invece a una recitazione misurata e autentica che rende ancora più credibili le emozioni messe in scena.


Anche dal punto di vista strutturale The Witness convince pienamente. La decisione di suddividere la vicenda in appena tre episodi si rivela un’ottima scelta. Troppo spesso le serie televisive, nel tentativo di allungare il racconto, finiscono per diventare prolisse, compromettendo il ritmo e l’efficacia della narrazione. The Witness evita questo rischio, mantenendo alta la tensione e concentrandosi esclusivamente sugli elementi essenziali della storia. Proprio per questo motivo si presta perfettamente a una sessione di binge watching: la sensazione è quella di assistere a un lungo film diviso in tre capitoli, capace di mantenere costante il coinvolgimento dall’inizio alla fine.

The Witness è una serie che gli appassionati del genere crime non dovrebbero lasciarsi sfuggire. Tuttavia, ridurla a un semplice racconto investigativo sarebbe un errore. Si tratta infatti di una riflessione amara sulla fragilità della giustizia, sulle conseguenze degli errori investigativi e sull’ingiustizia che troppo spesso colpisce le vittime e i loro familiari.

È una visione che lascia il segno, una di quelle serie che continuano a farsi sentire anche dopo i titoli di coda. Merita sicuramente la visione, ma è giusto avvertire gli spettatori: una volta terminata, difficilmente riuscirete a liberarvi della tristezza e delle riflessioni che porta con sé.


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