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Quanto c’è di Psycho in Bates Motel?

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Bates Motel e Psycho

Per gli appassionati del genere o per chi se la fosse fatta sfuggire, dovete correre a recuperare Bates Motel, una serie thriller conclusa nel 2017 ispirata al film cult anni ’60 Psycho, di Alfred Hitchcock. La serie è ambienta ai giorni nostri: alla morte del marito, Norma Bates decide di acquistare un motel nell’Oregon e di trasferircisi insieme al figlio Norman per cambiare vita e avviare la loro prima attività di famiglia a White Pine Bay. Il lavoro al motel però non decolla mai veramente per colpa di una superstrada che li vede tagliati fuori dal flusso di turisti che un tempo passavano da lì, finendo quasi per isolarli del tutto. Il profondo e a tratti (sempre più evidente) morboso rapporto tra i due si evince già dai loro nomi, diversi ma al tempo stesso uguali, e questo dettaglio aiuta ad amplificare numerosi scambi di personalità e ambigui giochi di ruolo che i due portano avanti per tutta la serie. 

bates motel
Bates Motel (1024×576)

Norma è una donna di natura gentile, ma nasconde un carattere forte e combattivo che la aiuta a gestire l’attività del Bates Motel e supportare le difficoltà relazionali del figlio, un adolescente introverso e fragile che si trova ad affrontare grandi cambiamenti dopo la perdita del padre. Altresì è costretta a sopportare le sue stranezze, gli scatti d’ira e i momenti di calma apparente che lo portano a sviluppare macabre ossessioni: alla morte del loro cane, Norman decide di imbalsamarlo scoprendo nell’arte della tassidermia un punto cruciale della sua relazione con il mondo. Una passione niente affatto inquietante, siete d’accordo? Chi se lo sarebbe mai aspettato che poi un giorno questo ragazzo sarebbe diventato un killer? Noi no di certo…

Eppure, nonostante questo primo indizio, presto ci rendiamo conto che si tratta solo della punta dell’iceberg e che dentro Norman esistano molti e più profondi segreti per cui provare inquietudine: soffre di blackout temporanei durante i quali la sua personalità cambia e le sue insicurezze lasciano il posto ad una ferma e precisa volontà, il suo sguardo diventa freddo come il ghiaccio e le sue azioni non seguono più alcuna morale. Poi si sveglia, torna in sé e non ricorda niente di quello che è accaduto in quei momenti di buio. In città iniziano a manifestarsi fatti strani, alcune persone scompaiono all’improvviso: Norman inizia a terrorizzare segretamente la città all’insaputa di Norma e, paradossalmente, anche di Norman. Anzi, per qualche assurdo motivo Norman si è convinto che sia sua madre a compiere questi atti efferati e che lui sia l’unico in grado di proteggerla, coprendo le tracce dei suoi delitti. Freddie Highmore, che in Bates Motel interpreta Norman, lo ricordiamo certamente per essere stato il dolce bambino de La fabbrica di cioccolato, in compagnia di Johnny Depp. Ecco, quel bambino non esiste più, scordatevi di intravedere un bagliore di luce negli occhi di Norman Bates, se non il lampo della follia; quasi lo stesso indimenticabile sguardo di Anthony Perkins in quell’ultima celebre inquadratura di Psycho.

Anthony Perkins (810×400)

Bates Motel non è un prequel di Psycho, ma piuttosto un reboot

Gli autori hanno sottolineato più volte di essersi solo ispirati al film di Hitchcock e di aver voluto raccontare una storia un po’ diversa: questo si evince infatti dall’ambientazione contemporanea e da personaggi e avvenimenti che nel film non sono inseriti. In Psycho, Marion Crane è la protagonista della prima parte della storia: attraverso il film seguiamo i suoi movimenti nel loro lento incedere, attendendo che succeda quel che, ahimè, sappiamo tutti che dovrà accadere. La scena della doccia in cui Marion perde la vita è diventata talmente iconica che chiunque si appresti a vedere Psycho per la prima volta sa già che cosa aspettarsi.

Nel 1960 dev’essere stato però davvero uno shock guardare la giovane Marion Crane morire nelle sale di tutto il mondo, di fronte agli occhi dei primi spettatori. A metà film, oltretutto. Si saranno certamente sentiti come i fan di Game of Thrones durante il finale del nono episodio della prima stagione, quando il buon Ned Stark capitola inaspettatamente davanti a tutti. Anche nella serie esiste il personaggio di Marion (così celebre e indissolubilmente legato all’immagine del Bates Motel), ma non ne sentiamo parlare fino alla metà della quinta stagione. E nemmeno a quel punto acquisisce alcun tipo di rilevanza nella trama, anzi.

A differenza del film e a discapito delle aspettative, in Bates Motel Marion Crane non muore!

Vi ricordate la scena? Rihanna (che nella serie interpreta Marion Crane) affitta una camera del Bates Motel e prima di andare a dormire decide di farsi una doccia: la osserviamo terrorizzati mentre entra e chiude la tenda. Sappiamo tutti che cosa sta per accadere. Finalmente l’anello di congiunzione tra la il film e la serie è lì, a pochi frame di distanza, stiamo per assaporarlo e poi… non succede. Rihanna esce incolume dalla doccia, riprende le sue cose e lascia per sempre il Bates Motel sotto lo sguardo benevolo di Norman che, dopo averla spiata da una piccola fessura nel muro che si è ritagliato nel tempo per osservare i visitatori dal suo ufficio, decide di lasciarla andare.

Una volta digerita la batosta ci rendiamo però conto che questo colpo di scena rappresenta la profonda e ormai inequivocabile scissione tra la serie e il film. Gli autori della serie hanno scelto di ribadire attraverso questo twist inaspettato che le due cose sono e rimangono separate. Fa comunque sorridere che, in Bates Motel, Norman decida di vendicare un’ingiustizia subita da Marion uccidendo il suo ex fidanzato, che alloggia nella stanza accanto, nello stesso celebre e tanto atteso modo di Psycho. E anche noi ci sentiamo un minimo vendicati, avendo riscosso in parte il debito che la serie aveva nei nostri confronti perché, anche se non ha mai avuto l’obbiettivo di introdursi nell’arco temporale tra ciò che poteva essere stato prima e dopo il film, involontariamente e in buona fede ha generato in noi l’aspettativa e la speranza che fosse così.